
Lo abbiamo acclamato in tutte le forme. Artista prodigioso, autore, scienziato e visionario, ha anticipato il corso della storia con la sua fervida immaginazione, tracciando un futuro ipotetico fatto di oggetti che ormai ci sono familiari, ma che ai suoi contemporanei spesso apparivano come vere e proprie stregonerie. Le grandi invenzioni di Leonardo sono oggi riunite in una mostra visitabile fino al 2 maggio presso il Centro de Arte Canal di Madrid.
“Da Vinci. El Genio”, mai titolo fu più evocativo per un’esposizione che, grazie alla collaborazione di ben ventinove istituzioni culturali internazionali, porta per la prima volta in Spagna alcuni tra i più straordinari oggetti partoriti dal grande maestro toscano. Diciassette sezioni per esplorare il vastissimo campo di interessi leonardeschi, dall’ingegneria militare alle macchine civili, dai bozzetti anatomici ai codici, passando per la necessaria parentesi dedicata ai segreti della Monna Lisa.
Naturalmente non poteva mancare uno spazio dedicato alle “prodezze artistiche” del Da Vinci, e, nel caso specifico si tratta di un intera vetrina centrale contenente cinque disegni originali, tra i quali uno studio per la celebre Battaglia di Anghiari, arrivati a Madrid per gentile concessione dell’Accademia di Venezia e della Pinacoteca Ambrosiana di Milano, ma anche delle famose copie di discepoli come L’ultima cena di Giampietrino, arrivata proprio in questi giorni dalla Royal Academy of Arts di Londra. L’occasione ha inoltre permesso agli spagnoli di mettere in evidenza alcune opere del “rinascimento locale” che risentono degli influssi leonardeschi, come gli schizzi, la pietà e adorazione dei Magi di Fernando Yáñez, e alcuni lavori di Fernando Llanos. Quello che invece non ci aspettati è il l’angolo gastronomico con tanto di creazioni a tema.
Via | 20minutos.es

Dopo l’enorme successo e il gran numero di visitatori raggiunti, la mostra sull’arte a Roma nell’epoca in cui visse operò il grande Michelangelo Merisi detto Caravaggio è stata prorogata fino al prossimo 18 marzo. Ospitata nei saloni Monumentali di Palazzo Venezia, Roma al tempo di Caravaggio, grazie anche alla grande attenzione riservatale dagli organi di stampa, ha conseguito risultati straordinari in termini di partecipazione: sono circa 45mila i visitatori, tra questi molti studiosi che hanno manifestato il loro apprezzamento e importanti personaggi politici, italiani e stranieri. La proroga della mostra è stata possibile grazie a una generosa concessione da parte dei prestatori che, nonostante gli impegni assunti con l’organizzazione di altri eventi, hanno preferito consentire la permanenza dei dipinti di loro proprietà fino a metà marzo.
Attraverso 140 opere provenienti da tutto il mondo, alcune per la prima volta in Italia, la mostra ricostruisce l’ambiente culturale della Capitale in cui visse e operò Caravaggio. Nell’esposizione viene preso in esame quello che si può considerare un momento cruciale della pittura italiana, che nasce negli ultimi anni del XVI secolo in una Roma ancora in crisi per il traumatico scisma luterano e si sviluppa, con forza sempre maggiore, lungo il regno di quattro importanti Pontefici: Clemente VIII Aldobrandini, Paolo V Borghese, Gregorio XV Ludovisi, Urbano VIII Barberini. Questo irripetibile momento durò circa quarant’anni, dal 1595 al 1635 e dagli avvenimenti accaduti in tale arco di tempo dipese gran parte dello sviluppo artistico europeo che si protrasse sino alla fine del Seicento.
In mostra gli artisti italiani dell’epoca - Domenichino, Lanfranco, Guido Reni, Albani - che avevano seguito Annibale Carracci nella città papale,ma anche quelli che fecero proprio il drammatico naturalismo di Caravaggio, come Orazio e Artemisia Gentileschi, Carlo Saraceni, Orazio Borgianni e Bartolomeo Manfredi (abile falsario delle opere di Caravaggio). Non manca una nutrita schiera stranieri - francesi, fiamminghi e spagnoli - presenti a Roma in quel periodo, tra i quali Valentin, Vouet, Honthorst, Rubens, Ribera.
Duchamp era un grande stratega. Maestro di scacchi e di sovrapposizioni. Credo, che le sue opere siano un frutto intimissimo di un certo modo di applicarsi ad un gioco tanto stimolante. Mi verrebbe quasi da dire che non sarebbe stato il grande artista che è stato se non avesse amato smodatamente gli scacchi. C’è un’armonia segreta nel corteggiamento infido della regina, in quel blandire accuratamente la sposa per catturare il suo muto consorte nel più perfetto dei pièges.
Una specie di democratico scenario nel quale anche l’ultimo dei pedoni può attentare alla somma autorità nemica. Un mondo in cui ognuno procede alla sua maniera, realizzando la più personale delle espressioni. Un pianeta lontano della galassia surreale, figlio di incontri di opache nebulose cubiste e di folgoranti stelle futuriste. Una terra che obbediva alla dittatura materica, che si piegava ad un fare a tratti estinto. Poi è stato Duchamp e il concetto ha cominciato a regnare da sovrano.
La pittura non dovrebbe essere solamente retinica o visiva; dovrebbe aver a che fare con la materia grigia della nostra comprensione invece di essere puramente visiva.
Video da arwen987
Dopo l’essenza della libertà fatta scultura, ecco una riflessione estetica sull’essenza stessa dell’arte. E non arriva da fonti critiche o filosofiche tradizionali, ma si tratta piuttosto di uno spaccato rubato a Retablo, il testo dello scrittore siciliano Vincenzo Consolo, recentemente scomparso a Milano, che crea una lunga parentesi nella quale specchiarsi. Un’occasione per dare forma viva e carnale alla concezione dell’arte, al suo essere fabbrica di magnifiche apparenze e necessario velo di splendore per sopportare il duro peso della realtà.
[…] Io mi chiedei allor, al di là dell’imbroglio di Crisèmalo e Chinigò, nel vedere quei rozzi villici rapiti veramente e trasportati in altri mondi e vani, su alte sfere e acute fantasie, sopra piani di luce e trasparenze, col solo appiglio d’un quadro informe e incomprensibile e la parola più mielosa e scaltra, io mi chiedei se non sia mai sempre tutto questo l’essenza di ogni arte (oltre ad essere un’infinita derivanza, una copia continua, un’imitazione o impunito furto), un’apparenza, una rappresentazione o inganno, come quello degli òmini che guardano le ombre sulla parete della caverna scura, secondo l’insegnamento di Platone, e credono sian quelle la vita vera, il reale intero, come l’inganno per la follia dolce de l’ingegnoso hidalgo de la Mancha don Chisciotte, che combatté contra i molini a vento presi per giganti, o per furore tragico d’Aiace che fe’ carneficina delle greggi credendola d’Atridi, o come l’illusione che crea ad ogni uom comune e savio l’ambiguo velo dell’antica Maya, velo benefico, al postutto e pietoso, che vela la pura realtà insopportabile, e insieme pere allusione la rivela; l’essenza dico, e il suo fine il trascinare l’uomo dal brutto e triste, e doloroso e insostenibile vallone della vita, in illusori mondi, in consolazioni e oblii. Ch’ora accattavano i villani a poco prezzo, ponendo nel cappello piumato di Chinigò il loro obolo.[…]
Immagine del pittore Salvatore Contino da diarioelsiciliano.com.ar

