Intervistando la crisi con Marc Garrett [Part 2]

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marc garrett

Eccoci finalmente giunti alla pubblicazione dell’intervista con Marc Garrett, super-preannunciata. Ma aspettare qualche giorno, devo ammetterlo, ne è valsa la pena. L’intervista è il concentrato densissimo di quindici anni di attività permanente - svolta online e off-line e a livello globale - dove l’arte, l’impegno nella trasformazione attiva della realtà, una profonda riflessione politica che si affaccia sul mondo contemporaneo, si incontrano sul terreno comune della new mwdia art, delle nascenti comunità in rete, dell’hacking sociale e tecnologico

Marc è il promotore della lista NetBehaviour e del progetto Furtherfield insieme a Ruth Catlow, sua compagna di vita, tra le primissime esperienze in Inghilterra e in Europa ad occuparsi di arte e nuove tecnologie: siamo negli anni ‘90, gli albori del web, quando il web non esisteva ancora, gli internauti si incontravano sulle BBS, le linee telefoniche venivano squattate per connettersi. Ma Marc è anche un artista (proviene dalla srteet art), uno scrittore, un curatore, un gallerista, una fonte di informazione diffusa e gestita attraverso diverse mailig list e piattaforme, un attivista “creativo”. in tutto ciò, non è un accademico, come egli stesso afferma decisamente, ma un “disilluso proletario a cui è capitato di fare l’artista“: per dieci anni lavora con gli outsider della strada - barboni e senzatetto spesso con problemi di dipendenza da alcol e droga - che lo mettono profondamente in comunicazione con la sofferenza, l’esclusione, i comportamenti estremi a cui può giungere un essere umano. E tutto questo Marc se lo porta dentro, nel suo lavoro, nelle sue opere, nella galleria HTTP che sono riusciti ad aprire nel nord di Londra, e che adesso ospita molte delle attività (mostre, esposizioni, performance, residenze artistche) sviluppate intorno al network.

Ma tutto questo ve lo racconta Marc stesso nell’intervista, che vi farà addentrare non solo in una Londra alle prese con i tagli e il crescente numero di disoccupazione, ma anche network e pratiche collaborative che diventano opere d’arte e, viceversa, opere che sono network di mobilità e distribuzione come il “Feral Trade Courier” (Lo spedizioniere selvaggio); coperte patchwork in html; Giochi Olimpici di Mangiatori di Ciambelle e Salto Concettuale; storie di artisti che oggi, non in un passato più o meno remoto, hanno subito la violenza delle istituzioni. Riassumere questa intervista è abbastanza difficile e non lo voglio fare, ma a Marc abbiamo rivolto due domande cruciali: una valutazione sulla crisi attuale e se la crisi può trasformarsi uno stimolo per il networking, pratica così centrale in quei processi che alimentano la new media art.

Entrambe le risposte sono state esaustive, estremamente documentate, squisitamente politiche, profondamente estetiche: dietro ci sono l’atteggiamento e la tensione di un artista contemporaneo (o semplicemente di un essere umani contemporaneo, come lui stesso afferma) che ha deciso di affrontare la realtà e guardare in faccia il mondo in cui vive e il cui atto, espressivo o artistico, è da ciò imprescindibile.

Buona lettura.

- Chi è Marc Garrett e come sono nati NetBehaviour e Furtherfield: una breve introduzione per i lettori italiani.

Furtherfield crede che attraverso il coinvolgimento creativo e critico delle pratiche artistiche e della tecnologia la gente possa trovare ispirazione e diventare attiva e co-creatrice delle proprie culture e società. Forniamo e collaboriamo con piattaforme per creare, comprendere, discutere e apprendere pratiche sperimentali che trovano il loro punto di intersezione fra arte, tecnologia e cambiamento sociale.

“Furtherfield.org è stato creato nel ‘96 dall’artista Marc Garrett e da Ruth Catlow come una risorsa online e luogo di incontro per artisti dei nuovi media globalmente distribuiti.
All’inizio è stato concepito in risposta al modo in cui YBAs (Young British Artists) dominava la scena artistica inglese, con il risultato di averla tasformata in un clan di elitisti, nonostante l’alternarsi di una gran quantità di attività artistiche.
Attraverso Furtherfield.org hanno iniziato a partecipare e a promuovere produzioni artistiche online indipendenti e discussioni. Come organizzazione prevalentenete organizzata online, da molti è stata paragonata al network newyorckese Rizhome.org e ai portali di arte UK-based Low-Fi media, ma ha fatto dell’approccio aperto, collaborativo, sperimentale al networking artistico il suo tratto distintivo.

