
Inaugura il prossimo venerdì 19 marzo presso la Galleria Luigi Proietti di Roma una grande retrospettiva su Paola Epifani, in arte Rabarama, artista nata a Roma nel 1969. Un centinaio le opere in mostra, tra scultura e pittura, in un allestimento che tenta di avviare una riflessione sulla sua complessa e sfaccetata produzione.
Trasferitasi a Padova, Rabarama ha subito proiettato la propria ricerca su scala internazionale, dal Messico agli Stati Uniti, dalla Francia alla Cina. Pur avendo cominciato seguendo un impulso non figurativo, che l’ha avvicinata, in certi esiti, all’opera del grande Lorenzo Viani, Rabarama ha pian piano siluppato una propria poetica simbolico-realista.
Col passare del tempo, l’armonia plastica è divenuta centrale nelle sue composizioni scultoree, in cui prendono sostanza esseri di forma umanoide, creature nel bozzolo o semplicemente semi di uomini che saranno.
In occasione del MiArt-Now, la fiera d’arte contemporanea che si terrà dal 26 al 29 marzo, la galleria Spirale di Milano propone l’anteprima della mostra “Gli avanzi di Dio“, che inaugurerà castello Pozzi, nuovo polo museale milanese.
Il titolo e il tema della mostra si ispirano direttamente al libro “Daniel Spoerri gli avanzi di dio”, scritto da Matteo Maria Rondanelli, e sicuramente il protagonista sarà l’artista (classe 1930) romeno, uno dei fondatori, negli anni Sessanta, del Nouveau Realisme. Ma non solo: insieme alle sue opere si potranno vedere lavori di Andy Warhol, Mimmo Rotella, Hans Hartung.
Alessandro Valeri, Angelo Maineri, Ugo Nespolo e Helidon Xhixha, inoltre, saranno i protagonisti della sezione di Arte contemporanea (Contemporary). Un’ottima occasione per vedere una mostra che sarà preludio di un nuovo polo culturale di Milano, e per vedere opere di grande spessore.
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Let there be gray! - Lascia che ci sia grigio! In questo e molti altri divertenti slogan che appaiono nei suoi lavori, c’è racchiusa buona parte dell’ironia della sua poetica. Tim the Young è un artista tedesco, nato nel 1972 a Bad Oeynhausen, cittadina termale nel North Rhine-Westphalia. Cresciuto a Minden, oggi vive a Bielefeld. All’età di sedici anni ha tagliato i primi stencil, una passione che l’ha nettamente folgorato a partire dal 2002, anno in cui la sua produzione artistica ha cominciato a divenire più costante e concreta.
Si parte dai primi lavori, più fotografici e narrativi, legati a un’iconografia pop-surrealista, che si nutre della mitologia del cinema, della moda, del glamour, realizzati sia su tela che sui 33 giti in vinile. Si passa alla divertente serie di ads vintage del 2005, ispirata alle vecchie pubblicità di saponette, chewing-gum, sigarette, ansiolitici. Il nome del brand viene ogni volta sostituito dai claim dell’artista, che inneggiano ad amore, giustizia, rispetto, onestà. Sembra quasi che le merci si ribellino, al destino crudele che le vuole portatrici solo di un messaggio vuoto ed commerciale.
Nel 2007 l’ultima trasformazione, Tim the Young diventa grigio. All is gray, Happy Gray! Gli ombrelli sono prodotti per un domani… grigio, così come la sua tecnica di colorazione è in scala di grigi. Cani, piccioni, topi, elefanti e bombolette…tutto contribuisce alla causa per un domani più grigio. Quasi una propaganda dal basso, dove persino la statua di un angelo in preghiera tiene in mano la mascherina di uno stencil. Nella galleria di immagini che vi proponiamo trovate una breve rassegna di oltre sette anni della produzione del “Giovane”, ben documentata sul suo sito ufficiale.
