Il Rainbow Family Village è un piccolo villaggio che si trova a Taichung, in Taiwan. È completamente dipinto come se fosse un enorme murales: muri, pareti, strade, tutto è ricoperto da disegni. I colori che caratterizzano questa opera d’arte fatta paese sono tutti molto vivaci (rosso, blu, giallo) e i soggetti sono in stile fumetto. Si dice che l’autore di questo imponente lavoro sia Huang Yongfu, un artista originario di Hong Kong, che dipinse l’allora grigio villaggio quando andò in pensione per renderlo un luogo bello e piacevole. La seconda ipotesi è quella secondo cui Yongfu dipinse l’antico borgo per evitare che venisse abbattuto per la costruzione di nuovi edifici.
Qualunque sia il motivo che abbia spinto l’oramai 90enne artista a creare questo piccolo gioiello, ha sortito l’effetto desiderato. Il rainbow village è diventato una vera e propria attrazione turistica: è visitato quotidianamente da centinaia di turisti, sposi che lo utilizzano come location per le foto o semplici curiosi. Alcuni lo considerano una nuova (o antica?) forma di street art, di certo è un luogo che regala ai visitatori un senso di pace e tranquillità. Qui trovate un reportage fotografico completo sul paese dei colori.
Devo ammettere di averci messo un po’ ad assimilare l’idea che in francese, la matematica, si traduca quasi sempre al plurale. Dopo un’acuta e contorta riflessione, sono arrivata alla conclusione che si tratti di una specie di dovuto riconoscimento, comprensivo della diversità di punti di vista e di teorie che si compenetrano o si escludono, nell’affascinante universo dei numeri. Detto ciò, il mio contributo scientifico non poteva che arrestarsi ad una considerazione di ordine linguistico, che non esclude il portato di meraviglia derivante dall’ammirazione della bellezza e dell’equilibrio basati sulle più attente proporzioni.
Non a caso il titolo della mostra ospitata fino al 18 marzo presso la Fondazione Cartier di Parigi, nella nostra lingua suona un po’ così, Le Matematiche: un improvviso cambiamento di scenario, ma potrebbe anche essere, la bellezza dell’altrove, avvicinandosi di più alla traduzione in inglese “A Beautiful Elsewhere”. In ogni caso l’evento sarà accompagnato dalle “notti dell’Incertezza”, una serie di incontri di “approccio obliquo” che completeranno il contenuto dell’esposizione attraverso i punti di vista della musica, della finanza e della cosmologia. In fondo lo aveva già capito Galileo che per comprendere il gran libro dell’universo, bisognava saper leggere la lingua matematica nella quale è scritto.
Video da fondation cartier
Via | fondation.cartier.com
Sam Jinks è un’artista australiano che non ha esitato a lanciarsi nella più acuta delle riproduzioni delle umane fattezze. Si fa un po’ fatica a definirlo scultore, non c’è dubbio, l’iconografia classica della plastica “per levare”, tenacemente realizzata dall’azione di martello e scalpello su un materiale duro e resistente, cozza completamente con le delicatezza apparente dei suoi lavori. E la ragione emerge dalle sue stesse opere che sembrano fatte di carne. Hanno il colore della pelle, le piccole pieghe che si formano sulle palpebre, e tutto quell’apparato di ciglia, sopracciglia, capelli e peli che le avvicinano immensamente ai modelli reali, come nel caso del bambino esposto all’India Art Fair (fiera d’arte moderna di Nuova Delhi), conclusasi solo ieri.
Ne avevamo già parlato qualche anno fa e lo ritroviamo ancora oggi intento a riprodurci. Ci sono anche alcuni animali nella produzione di Jinks, ma sembrano quasi intervenire come “soggetti accessori”, variazioni di madre natura che non fanno altro che concentrare ancora di più l’attenzione su quei “ritratti inalienabili” la cui illusione nasce da una pratica sapientissima capace di unire resina e silicone, restituendo l’illusione delle cellule, dell’apparenza e dell’umano, colto in tutta l’estensione delle sue forme, senza l’ombra moralista delle volontà di abbellimento.

Il vero creativo si nutre costantemente di ispirazioni, spesso e volentieri ha la necessità di metabolizzare in solitudine gli input ricevuti magari dopo aver visto una mostra, o un concerto, o meglio ancora dopo una semplice ma chiarificante passeggiata. Ma l’essere umano -checchè se ne dica- è un animale sociale e anche il creativo doc sta meglio se incontra altri suoi simili.
