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Corpi

Sam Jinks. L'arte di plasmare la natura umana

pubblicato da Sara R. in: Scultura Creatività Corpi Artisti

Sam JinksSam Jinks è un’artista australiano che non ha esitato a lanciarsi nella più acuta delle riproduzioni delle umane fattezze. Si fa un po’ fatica a definirlo scultore, non c’è dubbio, l’iconografia classica della plastica “per levare”, tenacemente realizzata dall’azione di martello e scalpello su un materiale duro e resistente, cozza completamente con le delicatezza apparente dei suoi lavori. E la ragione emerge dalle sue stesse opere che sembrano fatte di carne. Hanno il colore della pelle, le piccole pieghe che si formano sulle palpebre, e tutto quell’apparato di ciglia, sopracciglia, capelli e peli che le avvicinano immensamente ai modelli reali, come nel caso del bambino esposto all’India Art Fair (fiera d’arte moderna di Nuova Delhi), conclusasi solo ieri.

Ne avevamo già parlato qualche anno fa e lo ritroviamo ancora oggi intento a riprodurci. Ci sono anche alcuni animali nella produzione di Jinks, ma sembrano quasi intervenire come “soggetti accessori”, variazioni di madre natura che non fanno altro che concentrare ancora di più l’attenzione su quei “ritratti inalienabili” la cui illusione nasce da una pratica sapientissima capace di unire resina e silicone, restituendo l’illusione delle cellule, dell’apparenza e dell’umano, colto in tutta l’estensione delle sue forme, senza l’ombra moralista delle volontà di abbellimento.

Sam Jinks
Sam JinksSam JinksSam JinksSam Jinks

La Space Dance di Ttetsuro Fukuhara

pubblicato da penelope.di.pixel in: Corpi

Ballerino, coreografo, direttore del Tokio Space Dance e docente universitario, Tetsuro Fukuhara è una persosonalità poliedrica e intrigante della scena contemporanea in Giappone e all’estero, che vale la pena di esplorare.

Attivo sin dagli anni 70′-’80, Fukuhara è un rappresentante di quella “seconda generazione” di danzatori Butoh che ha cercato e prodotto innovazione e rinnovamento in questo movimento artistico nato in Giappone negli anni ‘60 come avanguardia legata alla performance art. Il Butoh è un ibrido che incorpora teatro, danza, mimo, Noh, Kabuki, Chi kung and Tai esprimendo e liberando una danza che viene direttamente dall’inconscio, in chiara opposizione alla rigidità e all’idea di perfezione della cultura tradizionale giapponese. La ricerca di Fukuhara, nell’arco di circa quindici anni, approda ad una sperimentazione dove danza, architettura, informazione e design si incontrano e si contamiano a vicenda. Il risultato è “Space Dance”, un progetto multidisciplinare realizzato con la collaborazione di ballerini, artisti, scenziati e tecnici che dal 1996 viggia letteralmente in tutto il mondo, dall’oriente estremo, agli Stati Uniti, all’Europa. Nel 2006 “Space Dance in the Tube” viene presentato per la prima volta presso il Tokio Design Center. Il corpo come storia in una danza ispirata e basata sulla tecnica Butoh che mette al centro l’abilità del performer di evolvere il suo movimento con e attraverso lo spazio, per esprimere desiderio allo stesso modo in cui l’uomo contemporaneo ha bisogno della tecnologia. Il tutto si svolge dentro una struttura tubolare - ne avete un esempio nel video in alto - all’interno della quale sviluppare il design della propria danza, o meglio: entrare in contatto con il corpo per imparare a svilupparlo nello spazio. Una forma di esercizio per l’esere umano contemporaneo che, immerso nella sua attuale vita tecnologica e digitale, fa esperienza della sua capacità di percepire lo spazio attraverso i confini del corpo, come fonte primaria della nostra evoluzione. Yuichi Takayanagi, direttore del Tama Science Museum che nel 2007 ha ospitato una performance coinvolgendo 440 studenti, si esprime così sull’opera: “[…] Space Dance in the Tube come spazio di esperienza ed espressione giocosa fa rivivere la nostra sensazione cinetica dalle zone del nostro inconscio […]”.

