Pochi giorni fa è scomparso Mike Kelley, le fonti giornalistiche locali parlano di suicidio, anche se non è ancora certo. Era uno degli artisti più importanti degli ultimi decenni, rappresentato da Gagosian, ha partecipato alle Biennali più importanti e le sue opere potevano raggiungere quotazioni stellari. Nato e Detroit e di base a Los Angeles, Kelley era il punto di incontro tra l’arte pop, il punk e il grunge; non è possibile etichettarne valori ed estetica, lui semplicemente spurgava lo straniamento di un’identità tutta da definire, in bilico costante sulla minaccia tutta americana simbolizzata dalla L di loser (perdente).
Tony Oursler, suo amico, lo considerava un genio, una mente poliedrica e capace in tanti ambiti differenti; Kelley, famoso ai più per le installazioni di peluche, era anche fotografo, illustratore, musicista, critico e scrittore, e infondeva una connotazione macabra nei suoi lavori per dissacrare le ipocrisie della società consumistica.
In Italia ha esposto al Castello di Rivoli nel ‘92 con la mostra Post Human e più di recente con una retrospettiva al Museion di Bolzano (2009). In questo video racconta di come sono nati gli “stuffed animals” quando ha iniziato negli anni ‘80 a interessarsi della culto della comodità e dei pericoli che avvolgono il mondo dell’infanzia; le tematiche più crude e fastidiose venivano allora vissute e accompagnate, mai gudicate a distanza, così si libera il flusso creativo.

La capitale francese “vede verde”, ed è proprio un bel vedere, non c’è che dire. Si tratta infatti delle maschere di giada esposte presso la Pinacothèque di Parigi nell’ambito della mostra intitolata “Le maschere di giada dei Maya”. Un percorso costruito intorno a quella che è stata considerata la più grande scoperta archeologica messicana dell’ultimo decennio. Si tratta di una collezione di preziosi oggetti ricoperti da tessere di mosaico, costituite principalmente di giada e arricchite con inserti in metalli e pietre preziose, rappresentanti le sembianze delle divinità del popolo maya, che coprivano i tratti degli alti dignitari per assicurare la vita ultraterrena. Non a caso sono state ritrovate proprio nelle tombe più fastose e sono accompagnate dal prezioso corredo funerario che le attorniava.
I pezzi, riuniti per la prima volta, hanno finalmente lasciato il loro paese d’origine alla volta di Parigi, dopo parecchie peripezie diplomatiche. La mostra, che avrebbe dovuto aprire i battenti giusto un anno fa, era stata annullata in ragione del momento di degradazione dei rapporti tra i due paesi coinvolti, causato dall’affaire Florence Cassez, che aveva portato anche alla cancellazione delle 350 manifestazioni previste per le celebrazioni dell’Anno del Messico in Francia. Un piccolo aneddoto, per “coprire l’imprevisto” a pochi giorni dall’inaugurazione, venne anticipata la mostra dedicata al “nostro Hugo Pratt”.
Via | pinacotheque.com

La “sorella della Gioconda” si è “rifatta il trucco” e ha deciso di presentarsi in tutto il suo rinnovato splendore, al Museo del Prado di Madrid, per la gioia degli ammiratori dell’illustrissimo originale leonardesco esposto al Louvre. L’opera, realizzata molto probabilmente da uno degli allievi del grande maestro toscano, e conosciuta fino a poco tempo fa sotto la denominazione di “Monna Lisa del Prado”, si presentava “oscurata” da un fondo nero aggiunto nel XVIII secolo.
Un accurato restauro ha rivelato il paesaggio retrostante, permettendo allo stesso tempo di datare il quadro, che può essere considerato, secondo il conservatore d’arte italiana del celebre museo madrileno Miguel Falomir, come la prima copia conosciuta dell’enigmatico capolavoro. Una versione estremamente somigliante, ma anche evidentemente “più fresca” che getta una nuova luce sulla tela ospitata a Parigi. Con i suoi colori vivi e la cura estrema del dettaglio la pittura del Prado potrebbe essere molto più vicina a come si presentava l’originale nel 1505. Sembra che le “due sorelle” si riuniranno a breve per un’esposizione temporanea. Vi terremo aggiornati su questo singolare “incontro di famiglia”.
Via | lexpress.fr

