
Alla galleria Lisette Alibert di Parigi va in scena la purezza dell’energia. Parliamo di una specie di “istantanea esplosione” che viene fuori dalla mostra “Energheia”, evento artistico dedicato al tema del tessuto, organizzato in collaborazione con la città di Montrouge. Dall’Italia alla Francia, la creatività viaggia sulle ali di seta dei materiali più preziosi e di quelli più semplici per affermare un “simultaneo diritto all’esistenza”, che vede nell’illusione artistica, la più completa delle realizzazioni.
Sembra che nella splendida cornice di Place des Vosges, il “quadrilatero dell’arte” contemporanea d’oltralpe, sia contenuta tutta la concentrazione attiva e dirompente che può essere racchiusa in quadro. Un “soffio vitale” che ha assunto la forma eterea delle opere di Hausey-Leplat, Mahé Boisel, Kako Noel H., Silue, Ester Maria Negretti, Mimmo Totaro e che prosegue nella direzione tracciata dal Miniartextil, importante appuntamento artistico comasco attualmente ospitato presso il Salons de l’Hotel de Ville di Montrouge.

Si presenta al pubblico per la prima volta 150NOISE , un interessante progetto dedicato al mondo dell’incisione. L’idea del fondatore, Antonio Vecchio, è quella di istituire una nuovo e virtuoso rapporto tra i luoghi tradizionale e virtuali dell’esibizione. Il progetto nasce come luogo d’incontro in rete, uno spazio web in cui gli artisti sono parte attiva di un processo di valorizzazione dell’arte grafica, con una particolare predilezione per la calcografia. All’interno del sito, gli artisti hanno la possibilità di relazionarsi tra loro ma anche con collezionisti ed appassionati, creando così un’effettiva rete di comunicazione.
Ma nello stesso giorno - sabato 11 febbraio - al lancio sul web di 150NOISE si affiancherà l’inaugurazione di un mostra vera e propria, curata da Antonio Vecchio e Vania Caruso e ospitata dalla Galleria 291 Est a Roma, in via dello Scalo San Lorenzo. Qui il visitatore potrà ammirare una selezione di opere realizzate dai sette “apripista” del movimento: Andrea Rinaldi, Antonio Vecchio, Fernando Di Stefano, Gianna Bentivenga, Giorgia Pilozzi, MariaPina Bentivenga, Sevak Grigorian. Le loro storie e le loro opere si possono scoprire sul blog parallelo al sito.
Artisti diversi tra loro che affrontano tecniche e tematiche differenti: dall’acquatinta al bulino, fino alla monotipia, antiche tecniche e nuovi materiali si sposano ed incontrano linguaggi contemporanei con lo scopo di conservare, divulgare e sperimentare. La grafica d’arte, finora percepita come noise- rumore di fondo, nel panorama artistico contemporaneo, vuole, con il movimento 150noise, diventare musica.
E’ senz’altro vero che nell’incisione si conserva una dimensione artistica in grado di unire tra loro suggestioni antiche e moderne. Prima fra le tutte le tecniche di “riproducibilità dell’opera d’arte”, secondo la lezione di Walter Benjamin, l’incisione è però ancora al di qua della produzione in serie dell’epoca industriale. Come ricorda Antonio Vecchio “a partire da una singola lastra calcografica, ogni stampa può far parte di una tiratura più o meno limitata. Tale aspetto è parte integrante dell’opera, così come le scelte tecniche e stilistiche, l’uso dei diversi materiali, di una o più matrici, la scelta di inchiostrare con colore o con il nero”. Ogni stampa è così a suo modo un pezzo unico, in cui si incrociano manualità e riproduzione meccanica.
Durante il vernissage gli artisti mostreranno dal vivo alcuni processi di stampa nel laboratorio della galleria stessa, dando vita ad una singolare performance creativa. La mostra è dunque anche un’occasione per conoscere meglio una tecnica artistica che ha alle spalle una solida storia e tradizione, ma che per molti è ancora un mondo tutto da scoprire.

