Centocinquanta primavere ci separano dalla sua nascita, avvenuta nella capitale austriaca, il 14 luglio del 1862. Lui si chiama Klimt e lo conosciamo tutti. E’ talmente amato che i festeggiamenti per l’importante ricorrenza sono cominciati già negli ultimi mesi del 2011. Ad “aprire le danze” ci ha pensato a fine ottobre la galleria del Belvedere di Vienna con la mostra “Gustav Klimt/ Josef Hoffmann. Pionieri della modernità”, visitabile fino al 4 marzo. Uno spaccato del movimento della Secessione Viennese, di cui entrambi gli artisti furono accesi promotori.
Milano non si è tirata indietro e ospiterà, a partire da oggi e fino al 6 maggio, presso lo Spazio Oberdan, l’esposizione “Gustav Klimt. Disegni intorno al fregio di Beethoven”. A fine mese toccherà al Leopold Museum con la retrospettiva: “Gustav Klimt. Un viaggio (nel tempo)”, costruita a partire dal lascito della compagna Emilie Flöge e dalla collezione di Egon Schiele, ammiratore contemporaneo e pittore di talento.
A ciò si aggiunge l’apertura, dopo un lungo restauro, di Villa Klimt, ultimo atelier dell’artista, nel quale si trovano ancora oggi alcune opere degli anni appena precedenti la morte, come la “Donna con ventaglio” e “La sposa” . Non c’è che dire, sembra che questo 2012 sia proprio l’anno di Klimt!
Video da rogomonteiro

La capitale francese “vede verde”, ed è proprio un bel vedere, non c’è che dire. Si tratta infatti delle maschere di giada esposte presso la Pinacothèque di Parigi nell’ambito della mostra intitolata “Le maschere di giada dei Maya”. Un percorso costruito intorno a quella che è stata considerata la più grande scoperta archeologica messicana dell’ultimo decennio. Si tratta di una collezione di preziosi oggetti ricoperti da tessere di mosaico, costituite principalmente di giada e arricchite con inserti in metalli e pietre preziose, rappresentanti le sembianze delle divinità del popolo maya, che coprivano i tratti degli alti dignitari per assicurare la vita ultraterrena. Non a caso sono state ritrovate proprio nelle tombe più fastose e sono accompagnate dal prezioso corredo funerario che le attorniava.
I pezzi, riuniti per la prima volta, hanno finalmente lasciato il loro paese d’origine alla volta di Parigi, dopo parecchie peripezie diplomatiche. La mostra, che avrebbe dovuto aprire i battenti giusto un anno fa, era stata annullata in ragione del momento di degradazione dei rapporti tra i due paesi coinvolti, causato dall’affaire Florence Cassez, che aveva portato anche alla cancellazione delle 350 manifestazioni previste per le celebrazioni dell’Anno del Messico in Francia. Un piccolo aneddoto, per “coprire l’imprevisto” a pochi giorni dall’inaugurazione, venne anticipata la mostra dedicata al “nostro Hugo Pratt”.
Via | pinacotheque.com

La “sorella della Gioconda” si è “rifatta il trucco” e ha deciso di presentarsi in tutto il suo rinnovato splendore, al Museo del Prado di Madrid, per la gioia degli ammiratori dell’illustrissimo originale leonardesco esposto al Louvre. L’opera, realizzata molto probabilmente da uno degli allievi del grande maestro toscano, e conosciuta fino a poco tempo fa sotto la denominazione di “Monna Lisa del Prado”, si presentava “oscurata” da un fondo nero aggiunto nel XVIII secolo.
Un accurato restauro ha rivelato il paesaggio retrostante, permettendo allo stesso tempo di datare il quadro, che può essere considerato, secondo il conservatore d’arte italiana del celebre museo madrileno Miguel Falomir, come la prima copia conosciuta dell’enigmatico capolavoro. Una versione estremamente somigliante, ma anche evidentemente “più fresca” che getta una nuova luce sulla tela ospitata a Parigi. Con i suoi colori vivi e la cura estrema del dettaglio la pittura del Prado potrebbe essere molto più vicina a come si presentava l’originale nel 1505. Sembra che le “due sorelle” si riuniranno a breve per un’esposizione temporanea. Vi terremo aggiornati su questo singolare “incontro di famiglia”.