La crisi, la crisi… Sembra quasi che non ci sia altro che la crisi, sopratutto nel mondo dell’arte e della cultura. E invece no! C’è anche chi ne ha piene le tasche di vedersi schiacciare da un tale disfattismo. Perché l’essere evidentemente in crisi non implica di conseguenza la rassegnazione, anzi. E’ quello che devono aver pensato anche gli ideatori del Progetto Esterni Museum, un gruppo di “esperti in cardiologia urbana” che si sono impegnati per realizzare una società ideale partendo dagli spazi pubblici. Gli stessi che non hanno esitato a “metter su” una mostra di arte partecipata della durata di ben due mesi. Una “gran bella sfida” con i tempi che corrono.
L’iniziativa, localizzata presso negli spazi di Area 35 di Milano fino al 31 marzo prossimo, si configura come una “singolare galleria”. Ampie dimensioni e 50 tra le migliore opere di produzione esterni, ma soprattutto la possibilità di assistere ogni giorno, allo sviluppo dei “progetti creativi” di 25 talenti. Sembra che il loro motto suoni più o meno così:
in mostra l’arte di fare cultura
Non resta che prenotare la visita guidata all’indirizzo redazione@esterni.org. Provare per credere.
Via | esterni.org
Quella di Fabrice Wittner è un’arte che sta a metà tra la fotografia e la street art. Il progetto che ha ideato si chiama Enlightened Souls ed è ancora in fase di sperimentazione, come dice lui stesso sul sito, e deve essere perfezionato. In molti, infatti, gli hanno mosso critiche sui lavori, soprattutto perché sembrano photoshoppati. Si tratta di una tecnica molto particolare, che parte dagli stencil fino ad arrivare a delle immagini olografiche.
Le “anime luminose” di Wittner sono quelle delle persone che hanno perso la vita a causa del sisma che ha devastato la città neozelandese di Christchurch il 22 febbraio 2011. Il fotografo ha voluto così rendere omaggio alla popolazione, creando questa forma d’arte dall’impatto emotivo molto forte e che riproduce a grandezza naturale le anime delle persone scomparse nei luoghi della loro città. Una seconda serie di opere è stata creata ad Hanoi, in Vietnam, dove Wittner ha ricreato immagini di bambini del nord del paese. Sono in programma anche altri progetti, di cui vi daremo aggiornamenti.

Non c’è che dire, cinquecento anni dalla nascita di Giorgio Vasari rappresentano davvero un’occasione di festeggiamento. E quale omaggio sarebbe più gradito alla memoria di un grande pittore molto spesso ricordato più per le opere della sua penna che per quelle del suo pennello, che un’esposizione dei suoi disegni? Devono aver pensato più o meno una cosa del genere al Louvre, e il risultato sarà visibile ancora per una settimana presso in alcune aree del primo piano.
Perché se è vero che i suoi scritti di storia dell’arte, e soprattutto il trattato intitolato “Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri”, hanno permesso di gettare le basi della disciplina, inaugurando allo stesso tempo il genere della biografia artistica, ciò non toglie che anche gli schizzi di Vasari, siano opere “pregevoli e gradevolissime.
La mostra ha riunito una cinquantina di esemplari, proprio per mettere in luce la “bella maniera” moderna, che si esprime nel disegno inteso nella sua natura di principio primo alla base di ogni sviluppo creativo futuro e sottolineare la vastità di interessi dell’artista di origini aretine, formatosi sull’antichità classica anche grazie ad una giovinezza di “pellegrinaggi artistici” e all’osservazione delle creazioni di Raffaello e Michelangelo.
Ma fu alla corte fiorentina del granduca Cosimo I de Medici che divenne un vero e proprio punto di riferimento della produzione artistica dell’epoca. Infallibile cortigiano (alla maniera indicata da Baldassarre Castiglione nel suo celebre volume) riuscì persino nella difficile impresa di trasformare il Palazzo della Signoria, tra i più antichi e radicati simboli della Repubblica, in fastosa residenza ed elogio principesco.
Sam Jinks è un’artista australiano che non ha esitato a lanciarsi nella più acuta delle riproduzioni delle umane fattezze. Si fa un po’ fatica a definirlo scultore, non c’è dubbio, l’iconografia classica della plastica “per levare”, tenacemente realizzata dall’azione di martello e scalpello su un materiale duro e resistente, cozza completamente con le delicatezza apparente dei suoi lavori. E la ragione emerge dalle sue stesse opere che sembrano fatte di carne. Hanno il colore della pelle, le piccole pieghe che si formano sulle palpebre, e tutto quell’apparato di ciglia, sopracciglia, capelli e peli che le avvicinano immensamente ai modelli reali, come nel caso del bambino esposto all’India Art Fair (fiera d’arte moderna di Nuova Delhi), conclusasi solo ieri.
Ne avevamo già parlato qualche anno fa e lo ritroviamo ancora oggi intento a riprodurci. Ci sono anche alcuni animali nella produzione di Jinks, ma sembrano quasi intervenire come “soggetti accessori”, variazioni di madre natura che non fanno altro che concentrare ancora di più l’attenzione su quei “ritratti inalienabili” la cui illusione nasce da una pratica sapientissima capace di unire resina e silicone, restituendo l’illusione delle cellule, dell’apparenza e dell’umano, colto in tutta l’estensione delle sue forme, senza l’ombra moralista delle volontà di abbellimento.