Fantin-Latour, Manet, Baudelaire. Non solo grandi interpreti della loro epoca, non solo geni intimamente legati per produzione o critica a quel mondo dell’arte che viveva alla metà del XIX secolo uno dei suoi più grandi fermenti, ma anche testimoni di una morte simbolica, quella di Delacroix. Maestro spirituale di un intera generazione di artisti, disposti ad identificarsi senza remore in questa specie di “idolo del cambiamento”, portato avanti come la più rappresentativa delle bandiere e soprattutto nucleo vivente di un movimento di rinnovamento che prosegue “nel suo nome”.
Ecco quindi come proprio Fantin-Latour, deluso come tanti altri dall’immagine ufficiale disposta nell’appartamento del defunto, decide di realizzare la grande tela “L’Hommage à Delacroix” che da il nome all’intera esposizione. Un lavoro che è una specie di “fotografia” dello “stato dell’arte” dell’epoca, nella quale, intorno all’effige del grande artista scomparso, si raggruppano tutti coloro che vi si riconoscono spiritualmente, e i loro nomi ci sono noti ancora oggi. Manet, Whistler, Legros, Bracquemond e un poeta-critico, proprio quel Baudelaire autore del “Pittore della Vita moderna” e di tanti Salons, che lo renderà immortale nelle sue pagine. Ecco che parola e immagine si fondono in queste figure, e nella complicata genesi dell’opera che le ritrae tutte insieme, dando origine alla mostra visitabile fino al 19 marzo presso Museo Eugène-Delacroix di Parigi.
Via | musee-delacroix.fr
L’omaggio a Delacroix in mostra a Parigi