Via | lexpress.fr
Ogni tanto mi è capitato di chiedermelo: ma è più bella la mostra o la location? Gli spazi dedicati all’arte possono essere a loro volta dei capolavori, o delle esperienze da fare già di per sè; un articolo del Guardian stila la lista delle 10 gallerie di Tokyo da vedere assolutamente, prendete nota se avete in programma un viaggio in Giappone o se siete soliti avventurarvi tra i padiglioni orientali nelle fiere d’arte più grandi. Anche se è chiaro che è molto meglio visitarle in loco perchè spesso sono spazi espositivi collocati in palazzi o location degne di una guida turistica: Scai The Bath House, per esempio, è la galleria di arte contemporanea più rinomata della città, ed è collocata in un quartiere antico di case tutte di legno, come di legno è anche tutta la sua struttura; l’Hara Museum of Contemporary Art ospita le collezioni permanenti di maestri come Nara Yoshitomo e Tatsuo Miyajima ed è situato in un palazzo degli anni ‘30 in stile modernista.
La Taka Ishii Gallery è da vedere perchè è specializzata in fotografia, ed è una presenza costante alle fiere importante con Frieze a Londra; il Mori Art Museum vale la pena già solo perchè si trova al 54mo piano di un grattacielo, e dopo aver fatto il giro delle esposizioni non si può perdere la vista panoramica a 360° sulla città; lì vicino c’è poi la galleria Wako Works of Art, un must per gli amanti del concettualismo.
La Mizuma Art Gallery promuove i lavori di gente del calibro di Akira Yamaguchi, Manabu Ikeda e Makoto Aida; mentre al Watari Museum of Contemporary Art, situato in un angolo suggestivo della città, oltre a visitare le mostre di video e street-photography si può fare un giro a una fornitissima libreria specializzata in arte, la On Sundays. Arataniurano è una delle gallerie più di tendenza e Take Ninagawa è il luogo ideale per gli amanti del pop, dei messaggi irriverenti, delle sottoculture ispirate al mondo dei cartoons; chiudiamo la passeggiata culturale per i punti focali artistici di Tokyo con la Misako & Rosen Gallery, specializzata in pittura, e che offre grazie alla sua scalinata tante prospettive diverse per osservare i suoi quadri.
Foto | Flickr

Si chiama “L’anima e le forme. Da Michelangelo a Klimt”. Si tratta della mostra dedicata al grande scultore milanese Adolfo Wildt, tanto importante quanto spesso sottovalutato dalla critica. Un’iniziativa ospitata nel complesso dei Musei San Domenico di Forlì fino al 17 giugno prossimo, che si propone di tracciare una suggestiva panoramica dell’opera dell’artista dalle modeste origini svizzere.
Non si tratta semplicemente di una retrospettiva, perché il vasto rassemblamento di opere e materiali visibili, provenienti dalla collezione della famiglia Paulucci di Calboli e dall’Archivio Scheiwiller, oltre a ricostruire le varie tappe dell’evoluzione personale di Wildt, getta nuova luce sui suoi “rapporti” con i grandi geni dell’arte classica moderna e contemporanea. Da come Fidia a Bramante, da Michelangelo, al Bernini, da Rodin, a Klimt, fino a Fontana, sono tantissimi gli artisti ai quali si legò e che in molti casi hanno tratto ispirazione da questo “cultore del marmo” capace di plasmare dalla più classica delle materie, le più moderne delle forme.