Una delle maggiori collezioni d’arte americane è pronta ad essere messa all’asta da Christie’s New York. Sidney and Frances Lasker Brody, di Los Angeles, hanno messo insieme una fortuna in opere d’arte valutata almeno 150 milioni di dollari.
La collezioni comprende nomi del calibro di Henri Matisse, Alberto Giacometti, Henry Moore, Georges Braque, Edgar Degas e Edouard Vuillard. Ma il vero fiore all’occhiello della stessa è un nudo di Picasso. Si tratta di una delle più grandi e preziose raccolte di arte moderna mai messe insieme da una singola generazione di collezionisti.
Solo il Picasso (intitolato “Nudo, foglie verdi e busto”) potrebbe valere più di 90 milioni di dollari. Raramente è stato visto in pubblico. La collezione cominciò con una scultura di Henry Moore che Sidney Brody mise sotto l’albero di Natale per sua moglie. Da lì, si è fermata solo oggi.
Proseguirà fino all’11 aprile, e non fino al 7 marzo, come previsto, la mostra “Mito e bellezza” a palazzo ducale di Lucca. La mostra, dopo aver girato Parigi e Roma, è giunta a Lucca con i suoi oggetti preziosi, testimoni del rapporto tra Napoleone e Emile Maurice Hermès, inventore della celebre casa di moda. Si tratta di un’esposizione che concede poco (o nulla) al vezzo, ma intende indagare i reali rapporti tra i due.
E sono stati rapporti molto stretti, a quanto pare: ad essere esposti saranno gli oggetti preziosi e le opere d’arte del periodo imperiale direttamente ispirate alla figura e al clima culturale napoleonico. Non solo, dunque, i quadri di Alexandre Sauerweid e di Pierre Marinet, ma anche i piatti dell’imperatore realizzati dalle celebri manifatture di Sèvres.
E non potevano mancare i foulards che Hermès inventò prendendo spunto dal fazzoletto da collo indossato ancora oggi dai soldati, e che nel tempo è diventato un’icona degli accessori femminili. 900 metri quadri di esposizione per ripercorrere opere d’arte, moda, e storia tra le sale di uno splendido palazzo.
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Il New York Times si è posto una domanda molto concreta e accattivante: “Caravaggio ha spodestato Michelangelo?” Ci sono voluti 5 secoli perché il sorpasso avvenisse, ma è avvenuto.
Almeno dal punto di vista delle pubblicazioni scientifiche, come ha notato, statistiche alla mano, uno storico dell’arte canadese, Philip Sohm, dell’Università di Toronto. Dei due Michelangelo della pittura (Caravaggio si chiamava in realtà “Michelangelo Merisi”, ed era originario di un piccolo paese vicino Bergamo: Caravaggio, appunto), il più maledetto, schivo, ardentemente pericoloso dei due, negli ultimi 50 anni vince a mani basse.
Ma, sempre secondo Sohm, non si tratta certo di una sola questione di critici e storici, anche se il fenomeno della “Caravaggiomania” sia senza dubbio partito dai nostri Lionello Venturi e Maurizio Calvesi, che nel corso del ‘900 (prima e seconda metà) tanto hanno fatto per rivalutare un maestro quasi “condannato” dalla storia. Il pubblico va matto per le grandi mostre di Caravaggio, quale che sia il loro tema conduttore, quali che siano gli artisti che gli vengono affiancati.
Ecco cosa significa davvero essere “avanti per i propri tempi”. O essere anticlassici nel proprio tempo, cioè nuovi classici.
Dall’11 marzo al 24 aprile i delicati alberi dipinti da Lucas Reiner arrivano a Roma per una personale dedicata all’artista dalla Galleria Traghetto.
Reiner inizia la sua carriera di “ritrattista” di alberi metropolitani attratto dalla tenacia che questi esseri dimostravano nel sopravvivere alle condizioni di Los Angeles, sua città d’origine. Se parliamo di ritratti e non di paesaggi è per un motivo specifico. L’artista rimuove completamente il contesto e l’ambiente circostante, costringendo il nostro sguardo sulle forme insolite che gli alberi hanno assunto pur di resistere e continuare a vivere. In questo modo, querce e betulle dalle chiome recise e con i rami tagliati vengono assunte a metafora della straordinaria tenacia della natura nella lotta alla sopravvivenza.