La collezione Solomon R. Guggenheim Museum sbarca al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Una selezione di opere dell’avanguardia americana, in un arco di tempo che va dal 1945 al 1980, attraverso le più importanti tappe evolutive dell’arte americana in un secolo di grandi e veloci trasformazioni, economiche, politiche e culturali.
Il percorso espositivo prende le mosse dagli anni dell’immediato dopoguerra, con la nascita dell’Espressionismo astratto, che pose all’attenzione internazionale il lavoro di una cerchia di artisti attivi a New York. Da qui si prosegue con la straordinaria moltiplicazioni di correnti che determinarono l’evoluzione del panorama artistico americano: dalle contaminazioni provocatorie della Pop art alle riflessioni estetico-teoriche che caratterizzano l’Arte concettuale degli anni Sessanta; dall’essenzialità del Minimalismo alle rutilanti immagini del Fotorealismo.
Per il direttore del Palaexpò, Mario De Simoni,”non è un best of della collezione Guggenheim, ma una mostra che vuole dare uno sguardo speciale su questa storia americana. In più, credo che in questa città sei Pollock tutti insieme non si siano visti mai”. Nel considerare quest’epoca nodale della storia dell’arte americana, la mostra rivela anche il ruolo fondamentale svolto da Solomon R. Guggenheim Museum, che con il suo mecenatismo favorì non poco l’affermazione degli artisti giovani ed emergenti. Tra le altre opere sono esposti i lavori fondamentali di Jackson Pollock e Arshile Gorky appartenenti alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, e lo spettacolare Barge [Chiatta] (1962–63) di Robert Rauschenberg, dal Guggenheim Museum Bilbao (foto in alto).
Centocinquanta primavere ci separano dalla sua nascita, avvenuta nella capitale austriaca, il 14 luglio del 1862. Lui si chiama Klimt e lo conosciamo tutti. E’ talmente amato che i festeggiamenti per l’importante ricorrenza sono cominciati già negli ultimi mesi del 2011. Ad “aprire le danze” ci ha pensato a fine ottobre la galleria del Belvedere di Vienna con la mostra “Gustav Klimt/ Josef Hoffmann. Pionieri della modernità”, visitabile fino al 4 marzo. Uno spaccato del movimento della Secessione Viennese, di cui entrambi gli artisti furono accesi promotori.
Milano non si è tirata indietro e ospiterà, a partire da oggi e fino al 6 maggio, presso lo Spazio Oberdan, l’esposizione “Gustav Klimt. Disegni intorno al fregio di Beethoven”. A fine mese toccherà al Leopold Museum con la retrospettiva: “Gustav Klimt. Un viaggio (nel tempo)”, costruita a partire dal lascito della compagna Emilie Flöge e dalla collezione di Egon Schiele, ammiratore contemporaneo e pittore di talento.
A ciò si aggiunge l’apertura, dopo un lungo restauro, di Villa Klimt, ultimo atelier dell’artista, nel quale si trovano ancora oggi alcune opere degli anni appena precedenti la morte, come la “Donna con ventaglio” e “La sposa” . Non c’è che dire, sembra che questo 2012 sia proprio l’anno di Klimt!
Video da rogomonteiro