Space Dance è tutt’ora al centro di un intenso programma di ricerca, oltre che di performance, workshop e lecture che coinvolgono prestigiosi spazi espositivi quanto accademie, studenti, scuole e spazi pubblici, dal MIT di Boston alle Nazioni Unite, mentre Fukuhara continua a performare e insegnare Space Dance con energia immutata.

Space Dance

Ivo Livi in arte Yves Montand

pubblicato da Sara R. in: Performance Corpi Artisti

Si chiamava Ivo, Ivo Livi ed in questi giorni la sua patria adottiva ha festeggiato i cinquant’anni trascorsi dalla sua nascita e i venti dalla sua scomparsa. Era nato nel 1923 in Toscana da una famiglia comunista. Non proprio una fortuna all’epoca. I suoi genitori furono infatti costretti ad emigrare oltralpe quando aveva solo due anni. Ed è appunto nella “più italiana delle città francesi”, Marsiglia, che farà i primi passi sul palcoscenico. Perché Ivo non è un ragazzo come tutti gli altri, fa lo scaricatore di porto, ma ha un talento innato per la danza e una voce già interessante.

Il trasferimento a Parigi a metà degli anni ‘40, segnerà per sempre la vita professionale e sentimentale dell’allora ventenne. E’ proprio nella capitale francese che diventa Yves Montand e incontra la stella di Édith Piaf, un amore folgorante che lo portò agli onori della cronaca avviandolo ad una fortunatissima carriera artistica, fatta di musica, di cinema e di teatro. Una passione che sostenne il debutto cinematografico dell’elegante Yves, attore in “Mentre Parigi dorme” del regista e sceneggiatore Marcel Carné, per la cui colonna sonora Joseph Kosma compose Les feuilles mortes (la canzone del video) una poesia in musica su parole di Jacques Prévert, che sarà uno dei suoi simboli.

Ha fascino, ma non è un tombeur de femmes. La donna della sua vita è l’attrice Simone Signoret. Gliel’ha presentata nel 1949 proprio Prévert, dando inizio ad una storia che, tra numerosi alti e bassi, non ultimo il flirt di Yves con Marilyn Monroe (allora sposata allo scrittore Arthur Miller), incontrata durante il viaggio negli Stati Uniti per il ritiro del premio Oscar della Signoret e accanto alla quale si ritrova a recitare in Let’s Make Love, li vedrà uniti fino alla morte. Sono infatti sepolti nella stessa tomba presso il cimitero parigino del Pere Lachaise.

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Just my immagination di Fabulouskhate e Mary Cinque a Napoli

pubblicato da Sara R. in: Corpi Eventi Artisti Web&Blog

Fabulouskhate just my immagination

Siamo nel centro storico del capoluogo partenopeo, e non è un caso, visto che i due artisti attorno ai quali gira il tutto sono proprio napoletani doc e si vede! I colori sono forti, i contrasti chiari e sfacciati, le protagoniste delle tele ragazze giovani e maliziose, i loro sguardi ammiccanti e disinibiti sembrano ricalcare quello stesso invito diretto che lanciava l’Olympia di Manet ad una borghesia parigina apparentemente difficile da scandalizzare. Ma lo scenario è talmente cambiato da far diventare queste immagini il centro di un evento che animerà l’Hotel Correra 241 di Piazza Dante, venerdì 21 ottobre ore 19.00.

L’ex-opificio industriale, che si è fuso a un antico palazzo in tufo dando origine al primo Art Hotel napoletano, è il teatro ideale di “Just my immagination” (cantavano i Cranberries qualche anno fa), l’incontro tra la struttura, le opere di Mary Cinque (come i “displays”, riproduzioni di 20×20 su tela “prodotti” dal packaging accattivante che saranno esposte fino al 13 novembre nella hall) e quelle di Alfonso Mezzacapo in arte Fabulouskhate, che presenteranno un nuovo portale di messaggeria, sul quale saranno ospitati nei prossimi mesi ulteriori episodi delle avventure della fantomatica Khate.

