
In Francia l’agenzia Fred & Farid ha lanciato per Weight Watchers una campagna di quelle che non passano inosservate. Tema: la donna e il suo rapporto controverso col cibo, l’ossessione per la linea, la dieta, la forma. Una serie di rutilanti, quasi minacciosi close-up di bocche femminili nell’atto di mangiare i cibi più variegati. Un invito a godersi la vita, ad alternare e apprezzare la diversità dell’alimentazione, ma anche a liberarsi dei complessi.
L’aggressiva pop-art dello spot e delle stampe, tutte fortemente contrastate, si concentra inesorabilmente sulle lucide labbra femminili nell’atto di mordere tutto, dalla lattuga alle caramelle gommose, dal pesce crudo alle patatine fritte. Un gesto di sfida contro la frustrazione dei programmi dietetici, a favore di uno che lascia mangiare qualsiasi cosa si desidera. Le immagini, intrise di fissazione orale, sono innegabilmente suggestive, ma si muovono su uno strano crinale che le rende allo stesso tempo energiche e degradanti. C’è qualcosa di osceno in queste immagini.
Appaiono così stilizzate da rimuovere completamente ogni contatto emozionale che regola il rapporto delle persone con il cibo. E nel momento stesso in cui esibiscono un desiderio liberatorio sembrano confermare il rapporto malato dell’uomo occidentale con il cibo, tra bulimia e anoressia. Un voyeurismo glaciale di fondo, il dettaglio quasi porno, invece, confermano l’eterno vizio pubblicitario nel rappresentare la donna, qualunque sia il suo obiettivo finale.

La rivista LIFE ha sempre avuto la sua “buona e santa dose” di donne in copertina. Incredibilmente belle, “icone domestiche” o lavoratrici infaticabili, senza mai un capello fuori posto. Impeccabili nei loro abiti dal taglio sartoriale e fresche di profumi floreali, hanno incarnato miti ancora profondamente radicati e sfidato alcune convenzioni apparentemente impossibili da scardinare. Il tutto sotto un delicato ed immancabile velo di cipria.
Ma quelle sulle copertine non erano le uniche donne di LIFE. Donne erano anche alcune delle fondamentali protagoniste dell’ideazione e della realizzazione di quegli stessi famosi scatti. Fotografe come Nina Leen, Lisa Larsen & Martha Holmes che, con le loro indimenticabili immagini, hanno contribuito alla duratura celebrità della pubblicazione. Personaggi femminili d’avanguardia ai quali, a 3/4 di secolo dalla pubblicazione del primo numero (la cui copertina deve molto ad una certa signora Margaret Bourke White), è dedicata una mostra, intitolata neanche a dirlo “Le donne di Life”, e ospitata presso la Galleria Forma Foto di Milano fino all’11 marzo 2012.
Gli scatti, i ritagli e i servizi, provenienti direttamente dal nutrito archivio della LIFE Gallery of Photography di New York, tracciano un panorama affascinante, ricostruendo alcuni spaccati puntuali e, soprattutto, accompagnando, come una riflessione fatta di splendide immagini, l’evoluzione del ruolo della donna nella società, durante alcune delle sue tappe cruciali.