I paesaggi di Carlo Ferreri hanno “le lacrime”, come tutti i suoi quadri che ho visto. Mi piace pensare che accada come quando ci si trova ad una degustazione di vino in una cantina familiare, e mentre il bel nettare vermiglio o paglierino scorre nei calici, tutti si mettono alla ricerca delle preziose strisce gocciolanti lasciate dalla splendida vischiosità della materia. Quei “segni vitali” sono ben evidenti sulle tele di Ferreri. Non hanno evidentemente bisogno di ritagliarsi uno spazio che appartiene loro di diritto e si esplicano, come tende in attesa della folata di vento, in un “penzolare cortese”.
Ma è nella direzione della descrizione di Milano, che si indirizzano i paesaggi espressivi più fedeli allo svelamento. Dopo le analisi dello sguardo femminile, andate in scena tra le mura dell’Associazione Culturale Renzo Cortina, ecco apparire delle vedute stranianti della capitale meneghina. Ritratti di una metropoli in movimento che ha ancora i suoi scorci di calma, ben nascosti nelle “ore meno battute”. Dimora silente sotto il tran-tran cittadino, ritagliandosi spazi di beatitudine negli scorci dei Navigli, nelle apparizioni quasi mistiche della Madonnina in cima alle guglie del Duomo e persino nelle panoramiche contemporanee dei palazzoni.
Via | carferre.altervista.org

Si chiama “L’anima e le forme. Da Michelangelo a Klimt”. Si tratta della mostra dedicata al grande scultore milanese Adolfo Wildt, tanto importante quanto spesso sottovalutato dalla critica. Un’iniziativa ospitata nel complesso dei Musei San Domenico di Forlì fino al 17 giugno prossimo, che si propone di tracciare una suggestiva panoramica dell’opera dell’artista dalle modeste origini svizzere.
Non si tratta semplicemente di una retrospettiva, perché il vasto rassemblamento di opere e materiali visibili, provenienti dalla collezione della famiglia Paulucci di Calboli e dall’Archivio Scheiwiller, oltre a ricostruire le varie tappe dell’evoluzione personale di Wildt, getta nuova luce sui suoi “rapporti” con i grandi geni dell’arte classica moderna e contemporanea. Da come Fidia a Bramante, da Michelangelo, al Bernini, da Rodin, a Klimt, fino a Fontana, sono tantissimi gli artisti ai quali si legò e che in molti casi hanno tratto ispirazione da questo “cultore del marmo” capace di plasmare dalla più classica delle materie, le più moderne delle forme.
Fin da ragazzo studiai con selvaggia intensità i nostri maestri antichi. È questo studio, lungo e faticoso, l’unica fonte della mia arte e a questo aggiungo il mio potente bisogno di sincerità. (A. Wildt, 1915)
Via | mostrawildt.it
Cercasi artisti con spiccata sensibilità ecologista, per partecipazione a prestigioso premio internazionale.
Probabilmente suonerebbe un po’ così se si trattasse di un annuncio stile agenzia immobiliare. E invece l’appello ha un suo reale spessore artistico. La questione nasce proprio dall’adunanza, invocata in occasione della ricerca di aderenti all’edizione 2012 del Prix Coal, un’iniziativa annuale che gratifica gli artisti impegnati sullo spinoso fronte delle questioni ambientali, e che sarà incentrata sul tema della ruralità.
La manifestazione, creata nel 2010 dalla Coal, (coalition pour l’art et le développement durable - Coalizione per l’Arte e lo sviluppo a lungo termine) eroga un primo del valore di 10.000 euro, e si avvale dell’alto patronato di alcuni importanti Ministeri d’oltralpe, tra i quali il dicastero della Cultura e della Comunicazione e quello dell’Ecologia, nonché del sostegno del CNAP (Centro Nazionale delle Arti Plastiche). Proprio allo scopo di “incitare al confronto con i grandi temi sociali e ecologisti contemporanei”, prosegue nel suo percorso di “provocazione di coscienze” e si schiera sempre di più verso un’ottica di impegno e di compartecipazione.
Non ci si limita a registrare e acclamare l’avvento di una nuova cultura ecologista, l’idea è ben più ambiziosa e si basa sulla completa adesione alla sfida della promozione di una “profonda coalizione”, tra la potenza del mezzo artistico e l’intensità del messaggio dello sviluppo sostenibile. L’artista prescelto riceverà il suo riconoscimento in un cerimonia che si terrà fra qualche mese nella cornice inusuale del Laboratoire di Parigi.
Via | projetcoal.org