Creatura nata dalla fantasia di Mezzacapo (o forse no?) che entra ed esce dalle sue opere come uno spiritello allegro e provocante. Sono tutti suoi i volti della tele, segni di una donna-bambina immaginaria e realissima, ibrido che oscilla tra l’esistenza e l’effimero, tra la concretezza della presenza e l’evanescenza dell’impronta, come l’alone di un ricordo talmente pressante da togliere il fiato, in una Napoli che, nonostante il ruolo proprio non le si addica, non può far altro che restare a guardare!

Fabulouskhate just my immagination
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Gunther von Hagens in mostra a Roma

pubblicato da Daniele in: Stranezze Corpi Eventi Mostre

Body Worlds di Ghunter von Hagens
Gunther von Hagens - anche noto come il “Dottor Morte” - è l’anatomopatologo tedesco inventore della plastinazione, un procedimento che permette la conservazione dei corpi umani tramite la sostituzione dei liquidi con dei polimeri di silicone, in grado di rendere gli elementi organici rigidi e inodori mantenendo inalterati i colori. Da quando von Hagens ha deciso di applicare i suoi studi medici di conservazione all’arte non ha mai smesso di sollevare critiche e polemiche. Nel 2004 venne accusato - senza prove concrete - di comprare i cadaveri dei giustiziati nella Repubblica Popolare Cinese, dove aveva uno dei suoi centri di plastinazione. L’ultima trovata che fece scalpore fu la decisione di vendere online parti del corpo umano e animale, anche sotto forma di gioielli, con prezzi per altro da capogiro.

Ora, il suo corpus di opere più elaborato ed estremo, Body Worlds, arriva per la prima volta in Italia. La mostra si snoderà fino al 12 febbraio negli spazi delle Officine Farneto a Roma, suggestivo esempio di archeologia industriale, nella zona del Foro Italico. In mostra, oltre 200 organi e sezioni e 20 corpi interi plastinati; ma è previsto anche uno specifico percorso dedicato al cuore: dall’inizio della vita alle patologie che possono modificarne e minacciarne il funzionamento, fino al decesso. La mostra-evento è stata inaugurata mercoledì 14 alla presenza dell’artista, del medico Angelina Whalley, del professore di etica Franz Josef Weltz e di Don Antonio Mazzi.

Von Hagens, oltre ad essere un’artista tra i più controversi e odiati per la sua evidente amoralità, è anche un istrione che non rinuncia a dare spettacolo di sé. E in fondo, forse proprio per questo, è un personaggio del nostro tempo, emblematico dello spirito estremo tipico di molta produzione postmoderna: tentare di capire il suo lavoro significa insomma tentare di comprendere qualcosa del nostro mondo.

Body Worlds di Ghunter von Hagens
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Jan Saudek in mostra a Roma

pubblicato da Daniele in: Pittura Fotografia Corpi Gallerie

C’è tempo fino al 4 settembre per ammirare l’opera di uno dei più originali fotografi viventi, Jan Saudek. Lo scenario è quello della galleria di Mondo Bizzarro a Roma, a due passi dal Macro. Saudek, ebreo praghese, sopravvissuto alla deportazione durante la Seconda Guerra Mondiale e poi all’oppressione del regime socialista, fa della vitalità erotica e deviante la sua personale ossessione. Perfino i corpi più sgraziati, fotografati in bianco e nero e poi dipinti con acquerello, assumono un fascino conturbante, mai conciliatorio, sempre osceno eppure umano e umorale.

Meno macabro di un altro grande della sua generazione, che si muove su percorsi simili, Joel Peter Witkin, ma altrettanto visionario, Saudek riesce a trasformare la squallida parete del suo scantinato, set di gran parte dei suoi ritratti, in uno spazio sognante. Mondo Bizzarro, che con questa mostra fa un gran salto di qualità rispetto al passato, affianca all’opera di Saudek quella di sua moglie Sara, più diretta all’esplorazione del femminile e meno elaborata, ma pur sempre interessante.