Questo almeno dev’essere quello che ha pensato Tina Roth Eisenberg, ideatrice di Creative Mornings, un programma di lectures e incontri tenuti da specialisti di varie discipline creative e artistiche, al motto di: Education, Ispiration, Caffeination. Perchè i personaggi di cui sopra non fanno le ore piccole, o almeno per una volta al mese non disdegnano il risveglio la mattina presto per incontrarsi e scambiarsi idee senza sborsare un soldo e sorseggiando caffè (infatti a ben guardare, la maggior parte degli artisti più geniali era gente alquanto disciplinata, che si metteva al lavoro ogni giorno molto presto).
Partito da Atlanta, il progetto si è subito allargato a macchia d’olio e ad oggi conta 18 città (in Italia ce n’è appena stato uno a Milano) in cui i Creative Mornings regalano spunti e idee nuove ai frequentatori. Su Twitter le novità in divenire e le città che via via aderiscono all’iniziativa (nella mappa sopra, quelle attuali).

L’idea fondante del Museo napoletano tutto dedicato alle materie plastiche, passa per una passione personale, quella di Maria Pia Incutti, imprenditrice e collezionista d’arte che si è dedicata per ben trent’anni (sotto la curatela dell’arch. Nunzio Vitale) al “mondo dei polimeri” raccogliendo oltre 1.500 oggetti che sono entrati a far parte della collezione permanente del Plart. La missione di questa singolare istituzione, nata nel 2008 nel cuore pulsante del tessuto metropolitano partenopeo, passa proprio per “l’innovazione tecnologica, il recupero, il restauro e la conservazione delle opere d’arte e di design in materiale plastico”, e si propone come luogo d’incontro tra le “diverse anime” che circondano questo universo affascinante e colorato.
Perché se questa “moderna creta” al servizio della creazione contemporanea, è soggetta allo scorrere del tempo e necessità di opportune pratiche di manutenzione, ciò non toglie che il Plart ne esplori anche le innumerevoli potenzialità suggestive ed aggregative. Si tratta, in poche parole, di uno spazio polifunzionale che intreccia prospettive provenienti dal design con l’attenzione scientifica nei confronti della plastica, considerata non solo nella sua natura di materia prima, ma soprattutto nell’accezione di sostanza funzionale all’espressione artistica; configurandosi come nuova meta artistica nel variegato panorama all’ombra del Vesuvio.
Via | plart.it
Cercasi artisti con spiccata sensibilità ecologista, per partecipazione a prestigioso premio internazionale.
Probabilmente suonerebbe un po’ così se si trattasse di un annuncio stile agenzia immobiliare. E invece l’appello ha un suo reale spessore artistico. La questione nasce proprio dall’adunanza, invocata in occasione della ricerca di aderenti all’edizione 2012 del Prix Coal, un’iniziativa annuale che gratifica gli artisti impegnati sullo spinoso fronte delle questioni ambientali, e che sarà incentrata sul tema della ruralità.
La manifestazione, creata nel 2010 dalla Coal, (coalition pour l’art et le développement durable - Coalizione per l’Arte e lo sviluppo a lungo termine) eroga un primo del valore di 10.000 euro, e si avvale dell’alto patronato di alcuni importanti Ministeri d’oltralpe, tra i quali il dicastero della Cultura e della Comunicazione e quello dell’Ecologia, nonché del sostegno del CNAP (Centro Nazionale delle Arti Plastiche). Proprio allo scopo di “incitare al confronto con i grandi temi sociali e ecologisti contemporanei”, prosegue nel suo percorso di “provocazione di coscienze” e si schiera sempre di più verso un’ottica di impegno e di compartecipazione.
Non ci si limita a registrare e acclamare l’avvento di una nuova cultura ecologista, l’idea è ben più ambiziosa e si basa sulla completa adesione alla sfida della promozione di una “profonda coalizione”, tra la potenza del mezzo artistico e l’intensità del messaggio dello sviluppo sostenibile. L’artista prescelto riceverà il suo riconoscimento in un cerimonia che si terrà fra qualche mese nella cornice inusuale del Laboratoire di Parigi.
Via | projetcoal.org

Di spazio ce n’è parecchio, con i corridoi ampi ed alti e le pareti vuote. Se si escludono le reti visibili non appena si alza la testa, si potrebbe quasi pensare ad un comune magazzino. Ma le celle tradiscono la vera funzione del luogo. Perché quella di Fresnes, cittadina situata poco a sud di Parigi, è una prigione, che però ospita alcuni importanti eventi artistici. Grazie all’iniziativa dell’ACTIF (Associazione dei visitatori di Fresnes) presieduta dall’architetto Claude-Yves Mazerand, e alla collaborazione con il Servizio di inserimento penitenziario locale, sei quadri sono già stati collocati la scorsa estate nella zona tra l’infermeria e il parlatorio, un punto studiato per conciliarsi con le esigenze di sicurezza del luogo ed esser allo stesso tempo alla “portata visiva” del personale e dei detenuti.