In occasione del ventennale della scomparsa, il Castello di Rivoli Museo d’Arte contemporanea, dedica al grande fotografo italiano Luigi Ghirri un convegno e una mostra. Il 3 febbraio si parlerà della sua opera e del suo metodo compositivo insieme ad ospiti come Marco Belpoliti, Mario Cresci, Elena Re e Andrea Bellini. L’iniziativa è la seconda tappa del progetto Le scatole viventi, inaugurato con un omaggio a Luigi Ontani.
Nelle parole del condirettore Andrea Bellini “il progetto espositivo si basa sull’idea di allestire nella Manica Lunga una sorta di narrazione in sequenza di differenti approcci alla fotografia, cercando di individuare quelle idee e quelle intuizioni che hanno contribuito in modo decisivo alla sua evoluzione negli ultimi quarant’anni”.
La personale sull’arte fotografica di Ghirri, curata da Elena Re e intitolata Projects Prints. Un’avventura del pensiero e dello sguardo, raccoglie una selezione delle prime stampe dei lavori di Ghirri. Il fotografo aveva elaborato queste stampe “in miniatura” per illustrare il suo lavoro con un metodo che lascia emergere una visione fortemente concettuale e teorica della fotografia, in linea con i princìpi guida di Duchamp e delle avanguardie storiche. La mostra sarà aperta fino all’11 marzo 2012.
Quella di Fabrice Wittner è un’arte che sta a metà tra la fotografia e la street art. Il progetto che ha ideato si chiama Enlightened Souls ed è ancora in fase di sperimentazione, come dice lui stesso sul sito, e deve essere perfezionato. In molti, infatti, gli hanno mosso critiche sui lavori, soprattutto perché sembrano photoshoppati. Si tratta di una tecnica molto particolare, che parte dagli stencil fino ad arrivare a delle immagini olografiche.
Le “anime luminose” di Wittner sono quelle delle persone che hanno perso la vita a causa del sisma che ha devastato la città neozelandese di Christchurch il 22 febbraio 2011. Il fotografo ha voluto così rendere omaggio alla popolazione, creando questa forma d’arte dall’impatto emotivo molto forte e che riproduce a grandezza naturale le anime delle persone scomparse nei luoghi della loro città. Una seconda serie di opere è stata creata ad Hanoi, in Vietnam, dove Wittner ha ricreato immagini di bambini del nord del paese. Sono in programma anche altri progetti, di cui vi daremo aggiornamenti.

Le opere e le installazioni di solito catturano tutta la nostra attenzione e ci fermiamo rapiti a contemplarle per carpirne i messaggi sottesi; ma molto, davvero molto, si può capire anche osservando gli artisti, una miniera di informazioni aggiuntive sui perchè di un certo iter creativo. Aurelio Amendola (noto anche per aver documentato le sculture del Rinascimento italiano) ha fotografato molti pittori e scultori famosi del ‘900, e adesso una selezione delle sue opere è in mostra in due sezioni alla Fondazione Marconi di Milano fino al 17 febbraio 2012.
Nelle immagini di “Pinacoteca di Ritratti d’Artista”, scattate tra il 1970 e il 2000 si vedono questi personaggi catturati nel loro habitat naturale, come De Chirico seduto in una gondola o Marino Marini in spiaggia con un cavallo (suo soggetto tipico); l’occhio dell’artista è vorace e si nutre costantemente del reale, anche la situazione più normale viene assimilata in ogni dettaglio per poi rinascere sulla tela in forme e colori nuovi e inaspettati. E Amendola era lì, passava giorni, settimane con questi maestri di cui era amico e che gli concedevano di star loro vicino.
Al secondo piano della galleria c’è la serie di foto “Happenings”, in cui l’obiettivo del fotografo si avvicina all’opera d’arte, ritraendone le fasi della realizzazione, dagli stadi iniziali al work in progress; Enzo Cucchi in azione a Pietrasanta, Recalcati che dipinge bendato, e gli scatti di Emilio Vedova nel suo studio come un camaleonte mimetizzato: felicemente imbrattato di pittura, occhiali compresi, a esprimere l’urgenza e l’impazienza dell’estro creativo. Volete saperne di più di Aurelio Amendola? Osservate bene la foto sopra.
Inaugura giovedì 19 gennaio alle 18.00 a Roma presso Palazzo Incontro la mostra Henri Cartier-Bresson. Immagini e Parole. Un’occasione per conoscere l’opera del grande fotografo francese, che ha fatto della simbiosi fra l’istante e l’eternità il principio guida della sua arte. L’esposizione è composta da una selezione di quarantotto scatti, ma la peculiarità della mostra è rappresentata dall’apparato critico e teorico, piuttosto trasversale, raccolto dai curatori. I quali hanno chiesto a intellettuali, scrittori, critici, fotografi o anche semplicemente grandi amici del maestro, un commento sulla propria immagine preferita, raccogliendo anche quelli espressi da grandi personalità del passato.
Così lo spettatore avrà per guida, nel suo itinerario, le voci di grandi autori e studiosi, come Pierre Alechinsky, Ernst Gombrich, Leonardo Sciascia, Ferdinando Scianna. E poi Aulenti, Balthus, Baricco, Cioran, Jarmusch, Kundera, Miller, Steinberg e Varda. La mostra presenta anche un volume a cura di Contrasto, con una panoramica sintetica ma esaustiva dell’opera di Henri Cartier-Bresson. Uno sguardo, il suo, sempre puntuale e profondo, attento e originale, sul mondo, i protagonisti, gli avvenimenti principali così come i piccoli, apparentemente insignificanti ma densi di vita, “attimi decisivi” che lui – e solo lui – riusciva a cogliere con la sua macchina fotografica quando, come affermava, si riesce a “mettere sulla stessa linea di mira il cuore, la mente e l’occhio”.