Nel 2007 un ottimo documentario sulla figura di Saudek fece il giro dei festival tra Europa e America. Su Veehd lo abbiamo trovato in versione integrale, eccolo qui sopra: il sito richiede solo l’installazione di un plug-in gratuito per visualizzarlo.

Il compleanno di Mozart. Tributo a Jiří Kylián

pubblicato da penelope.di.pixel in: Performance Corpi

Jiří Kylián nasce a Praga nel 1947, il suo amore è la danza. A soli 20 anni, giovanissimo vince una borsa di studio con il Royal Ballet School di Love si trasferisce e inizia una grande carriera. Prima ballerino, nel 1968 si unisce al Stuggart Bellet lavorando gomito a gomito con John Cranko. È qui che per la prima volta lavora come coreografo, una scelta che lo porterà diventare il direttore artistico del NDT - Nederlands Dans Theater, carica ricoperta dal 1975 al 2004.

Nei suoi quasi 30 anni di direzione, Kylián ha condotto l’NDT a un successo senza precedenti, portandolo a fama internazionale. Non so se vi è mai capitato di guardare una delle sue coreografie, ma sono semplicemente straordinarie: un bello senza ostentazione, essenziale, che ci interroga sui “perché” dei temi universali. Fra le sue opere principali Forgotten Land (1981),Falling Angels (1989), Petite Mort (1991).

Digitando il suo nome online potrete godere di tantissimi spettacoli. Io ho scelto il Compleanno di Mozart, tributo a lui dedicato dall’NDT: uno spettacolo di leggerezza, ironia, perfetta sincronia dei due perfoemer che si svolge tutto nello spazio di una cucina.

[Dopo il salto, un’altro spezzone del Compleanno di Mozart]

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Vanessa Beecroft: nuova performance alla galleria Lia Rumma di Milano

pubblicato da Barbara in: Performance Corpi


Ritorna Vanessa Beecroft. Già presente alla Biennale di Venezia, nel Padiglione Italia alle Tese dei Soppalchi con alcune sculture del progetto VB Marmi, giunge tra pochi giorni alla galleria Lia Rumma nelle sedi di Milano (7 giugno 2011) e Napoli (9 giugno 2011).

Nella sede milanese dei via Stilicone saranno presenti i progetti VB70 (performance/scultura di dieci modelle su blocchi di marmo e statue di corpi femminili di età e pesi differenti, rivelati, scoperti, giudicanti?) e VB MARMI (installazione di marmi colorati: Sodalite blu, Macaubas azzurro, Lapislazzuli blu, Rosa Portogallo, Nero del Belgio, Statuario bianco, Onice verde e Rosso Francia - già i nomi sono un programma). Un percorso, quello del marmo, del gesso e della scultura, iniziato a Palermo con la performance VB62.

Prosegue così la ricerca dell’artista milanese -di casa a Los Angeles- riguardo all’identità femminile; in un’intervista al Corriere della Sera, Vanessa parla del suo amore per il disegno -la forma di espressione più intima e più indicativa dei turbamenti dell’animo- e di come l’abbia cambiata la maternità. Detto questo, resta l’impatto emotivo forte e spiazzante della performance, che rimane forse il veicolo principe per colpire l’immaginario del pubblico.

Immagine | LiaRumma.it

La trilogia organica di Mio I-zawa

pubblicato da penelope.di.pixel in: Stranezze Corpi Artisti

Mio I-zawa è un new media artist giapponese, focalizzato su media interattivi. La poetica delle sue opere ci stupisce.