Fin da ragazzo studiai con selvaggia intensità i nostri maestri antichi. È questo studio, lungo e faticoso, l’unica fonte della mia arte e a questo aggiungo il mio potente bisogno di sincerità. (A. Wildt, 1915)
Via | mostrawildt.it

L’idea fondante del Museo napoletano tutto dedicato alle materie plastiche, passa per una passione personale, quella di Maria Pia Incutti, imprenditrice e collezionista d’arte che si è dedicata per ben trent’anni (sotto la curatela dell’arch. Nunzio Vitale) al “mondo dei polimeri” raccogliendo oltre 1.500 oggetti che sono entrati a far parte della collezione permanente del Plart. La missione di questa singolare istituzione, nata nel 2008 nel cuore pulsante del tessuto metropolitano partenopeo, passa proprio per “l’innovazione tecnologica, il recupero, il restauro e la conservazione delle opere d’arte e di design in materiale plastico”, e si propone come luogo d’incontro tra le “diverse anime” che circondano questo universo affascinante e colorato.
Perché se questa “moderna creta” al servizio della creazione contemporanea, è soggetta allo scorrere del tempo e necessità di opportune pratiche di manutenzione, ciò non toglie che il Plart ne esplori anche le innumerevoli potenzialità suggestive ed aggregative. Si tratta, in poche parole, di uno spazio polifunzionale che intreccia prospettive provenienti dal design con l’attenzione scientifica nei confronti della plastica, considerata non solo nella sua natura di materia prima, ma soprattutto nell’accezione di sostanza funzionale all’espressione artistica; configurandosi come nuova meta artistica nel variegato panorama all’ombra del Vesuvio.
Via | plart.it

C’è la storia che abbiamo studiato, le poesie di Primo Levi e di tanti altri, poi i libri, le memorie, i monumenti, i musei e i film. Ci sono le associazioni dei sopravvissuti, le giornate commemorative, le date segnate in rosso sul calendario e quant’altro. Tutti ingranaggi di un complesso apparato volto a “mantenere ben oliata” la nostra memoria. Perché non si può e non si deve dimenticare. C’è tutto quest’insieme ben congeniato di simboli e di riti, che si rinnova costantemente come una litania triste e necessaria, finché non spunta qualcosa che esula dal panorama ormai noto, per restituire spaccati intimi e nuovi.
Questo qualcosa passa per le immagini più semplici, si imprime negli occhi e resta inciso come un tatuaggio praticato nel più profondo della mente. Si tratta un altro modo di raccontare la realtà dei campi, quello che nasce dalla mano di un ragazzino e prende forma nei disegni dei sui pastelli. Sono settantanove i fogli colorati da Thomas Geve. Tredici anni. Deportato ad Auschwitz nel 1943. Sopravvissuto perché considerato adatto a lavorare come muratore e liberato nell’aprile del 1945.
La sua testimonianza passa per la carta, fragile supporto che riproduce gli originali conservati presso il Museo Yad Vashem (Ente nazionale per la memoria degli eroi e dei martiri della Shoah) di Gerusalemme, e si consolida in una mostra tratta dal volume “Qui non ci sono bambini. Un’infanzia ad Auschwitz” pubblicato da Giulio Einaudi nel gennaio 2011. Un percorso articolato in tre sezioni Auschwitz-Birkenau, Vita nel campo, Gross-Rosen e Buchenwald, che si susseguono nel Museo Diffuso della Resistenza Deportazione, Guerra, Diritti e della Libertà di Torino, fino al 13 Maggio. Come tappe di un “viaggio all’inferno”, dal quale il nostro giovane protagonista è venuto fuori per raccontare.
Via | museodiffusotorino.it
Lo abbiamo visitato in tanti, anzi in tantissimi, e anche chi non lo ha mai fatto ne ha visto almeno una volta qualche immagine. Si tratta del museo del Louvre. Uno dei luoghi dell’arte più famosi al mondo, ma anche una vera e propria “macchina culturale” che muove, nei suoi 210000 mq di estensione, una squadra di 2300 persone (divise in guardiani, tecnici, professionisti in arte e archeologia, addetti al front office e all’accoglienza clienti) che si “prende cura di un patrimonio di ben 35000 opere inserite in un contesto storico.