Maledetta lontananza. Ci pensavo quando mi è capitato sotto gli occhi il post su Aldo Tagliaferro, indimenticabile protagonista della Mac Art. Mi trovavo sul blog del critico Flaminio Gualdoni, quando mi si è accesa la lampadina, solo che stavolta non era gialla ma bianca e nera (e anche un po’ grigia naturalmente), come ne “L’io ritratto”, l’opera di Aldo Tagliaferro che mi ha letteralmente “fulminata”.
Tagliaferro, un nome che ritorna più presente negli ultimi tempi grazie a “L’immagine trovata (opere 1970-2000)”, la retrospettiva, nata dall’accordo con l’Archivio Aldo Tagliaferro e curata da Giulia Formenti, visibile al Maga di Gallarate fino al 29 gennaio. Un riconoscimento che finalmente gli rende giustizia (a poco più di due anni dalla morte) riunendo alla parte oggettiva dei suoi lavori, una preziosa serie di riflessioni metodologiche, annotate dall’artista stesso durante la realizzazione dei suoi progetti fotografici.
Perché è innegabile che Tagliaferro abbia pagato a lungo lo scotto dell’emarginazione, di quella posizione stretta che non comprese pienamente il suo spessore, come fa invece Gualdoni, preciso come un ago ipodermico nella sua definizione, e nel riconoscimento dello spazio teorico ritagliato dall’artista.
[…] Molto vicino per certi approcci alle coeve pratiche di verifica di Mulas, Tagliaferro è meno attratto dalla specificità dello statuto linguistico della fotografia e più della sua funzione di rappresentazione che si presume obiettiva, oltre che di congegno che innesca un rapporto con lo spettatore, con l’individualità variabilissima dell’esperienza di fruizione.
Via | flaminiogualdoni.com

Inaugura il 14 gennaio e resterà aperta fino al 5 febbraio, Ombre di guerra, un’interessantissima mostra fotografica negli spazi del Museo dell’Ara Pacis. “Il soldato che stringe il fucile, traumatizzato dalle bombe in Vietnam, nello scatto di Don McCullin; la veglia funebre in Kosovo di Merillon; la bandiera americana piantata su Iwo Jima nella Seconda Guerra Mondiale; il miliziano ripreso da Robert Capa colpito a morte nella guerra civile spagnola, le fosse comuni della Bosnia nelle foto di Gilles Press, la guerra nel Libano di Paolo Pellegrin. Sono solo alcune delle immagini della mostra, vere icone del nostro tempo che raccontano, una dopo l’altra, le guerre più recenti, dalla Spagna del 1936 al Libano del 2006: settanta anni di storia dell’iconografia del dolore”. In mostra novanta grandi immagini di altrettanti grandi fotografi; ognuna di loro è una proposta per meditare sul senso della nostra tradizione visiva e sociale, sul significato e la follia di una pratica insensata e dolorosa come la guerra.
Nelle parole del professore Umberto Veronese “queste fotografie vogliono essere un invito alla riflessione e poi al dibattito su come dire basta alla violenza. Per questo la mostra fa parte delle iniziative promosse da Science for Peace, il progetto che ho voluto creare per promuovere la cultura della non violenza e della tolleranza”. Mentre i curatori Alessandra Mauro e Denis Curti, che hanno selezionato le immagini, scrivono: “Abbiamo scelto un gruppo significativo di 90 fotografie per mettere in mostra il dramma della guerra e offrire una lettura critica a partire proprio dalle immagini che hanno costruito, nel tempo, una vera e propria estetica della guerra”.