L’esperimento condotto sotto la direzione artistica di Marcel Lubac, guida del MACC (Maison d’art contemporain Chaillioux) di Fresnes, ha contribuito ad alleggerire il clima e continuerà grazie ai finanziamenti della Fondazione Daniel & Martine Raze. E’ attualmente in corso la prima vera esposizione delle opere di Mamadou Cissé. Un “osservatore della notte” che traccia ritratti di città stravaganti e coloratissime. Esattamente il tipo di immagini che può risollevare, con i suoi grandi contrasti cromatici, la tristezza uniforme dei muri grigi e gialli, aumentando il contrasto con l’ambiente e obbedendo alle intenzioni di base enunciate dallo stesso Mazerand:
Abbiamo voluto creare uno spazio particolare e completamente antagonista rispetto a quest’universo chiuso.
Via | lemonde.fr
Se la libertà ha davvero una sua forma oggettuale, potete star certi che si tratta di una concretizzazione artistica. Proprio come accade nell’opera che vi presentiamo. L’autore si chiama Zenos Frudakis, un americano dell’Indiana nato in una famiglia di origine greca, che ha cominciato a realizzare le prime sculture da bambino, quando, direttamente sotto il tavolo della cucina, forgiava formine antropomorfe con la pasta del pane donatagli dalla madre…
…si potrebbe quasi pensare che anche oggi, a distanza di anni da quei primi esperimenti, il sentimento che lo anima sia lo stesso. Se i materiali e le tecniche sono evidentemente cambiati, ciò non toglie che i suoi lavori siano ancora animati dalla medesima volontà di riprodurre quel “magico meccanismo”, che sottende la vita e i suoi sentimenti più profondi, che guidava le se mani già all’epoca dei primi tentativi. Guardare per credere!
Video da wworldp
Via | zenosfrudakis.com

Può un simbolo di morte riconvertirsi in “portavoce di vita”? E se si come può succedere in concreto? Una delle risposte, dal carattere a dir poco originale, nasce dall’idea di Raul Lemesoff, ristoratore ed artista argentino che ha pensato bene di convertire un carro armato in libreria ambulante. La sua opera, dall’evocativo titolo ADIM “Armi di istruzione di massa” (che nell’idioma originale dell’autore suona così Arma de Instrucción Masiva), nasce dalla conversione di una Ford Falcon verde del 1979, appartenuta ai cosiddetti “squadroni della morte”, punte di diamante della Guerra Sporca condotta dalla Giunta militare argentina tra la seconda metà degli anni ‘70 e i primi anni ‘80.
Il veicolo è rinato a nuova vita ospitando oltre 900 libri a copertina rigida, che trasporta per le strade di Buenos Aires, offrendo un vero e proprio punto di aggregazione letteraria destinato a raggiungere anche le aree più isolate e le persone più lontane dalla lettura. E’ lo stesso Lemesoff a spiegare il senso della sua iniziativa riconducendolo alla necessità di trasmettere un messaggio di protesta concreta, un urlo che rompa le pareti dei musei e delle biblioteche per passare oltre tutte le barriere dell’arte e raggiungere così le persone.
L’ADIM è stato creato per raggiungere il maggior numero di luoghi possibili, creando una rete di pensiero e solidarietà, che proseguirà il suo percorso sotto forma di scultura-monito dell’interazione culturale.
Via | honrarlavida.org.ar
Non è un semplice involucro, ma un vero e proprio soggetto di divinazione, “soffice teca” e preziosissimo scrigno. Mappa fresca e sottile dei desideri d’amore, territorio dalle affascinanti alture e dalla trama trasparente che lascia intravedere il reticolo circolatorio, che si inerpica nelle sue dolci vallate come un decoro di pizzo smeraldino, segreto e sottostante. “Pelle di donna” insomma alla quale è dedicata la mostra sottotitolata “identità e bellezza tra arte e scienza”, visibile presso la Triennale di Milano fino al 19 Febbraio 2012.
Un’esposizione-evento originale e, che tradisce alcune derive scientifiche, strutturata in sei percorsi a cura di Martina Mazzotta e Pietro Bellasia. Si parte da “La scoperta della pelle” con le cere settecentesche della scultrice e anatomista Anna Morandi, per proseguire con “Volto di donna” e “Mani sensibili”, impreziosite dalle miniature di antiche farmacie realizzate da Ettore Sobrero, con una “singolar tenzone” tra il Paradiso dell’igiene e l’Inferno della pudicizia, e via dicendo. Dagli stilemi della statuaria classica al simbolismo, dall’art nouveau alla pop art, una sfilata di grandi opere che si “fronteggiano nell’impresa singolare della rappresentazione vivente del bello, ideata dalla marchio inglese Boots Laboratories e dalla Fondazione Mazzotta.
Video da wwwc6tv