Questa “enorme équipe” si dedica a curare tutti gli aspetti del museo, dalla custodia alla manutenzione, senza trascurare la sicurezza e la guida dei visitatori, ma il suo lavoro si confonde nell’immane bellezza dei capolavori esposti. E’ proprio per recuperare questa dimensione nascosta ai più, che il regista Stéphane Krausz ha deciso di “svelare il dietro le quinte” di questo immenso teatro, seguendo i conservatori, gli elettricisti i pittori… nel pieno delle loro attività quotidiane. Il risultato è una passeggiata nella rete delle sale e dei corridoi sotterranei, durante la quale emergono distintamente l’attaccamento e l’orgoglio di lavorare in una delle “grandi glorie parigine”. Il tutto in un documentario che viene proiettato nella sala presente ai piedi della piramide principale.
Video da dailymotion.com
Via | films.louvre.fr

Cominciate ad armarvi di santa pazienza in anticipo, perché le file per visitare i musei parigini sono una costante che testimonia la “crescente celebrità” delle principali istituzioni culturali d’oltralpe. C’è anche da dire che, pur nel peggiore dei serpentoni (un “mostro” che occupava tutta la spianata delle piramidi del Louvre), le attese che ho “dovuto sopportare”, hanno raramente superato l’ora e mezza, e per quanto riguarda gli orari c’è da sfatare il mito del “è meglio il prima possibile”, a meno che non ci si organizzi per arrivare in loco largamente in anticipo rispetto all’apertura, non se ne trarranno particolari vantaggi.
In ogni caso, per ottimizzare il budget e evitare il “salasso da biglietto d’ingresso” che al di sopra dei 26 anni costa la media di 10 euro, si può approfittare dell’iniziativa che consente l’entrata gratuita durante la prima domenica di ogni mese, in ben 14 i musei nazionali della capitale francese. Lanciata nel 2000 da Madame Catherine Trautmann, allora Ministro della Cultura e della Comunicazione, l’idea ha contribuito a consolidare ulteriormente, il già florido amore per il patrimonio espositivo francese.
Immagine da lesitemalin.com
Via | parisinfo.com
Gli “scorci domestico-apocalittici” che emergono dalle opere dell’artista israeliano Ra’anan Lévy, hanno qualcosa di più del reale, una sorta di scintilla che sembrerebbe porle in una dimensione parallela, esistente, ma in una maniera che le è terribilmente propria. Perché i suoi soggetti, solo apparentemente familiari, rivelano delle prospettive intimamente complesse, all’interno delle nostre stesse case. Gli appartamenti vuoti prima nell’intervallo tra un inquilino e l’altro, i lavabi, i tappi e gli scoli, sono solo alcuni degli esempi di questi “disegni entificanti”.
Ma la protagonista dell’ultimo periodo, “immortalata” in gran parte dell’esposizione è l’acqua. Che scorre dai rubinetti per colare lungo i pavimenti, insinuarsi nelle fessure dei listelli di legni fino ad arrivare alle scale. Un acqua “delicata ma perentoria”, che sembra non avere alcuna intenzione di arrestare il suo corso, (anzi) che resta anche sotto forma di memoria, nelle macchie e negli aloni causati dall’umidità trasmessa. Un’acqua che sembra precipitarci inevitabilmente verso il punto di caduta, verso la scoperta dell’apocalisse che ha annichilito l’umano sul crinale di una cascata rovinosa, che si annuncia già nella solitudine degli ambienti, per restare, unica testimone di vita e di morte.
Se ne parliamo proprio adesso è perché, e questi stessi lavori su tela e su carta, ad olio, pastello o tempera, ai quali facciamo riferimento, è stata dedicata una mostra, visitabile fino al 12 febbraio, presso il Musée Maillol di Parigi. In quella stessa capitale francese, “patria d’adozione” dal 1989, dopo l’affezionata Gerusalemme, nella quale Lévy ama trascorrere gran parte del suo tempo.
Immagini da museemaillol.com