Lo strumento di Caravaggio. Intervista al Prof. Antonino Saggio

Lo strumento di CaravaggioQuella di Caravaggio è una delle figure più affascinanti e controverse della storia dell’arte; la sua immagine di “pittore maledetto” ha colpito la fantasia di molti. Eppure l’importanza della sua produzione pittorica, nell’evoluzione delle forme artistiche, è stata apprezzata solo in tempi relativamente recenti.

Il Prof. Antonino Saggio, architetto e urbanista, docente di Progettazione all’Università “La Sapienza” di Roma, nel suo ultimo volume dal titolo Lo strumento di Caravaggio (edizione Kappa) spiega il ruolo che i nuovi mezzi tecnici impiegati dal grande pittore lombardo hanno avuto nella rivoluzione artistica da lui condotta.

Artsblog lo ha intervistato per voi.

Cosa dice di nuovo il suo libro sulla tecnica del Caravaggio?

Il titolo del libro anticipa il contenuto, che in una parola è questo: ormai è assodato che Caravaggio usa tecniche pittoriche nuove di sua invenzione e che queste tecniche oltre che l’uso dello specchio contemplavano i sistemi ottici e la camera oscura. Il libro spiega il rapporto tra la presenza di questi nuovi strumenti e la visione rivoluzionaria di Caravaggio. Visione che si basa sull’idea secondo cui lo strumento non è mero utensile, bensì materializzazione dello spirito. Proprio lo sguardo nuovo consentito da questi strumenti conduce il pittore in una direzione del tutto inedita e rivoluzionaria.

E tutto questo non era ancora emerso dalle riflessioni degli storici dell’arte sull’opera del Caravaggio?

Raramente gli storici si occupano degli strumenti tecnici dell’arte pittorica. Questo campo di riflessioni è invece strettamente legato al lavoro teorico che ho finora svolto sull’impatto dell’informatica sulle nuove ricerche architettoniche.

In cosa consiste e a cosa è dovuta la modernità del Caravaggio?

Bisogna intendersi con il termine. Se si allude ad una estetica di rottura e cambiamento, come scrivo da più parti, Caravaggio è l’interprete di una rivoluzione che procede, per così dire, “dal basso”.

Che vuol dire?

Vuole dire che, come Galileo, Caravaggio ribalta il sistema dei dogmi, delle regole e delle imposizioni e predilige un approccio terreno, che parte dal basso. Nel caso di Galileo tutto ciò si traduce nella sperimentazione scientifica e nella creazione di nuovi strumenti tecnici che ribaltano lo sguardo (primo fra tutti il cannocchiale). Nel caso di Caravaggio in mille aspetti della sua pittura. Nel libro faccio diversi esempi: si pensi al quadro della Madonna dei pellegrini o alla Rivelazione di San Paolo. Ma la modernità di Caravaggio può essere intesa anche in senso “cronologico”…

In che senso?

Caravaggio è uno dei primi anticipatori di una creazione che si basa sull’attimo, sul flash, sull’istante inconcepibile per una logica rinascimentale, ma essenziale per la visione moderna. È una concezione che comincerà a diffondersi con l’impressionismo.

Il Caravaggio può considerarsi, secondo lei, un pittore laico?

Caravaggio ha una religiosità che si ispira al pensiero e all’azione di Carlo Borromeo e ai movimenti pauperistici. In questa dimensione il pensiero religioso del pittore, se vogliamo usare delle immagini, trova espressione nei piedi sporchi dei pellegrini e non nel manto celeste dei santi. Quindi non concentrerei l’attenzione su una opposizione laico/religioso. Il tema interessante è invece il processo, il movimento che anima la sua religiosità, che è come abbiamo detto dal basso verso l’alto. La cosa importante è come e perché questo sentimento si combini indissolubilmente con la struttura compositiva dei quadri, con la presenza della luce chiaroscurale, con l’uso degli strumenti ottici, con il ricorrere ad amici e persone del popolo come attori delle sue scene e alla fine come tutto si incorpori in una nuova visione del mondo, in una estetica, che apre uno sguardo nuovo sulla realtà.

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