Le dita si intrecciano, i corpi si fondono in un’estasi metallica che travalica i limiti della sua stessa forma. Dentro le figure c’è il Maestro Rodin, la sua amata allieva e musa Camille, i loro momenti di intima unione, ma anche i fraintendimenti, le incomprensioni, persino gli odi. Perché se i due scultori si amarono davvero, lo fecero sempre attraverso quel comune legame creativo che li univa ben oltre l’impeto carnale. La loro fu una comunione ufficializzata nella plastica, catturata negli istanti cruciali e fissata per sempre nell’arte. Esplicitando esattamente tutto ciò che in realtà non si sarebbe mai verificato.
In fondo si tratta di una specie di testamento, un lascito attestante il rapporto unico che li univa e la testimonianza, catturata in quella scultura che giace al Museo d’Orsay, del culmine di una traslazione che trascende l’umano sentire, per trasformarsi in mistica. La cifra della separazione, la pietra dello scandalo, resta, ed ha le sembianze di un gruppo scultoreo commuovente, intitolato non a caso la maturità (L’Âge Mûr). Un’icona di dolore che rende evidente l’ abbandono, e il gioco della ricostruzione che vede le sculture dei due artisti accostate, scivolare lungo le note del Concerto per chitarra ed archi di Vivaldi interpretato dal solista Cesar Amaro e dalla Bucharest Lyceum Strings Orchestra.
Video da Skydancer64
Oggi cade il 125° anniversario della nascita di Diego Rivera. Il Doodle di oggi (vi rimando a Google per i dettagli) ce lo ricorda con una mini rappresentazione dell’artista alle prese con un murales. Vi avevamo già parlato tempo fa di una sua opera al Detroit Institute of Arts. Prendetevi del tempo per scoprire almeno virtualmente uno degli artisti messicani più importanti del secolo, vale il prezzo del biglietto. Sarà quanto meno una scusa per chi non avesse voglia di preparare l’albero di Natale. Rivera nacque nel 1886 e visse principalmente tra Messico, Spagna e Italia. Ebbe una relazione piuttosto burrascosa con Frida Kalho, con cui si sposò due volte e divorziò una, e frequentò i più importanti intellettuali e artisti dell’epoca, tra cui Modigliani (che gli fece anche un ritratto) e Picasso.
Il suo lavoro si concentra per gran parte della sua carriera su temi sociali e politici, che trovano voce su grandi murales dai colori vivi e dai tratti molto semplificati; le sue opere ritraggono spesso momenti cruciali della Rivoluzione Messicana e diventano dissacranti quando si tratta di politica o di chiesa. Iscritto al Partito Comunista Messicano, Rivera non non risparmia nessuno, tanto da scatenare polemiche negli Stati Uniti, dove viene chiamato per realizzare diverse opere. Una su tutte - che venne in seguito distrutta : un murale al Rockefeller Center di New York raffigurante Lenin. Artista dissidente e sovversivo, può considerarsi uno dei pionieri di quella che oggi è per noi la street art: il suo scopo era quello di riappropriarsi di spazi pubblici (tant’è che la maggior parte dei suoi lavori si trova su facciate di edifici pubblici) e di intendere l’arte come impegno sociale.
“L’arte rende tollerabile la vista della vita ponendo su di essa il velo del pensiero non puro.”
Friedrich Nietzsche
Friedrich Nietzsche ritratto da Munch


Rubrica | Cos’è l’arte

“Che il segreto dell’arte sia qui? Ricordare come l’opera si è vista in uno stato di sogno, ridirla come si è vista, cercare soprattutto di ricordare. Ché forse tutto l’inventare è ricordare.”
Elsa Morante
Rubrica | Cos’è l’arte
Ci sono due cose da fare quando si ha voglia di raccontare un territorio carico di storia come il Mediterraneo: descriverlo per immagini, oppure ritrarlo nella sua più intima essenza, ritrovarvi l’eco di tutto quello che si è visto, rivisto e attraversato, nella propria stessa esistenza. E’ un po’ il procedimento seguito da Mimmo Jodice. Le sue fotografie sono quasi degli “squarci temporali”, lumi accesi nelle pupille scavate delle statue, chiaroscuri di colonne che sembrano aver conservato intatte il fascino del tempo che le ha accarezzate.
I suoi sono scorci nel tempo e nello spazio, declinazioni in bianco e nero al limite della vitalità, che sembrano scolpire nuovamente i confini della pietra stessa, rimuovendo gli insulti della dimenticanza e ricreando quella magia che animava le mani del loro creatore. Foto da un “quaderno di viaggio” eccezionale, che sfidano le ingiurie del colore, per ricollegarsi direttamente a quell’epoca che le ha prodotte e riconsegnate attraverso i secoli, agli occhi di un fotografo attento e fedele agli stilemi contemporanei!
Immagini che mi sono arrivate attraverso il profilo facebook di Hypatia et Alexandrea, una pagina dedicata alla carismatica figura di Hypatia: matematica, astronoma e filosofa greca, vissuta ad Alessandria d’Egitto, nel quarto secolo d.C. Tra i pochi casi trasmessi di martiri del Paganesimo, (a causa della sua uccisione da parte di monaci cristiani) e simbolo della libertà indomita del pensiero.