La rivista LIFE ha sempre avuto la sua “buona e santa dose” di donne in copertina. Incredibilmente belle, “icone domestiche” o lavoratrici infaticabili, senza mai un capello fuori posto. Impeccabili nei loro abiti dal taglio sartoriale e fresche di profumi floreali, hanno incarnato miti ancora profondamente radicati e sfidato alcune convenzioni apparentemente impossibili da scardinare. Il tutto sotto un delicato ed immancabile velo di cipria.
Ma quelle sulle copertine non erano le uniche donne di LIFE. Donne erano anche alcune delle fondamentali protagoniste dell’ideazione e della realizzazione di quegli stessi famosi scatti. Fotografe come Nina Leen, Lisa Larsen & Martha Holmes che, con le loro indimenticabili immagini, hanno contribuito alla duratura celebrità della pubblicazione. Personaggi femminili d’avanguardia ai quali, a 3/4 di secolo dalla pubblicazione del primo numero (la cui copertina deve molto ad una certa signora Margaret Bourke White), è dedicata una mostra, intitolata neanche a dirlo “Le donne di Life”, e ospitata presso la Galleria Forma Foto di Milano fino all’11 marzo 2012.
Gli scatti, i ritagli e i servizi, provenienti direttamente dal nutrito archivio della LIFE Gallery of Photography di New York, tracciano un panorama affascinante, ricostruendo alcuni spaccati puntuali e, soprattutto, accompagnando, come una riflessione fatta di splendide immagini, l’evoluzione del ruolo della donna nella società, durante alcune delle sue tappe cruciali.
Ogni tanto mi è capitato di chiedermelo: ma è più bella la mostra o la location? Gli spazi dedicati all’arte possono essere a loro volta dei capolavori, o delle esperienze da fare già di per sè; un articolo del Guardian stila la lista delle 10 gallerie di Tokyo da vedere assolutamente, prendete nota se avete in programma un viaggio in Giappone o se siete soliti avventurarvi tra i padiglioni orientali nelle fiere d’arte più grandi. Anche se è chiaro che è molto meglio visitarle in loco perchè spesso sono spazi espositivi collocati in palazzi o location degne di una guida turistica: Scai The Bath House, per esempio, è la galleria di arte contemporanea più rinomata della città, ed è collocata in un quartiere antico di case tutte di legno, come di legno è anche tutta la sua struttura; l’Hara Museum of Contemporary Art ospita le collezioni permanenti di maestri come Nara Yoshitomo e Tatsuo Miyajima ed è situato in un palazzo degli anni ‘30 in stile modernista.
La Taka Ishii Gallery è da vedere perchè è specializzata in fotografia, ed è una presenza costante alle fiere importante con Frieze a Londra; il Mori Art Museum vale la pena già solo perchè si trova al 54mo piano di un grattacielo, e dopo aver fatto il giro delle esposizioni non si può perdere la vista panoramica a 360° sulla città; lì vicino c’è poi la galleria Wako Works of Art, un must per gli amanti del concettualismo.
La Mizuma Art Gallery promuove i lavori di gente del calibro di Akira Yamaguchi, Manabu Ikeda e Makoto Aida; mentre al Watari Museum of Contemporary Art, situato in un angolo suggestivo della città, oltre a visitare le mostre di video e street-photography si può fare un giro a una fornitissima libreria specializzata in arte, la On Sundays. Arataniurano è una delle gallerie più di tendenza e Take Ninagawa è il luogo ideale per gli amanti del pop, dei messaggi irriverenti, delle sottoculture ispirate al mondo dei cartoons; chiudiamo la passeggiata culturale per i punti focali artistici di Tokyo con la Misako & Rosen Gallery, specializzata in pittura, e che offre grazie alla sua scalinata tante prospettive diverse per osservare i suoi quadri.
Foto | Flickr

Di spazio ce n’è parecchio, con i corridoi ampi ed alti e le pareti vuote. Se si escludono le reti visibili non appena si alza la testa, si potrebbe quasi pensare ad un comune magazzino. Ma le celle tradiscono la vera funzione del luogo. Perché quella di Fresnes, cittadina situata poco a sud di Parigi, è una prigione, che però ospita alcuni importanti eventi artistici. Grazie all’iniziativa dell’ACTIF (Associazione dei visitatori di Fresnes) presieduta dall’architetto Claude-Yves Mazerand, e alla collaborazione con il Servizio di inserimento penitenziario locale, sei quadri sono già stati collocati la scorsa estate nella zona tra l’infermeria e il parlatorio, un punto studiato per conciliarsi con le esigenze di sicurezza del luogo ed esser allo stesso tempo alla “portata visiva” del personale e dei detenuti.
L’esperimento condotto sotto la direzione artistica di Marcel Lubac, guida del MACC (Maison d’art contemporain Chaillioux) di Fresnes, ha contribuito ad alleggerire il clima e continuerà grazie ai finanziamenti della Fondazione Daniel & Martine Raze. E’ attualmente in corso la prima vera esposizione delle opere di Mamadou Cissé. Un “osservatore della notte” che traccia ritratti di città stravaganti e coloratissime. Esattamente il tipo di immagini che può risollevare, con i suoi grandi contrasti cromatici, la tristezza uniforme dei muri grigi e gialli, aumentando il contrasto con l’ambiente e obbedendo alle intenzioni di base enunciate dallo stesso Mazerand:
Abbiamo voluto creare uno spazio particolare e completamente antagonista rispetto a quest’universo chiuso.
Via | lemonde.fr