E devo ammettere che davanti all’inquinamento, al traffico e ai pesanti interventi edilizi delle città provo il suo stesso stupore e ammirazione nel guardare gli alberi di Roma, sapendo che ci sopravviveranno.
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Circa 150 minature, dal 12 marzo al 6 giugno, orneranno le sale del Mao (Museo di arte orientale) di Torino. Si tratta della collezione Ducrot, che raccoglie dei preziosissimi a tempera su carta risalenti a un periodo compreso tra il XVII e il XIX secolo, quando nell’area nord-occidentale e centrale del sub-continente indiano la resistenza dei principi indiani Rājpūt si contrappose all’impero musulmano Mugal.
Si tratta di un patrimonio inestimabile: questa tecnica è erede della tradizione religiosa dei testi miniati, una delle più raffinate tra quelle orientali. Tratti netti, campiture di colore, una iconografia classica e ben definita mettono in scena soggetti della tradizione religiosa indiana. Un modo per immergersi nella tradizione di un popolo antico attraverso la bellezza delle sue arti e della cultura.
Infatti, non si apprezza soltanto la tecnica o la fattura delle miniature, ma ciò che ci esse ci possono restituire dei costumi e delle credenze religiose di questo popolo: i loro modi di produrre musica, i testi poetici, la vita di corte: tutto è filtrato attraverso l’eleganza e la semplicità formale di queste composizioni pittoriche.

Chux Redux è la prima personale in Italia di Kate McCarthy, artista australiana classe 1974. La mostra andrà in scena dal 13 marzo al 22 aprile 2010 a Reggio Emilia, presso lo spazio CSArt. Organizzata in collaborazione con gli australiani di Retrospect Galleries di Byron Bay, l’allestimento è a cura di Chiara Serri.
Chux Redux propone gli ultimi acrilici della McCarthy, caratterizzati dall’uso di campiture cromatiche piene e inserti di scottex. È il revival della carta da cucina, su cui i bambini amano scarabocchiare. Una pittura infantile solo nelle forme, che si compone di più strati, tela, carta, acrilici.
Sono forme elementari ma seducenti, che scaturiscono dalla libertà espressiva dei bambini e guardando più da vicino si riconoscono un uccellino, un camion, un bruco. Per quest’artista l’impeto creativo risponde ad un’urgenza primaria, fare, creare, dà sollievo, piacere, soddisfazione. Magari ogni dipinto fuoriesce da un ricordo, un’atavica sensazione, e si riduce o si amplia – sinesteticamente, coagulandosi nelle forme di colore di un quadro.
Grazie all’esame ai raggi ultravioletti sono riemerse parti di affreschi eseguiti da Giotto nella Cappella Peruzzi in Santa Croce a Firenze. Le ricerche sono state finanziate dalla Getty Foundation di Los Angeles e dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, che da decenni si occupa del restauro conservativo e del mantenimento dei capolavori di Giotto di Bondone.
Per superare alcuni limiti imposti dalla tecnica dell’affresco il maestro fiorentino utilizzò una tecnica di pittura a secco. Col tempo i leganti proteici sono venuti meno e sono riemerse tracce dell’immagine sottostante.
Adesso gli esperti (oltre 35 al lavoro sugli affreschi diella Cappella Bardi e della Cappella Peruzzi - nella foto) si aspettano molto dalla scoperta. Anzitutto dal punto di vista conservativo, questo caso fungerà da esempio. Poi dal punto di vista contenutistico, i nuovi cicli pittorici fanno riemergere le pitture nei lunettoni: il Cristo mietitore, il panneggio del San Giovanni Evangelista, la Donna col Bambino in culla e i decoridel del Banchetto di Erode.