Vi presento oggi quella che mi piace definire la sua “trilogia organica”. Si tratta di tre opere il cui filo conduttore è la riproduzione di organi e cellule umani esternalizzati, nello specifico un tumore, una cuore e delle cellule. In Mechanical Tumor, una massa tumorale cresce sull’hardware di un pc: la massa cresce e descresce come vedete nel filmato sopra, in base allo stress a cui è sottoposta la macchina (in particolare la CPU). External Heart è una scultura interattiva che riproduce un cuore oversize del tutto realistico. Una grossa e lunga vena è il punto di contatto con il corpo umano: inserendoci un dito al suo interno, un sensore trasmette al cuore il nostro ritmo cardiaco, e l’organo inizia a muoversi in accordo con esso. Il risultato paradossale è che è possibile fare una passeggiata portandosi dietro il proprio External Heart, proprio come un bizzarro pet. Infine Elastic Cell, 46 gigantesche cellule tutte diverse che, realizzate in morbido e liscio silicone, reagiscono al tocco degli umani. Il tutto in un’istallazione ben studiata per trasmettere l’idea di un laboratorio molto intimo, in cui le cellule vengono coltivate e accudite.

Ho inserito nell’articolo una photogallery, ma dopo il salto trovte due video che completano la trilogia: sono belli e restituiscono a pieno il senso delle opere. Per chi è interessato, a questo link c’è invece il sito di Mio I-zawa.

La trilogia organica di Mio I-zawa

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SKIN. A mortal work of art

pubblicato da penelope.di.pixel in: Net Art Performance Corpi

Oggi vi racconto una storia di pelle e tatoo. Una storia disseminata sui corpi di migliaia di persone in modo indelebile. Una storia che considero un capolavoro di arte contemporanea e allo stesso tempo un libro meraviglioso.

Questa storia inizia nell’agosto del 2003 quando Shelley Jackson, la sua ideatrice/autrice/curatrice, lancia su Cabinet Magazine una call intitolata “SKIN. Author announce a mortal work of art” (il testo della call è leggibile a questo link). Shelley, artista e scrittrice, va dritta al punto sin dalle prime righe: per partecipare al suo lavoro bisogna esser disposti tatuarsi su una parte del proprio corpo una parola tratta da un suo racconto inedito. L’idea è semplice e dirompente: il racconto verrà pubblicato in questa modalità, direttamente e solo sui corpi delle persone. Nell’accordo di parecipazione sono infatti incluse alcune clausole specifiche: l’autrice si impegna non solo a non pubblicare la storia su altri media (cartaceo, televisivo, teatrale), ma anche a non divulgare a terzi il contenuto della storia. Chi decide di partecipare, dopo aver spiagato con una mail le proprie motivazioni ed essere stato accettato, ottiene in anteprima il testo integrale del racconto, impegnandosi formalmente ad eseguire il tatuaggio una volta ricevuta la parola scelta randomicamente da Shelley. Qualche numero di questa pubblicazione: nel corso di circa 8 anni solo oltre 10.000 le persone che hanno manifestato la volontà di contribuire a Skin; fra 1875 e 2095 quelle accettate; 1445 le parole spedite; 553 quelle tatuate; 646 quelle ancora da assegnare; 21.894 le mail ricevute in tutto dall’artista.

Recentemente, per il BAM/PFA - Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive, Shelley Jackson ha realizzato un sub-progetto Skin. A n ristretto numero di partecipanti è stato chiesto di filmare il proprio tatuaggio e pronunciare la parola assegnata. Con il materiale raccolto e riassemblato, un video-testo (e una storia) ex-novo ha preso forma, intrecciando in modo bellissimo tecniche di remix, cat-up e mash-up. Il ristulato è quello visibile nel filmato in alto: il progetto rimarrà esposto nella galleria online del museo dal 1 marzo al 31 maggio 2011.

Concludo con una riflessione. Skin si situa come opera a cavallo fra arte concettuale, performance, letteratura e net.art (nel senso specifico di networked art: espressioni artistiche partecipate, in rete). C’è infine un dettaglio che mi colpisce molto di questo lavoro: la Jackson ha fatto con i partecipanti un vero e proprio “contratto di edizione” (anzi di co-edizione) in cui sono specificamente considerati i diritti di distribuzione: il corpo è l’unico media consentito e questa storia la leggeremo forse tutta insieme quando e se il suo corpo disseminato di riunirà.