Le opere di Elisa Camboni sembrano sviluppare, in tante suggestive varianti, un unico paradosso, indagando e illustrando quell’area di confine che separa (e, nel contempo, unisce) la percezione sensibile e la rappresentazione oggettiva del mondo, una zona in cui non è agevole distinguere le geometrie astratte dalle forme imperfette del reale.
Gli accostamenti cromatici paiono obbedire alle regole grammaticali dell’esperienza empirica. Gli ambienti sono ritratti in modo realistico, ma non sempre risultano immediatamente riconoscibili. Tranne che in alcuni casi (come, ad esempio, nei quadri che rappresentano fondali marini), solo il titolo rivela del tutto il soggetto dell’opera. E qui appunto sta il paradosso: il titolo, contributo esclusivo dell’Autrice, dà completezza alla realizzazione artistica, conferendole un’oggettività quasi iperrealista. L’opera riesce ad essere identificata come una riproduzione fedele di un determinato contesto naturale in una sorta di processo maieutico, grazie al suggerimento della sua creatrice.
Gli scenari della Camboni vivono di un’inquietudine post-moderna, scaturendo da un’interessante ricerca sul rapporto tra soggetto e oggetto nel processo di percezione e di riproduzione artistica. Sono in qualche modo opere decostruttiviste, ma nel contempo rivelano una salda fiducia nel colore quale dato strutturante la realtà.
Elisa Camboni vive e lavora a Roma e ha all’attivo numerose mostre personali e collettive. Le foto sono tratte dal suo sito.
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