Napoli è Napoli. La respiri in ogni vico, è un’aria che sa di sale, di speranza, e di abbandono. E’ uno strano miscuglio di aroma che esce dalle case per infiltrarsi ovunque. Non mi sembra così strano pensare che si insinui profondamente nelle fibre dell’anima, raggiungendo quei bottoni stretti che ormai hanno raggiunto la “dignità della chiusura”. Ed è proprio lì che si incrosta, che si sedimenta, che si deposita invasiva e discreta per farsi di nuovo avanti al momento opportuno. E questo momento arriva sempre… prima o poi. Può darsi che si tratti di una qualsiasi epifania, ma ce ne sono alcune accanto alle quali è impossibile passare indenni.
La mia prima grande epifania (nel senso greco di apparizione e rivelazione naturalmente) del 2012 si chiama Smorfia e si trova nel cortile di Palazzo Gravina in Via Monteoliveto, una delle sedi della Facoltà di Architettura del capoluogo partenopeo, dove sarà visibile fino al 20 gennaio. L’installazione, curata, organizzata e finanziata dai collettivi Terzo piano autogestito e Break Out, è incentrata sul tema del lavoro lungi da quel famoso articolo 1 che lo enuncia a fondamento della nostra stessa Repubblica. Si tratta piuttosto di un’indagine per immagini sul suo lato malsano, quello che fa rima con lo sfruttamento, e sull’umiliazione che imprime in coloro che vi si sottopongono in situazioni estranee alla dignità umana.
Il lavoro delle foto che puntellano le cartelle, è una macchina alienante, un padrone infame che si identifica pienamente con la fredda spersonificazione fattuale del denaro. E’ una mostra strana, che si presta all’esplorazione in solitario. Un tabellone sospeso da il benvenuto ai visitatori che sono invitati a perdersi nei meandri delle cartelle illustrate, disseminate su tutto il perimetro dello spazio. Un ulteriore passo per un’iniziativa, ormai giunta alla sua sesta edizione, che rappresenta una delle “punte di diamante” di quella riflessione lucida e disincantata sull’attualità, che appare ancora più doverosa in certi luoghi.
Via | napoli.repubblica.it

In una sorta di landscape art, l’artista Sara Marjorie ha utilizza gli skyline di montagna per realizzare le opere della serie Defining Mountains. L’effetto gridato è naif allo stato puro: colori ultracarichi, immagini sgranate, soggetti seriali, cornicette e carta da pacco. La domanda che sembra porsi è questa: quali orizzonti di pensiero può dischiuderci un panorama?
Qui si gioca con le stratificazioni, i layers tanto di moda negli ultimi anni, complici i software di elaborazione digitale delle immagini; e via con il ribaltamento della percezione. Il cielo si trasforma in montagna, la montagna diventa un origami, il colore si spalma a campiture su settori geometrici disegnati nel paesaggio naturale.
La Marjorie è un’artista originaria del Texas, oltre a fare la fotografa dipinge. Le montagne sono spesso incastonate nei suoi lavori, siano essi collage, fotografie o sdoppiamenti caleidoscopici, sarà che nel suo paese ci sono più di duemila “peaks”, a furia di averli sempre davanti, non puoi non inventarti nuovi modi di vederli!
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