Sarà un evento senza eguali, quello che andrà in scena alla 999CONTEMPORARY di Roma dal 28 gennaio al 23 febbraio. L’imperdibile mostra vedrà tra gli spazi della galleria romana artisti del calibro di Banksy, Shepard Fairey, Space Invader, Ben Eine, JR, Slinkachu, Mr Brainwash, per la prima volta riuniti in una collettiva in Italia. Mostri sacri italiani e internazionali della street art, insomma. L’esposizione comprende serigrafie, digigrafie, poster e fotografie; l’ingresso è gratuito ma ad accesso limitato, visti i ridottissimi spazi del 999CONTEMPORARY. Per chi non riuscisse a partecipare all’evento, sappia che è in programma “Vandalism Vol. 2″, con data da definirsi, nei medesimi spazi. Che nascono dal recente “Occupy Wall Street“, un movimento nato dalla strada, come la street art del resto. Ecco l’originale presentazione del progetto che si legge sul sito:
“Occupy, si. Occupare processo e sostanza. Per non confonderli di nuovo perché una volta confusi questi due momenti, acquista validità una nuova logica: quanto maggiore è l’applicazione, tanto migliori sono i risultati; in altre parole, l’escalation porta al successo. In questo modo si induce l’artista a confondere facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo. In questo progetto dimostreremo che l’istituzionalizzazione dei valori conduce inevitabilmente all’inquinamento fisico, alla polarizzazione sociale e all’impotenza psicologica: tre dimensioni di un processo di degradazione globale e di aggiornata miseria. Lo dimostreremo cercando nuova ricchezza da portare in galleria.”

“La forza dell’anima” è quel sottile filrouge che attraversa tutte le opere di Maria Papa, scultrice polacca il cui destino “ha sposato” la Francia, e anche il nome scelto per la mostra curata da Flaminio Gualdoni, visitabile fino al 4 febbraio prossimo presso lo spazio espositivo Cortinaarte di Milano, nella quale saranno presenti anche alcuni gioielli artigianali realizzati dalla nipote Edith Laure Rostkowski. Una formazione in architettura e Belle Arti a Varsavia, la partecipazione attiva alla resistenza, il matrimonio con il Ludwik Rostkowski Jr, giovane politico emergente della Social-democrazia polacca, la nascita del figlio Nicolas (oggi gallerista proprio in quel di Parigi), lunghi periodi di studio nella “capitale francese dell’Arte” dove avviene l’incontro fatale con il giornalista e critico Gualtieri di San Lazzaro, fondatore e animatore della rivista XX siècle, ne hanno fatto una figura incontournable, ricchissima di sfaccettature e allo stesso tempo profondamente commuovente.
Nonostante sia impossibile descrivere appieno la sensazione di pace trasmessa dalle sue sculture levigate, ciò non toglie che la loro semplice immagine rievochi una sorta di confronto aspro, con una vita tanto dura quanto appagante, una specie di continuo camminare sul limitare di un abisso terribilmente presente, con la coscienza della responsabilità della serenità. Forse proprio per questo una delle sue opere-simbolo, dal evocativo titolo “Promesse de Bonheur”, è l’unico lavoro di un’artista non francese esposto alla sede dell’Assemblée Nationale.
Immagini tratte dall’esposizione virtuale dedicata all’artista
Via | cortinaarte.it

Le opere di Chiharu Shiota assorbono letteralmente lo spazio che occupano e quasi se ne nutrono, in una maniera che sfiora il parassitismo. Sono grandi istallazioni di filo nero che sembrano impossessarsi velocemente di tutto ciò che ricoprono, dalle figure, agli abiti, alle stesse superfici, che perdono la loro stessa specificità, trasformandosi in meri supporti per una creatività traboccante. E non potrebbe essere altrimenti vista l’enorme energia che emana dall’artista, che è stata allieva di Marina Abramovic durante gli anni ‘90, e si cimenta nella produzione di “tele di lana di ragno” che prolungano l’a/essenza del suo corpo.
Un’estensione “Infinity”, già nella sua concezione, pensata per adattarsi ad ogni spazio reinterpretandolo e rivelando nuove possibilità di intreccio, che “ha posato i suoi chiodi” fino al 18 febbraio, presso l’Impasse Beaubourg della Galleria Daniel Templon di Parigi.
Perché in fondo si tratta di una specie di tessuto, che ha la trama irregolare della vita, con i suoi nodi, le sue differenze di densità, le sue prede catturate e le sue trasparenze e la cui forma stessa degli oggetti imprigionati la dice lunga sul significato della loro cattura. Strumenti musicali, vestiti di bambole, scarpe e letti che si “spogliano” della loro finalità primaria, per raggiungere lo statuto etereo delle visioni poetiche, tracciando una mappa dalle infinite possibilità, che disegna mille percorsi allo stesso tempo, mettendo in comunicazione esistenze solo apparentemente lontane.
Via | danieltemplon.com