“Il background di Garret è quello della street art ed è stato uno dei personaggi chiave nel primo dibattito sull’arte arte orientata alle BBS con personaggi del calibro di Heath Bunting. Catlow, frattanto, si formava come come scultrice e iniziava ad utilizzare i nedia di rete per registrare le reazioni dell’audience alle sue opere in spazi pubblici. Presto vengono coinvolti in Backspace, un (ormai definto) laboatorio fisico di apprendimento, produzione e discussione sulla creatività on-line, dove molti pionieri della net-art e collettivi con base in UK hanno coltivato il proprio talento. Tra questi: Rachel Baker, Graham Harwood, Thomson and Craighead e i Mute. Ugualmente Garrett e Catlow sono stati fra i primi partecipanti a liste quali Syndicate e Rhizome, accanto a net artisti come Vuk Cosic e Natalie Bookchin, e voci critiche fra cui Josephine Bosma e Timothy Druckrey.” [ fonte: Charlotte Frost. First published: a-n.co.uk April 2008]

Dal 1996, i siti i progetti e la comunità di Furtherfield - attraverso cui ci riferiamo anche agli altri progetti del network - a preso forma e si è estesa a più di 600 membri fra collaboratori, attivi a diversi livelli e con un audience di circa 26.000 fra utenti/lettori regolari, che tende ad espandersi. Le attività e i progressi sono in crescita costante per scopi e ambizione. Le attività principali di recensione, critica e discussione state dirette, sostenute e indirizzate grazie ala ricerca, le competenze e l’energia del team di Furtherfield, e a quella dei diversi gruppi di iscritti e utenti: un attività prevalentemente volontaria. Alcuni progetti che facilitano la collaborazione profonda fra programmatori e artisti e artisti e programmatori hanno ricevuto delle sovvenzioni pubbliche. Dal 2004 Furtherfield ha inaugurato una galleria dedicata alla networked media art, la HTTP, con sede nel nord di Londra, e ha ricevuto fondi strutturali dall’Arts Council of England per favorire il consolidamento e sviluppare la sostenibilità delle sue attività.



La galleria è uno spazio dedicato a progetti in rete, eventi, esibizioni, residenze artistiche. Dai suoi uffici di HTTP, Furtherfield crea e mette a disposizione infrastrutture per commissioni, eventi, esibizioni, internships, networking, progetti partecipativi, scambi fra pari, pubblicazioni, ricerca, residenze, collaborazioni e workshop. Anche se le attività di Furtherfield sono orientate al lavoro on-line, attraverso le sue piattaforme, le comunità e i progetti in rete: l’organizzazione, nello stesso tempo, mantiene connessioni con spazi fisici. Il network è cresciuto in popolarità e ha portato nuovo pubblico alla media art, riuscendo a supportare le pratiche attraverso la scelta di progetti capaci di far presa sul pubblico locale come su interessato alla media art: abbiamo anche una crew dedicata che lavora con noi.

- Vivi e lavori a Londra, una delle borse maggiori del mondo: quali sono i segnali della crisi finanziaria? Quali le ripercussione sulle attività che porti avanti con NetBehaviour/Furtherfield?

Una delle cose che trovo più ironiche di vivere a Londra è che, anche se vivi in parallelo con i più grossi player del mercato globale, c’è anche molta povertà. Ho abitato a Londra dal 1993, mentre diversi artisti e coetanei iniziavano l’università o il college ho lavorato in diversi centri per senza tetto. Ho imparato molto della povertà, dell’isolamento sociale e delle conseguenze profonde che ciò genera nelle vite delle persone. Ho fatto questo per circa 10 anni e sono stato testimone di alcune forme estreme del comportamento umano: il lavoro si svolgeva principalmente con senza tetto maschi e io ho sempre avuto una fascinazione particolare verso il ruolo dell’uomo nella società. Loro perdono famiglia, legami con la comunità e spesso sono dipendenti dall’alcol, dalla droga o da entrambi. Recentemente le statistiche prodotte da “Crisis“, una delle più importanti organizzazioni inglesi che si occupano di senza tetto, estimano che nella meravigliosa Gran Bretagna i senza tetto sono circa 400.000, a cui bisogna aggiungere una popolazione sommersa di senza tetto che raggiunge i 400.000. In tutto 800.000 persone [per approfondire, consulta le statistiche prodotte da Crisis]

- Il tuo lavoro è sempre stato caratterizzato da un esplicito impegno su tematiche critiche e politiche: come valuti la crisi in corso?

La mia motivazione personale e la mia pratica artistica ha sempre avuto elementi di pensiero critico e una coscienza che include il punto di vista politico, che si sia trattato di un opera d’arte o espresso attraverso altre forme di esperienza comunicativa, come discussioni, scritti o attivismo creativo. Non sono un accademico, ma un disilluso proletario a cui è capitato di diventare un artista, che si è formato da solo e che ha avuto a che fare con uno strano sistema di classe inglese che ha creato differenze attraverso il suo sistema educativo, le condizioni di lavoro e colonialismo nazionale e internazionale. Sono diffidente verso le ideologie e il tratto utopico. Sono un mutante, come immagino molti altri. Un ibrido, un prodotto umano di un mondo che sembra dominato da ideologie e meccanismi di produzione, potere e sfruttamento. Non sono un anarchico, socialista, umanista, liberale, ecologista, situazionista, femminista, marxista, rivoluzionario o evoluzionista - Sono tutto questo e anche di più. Essenzialmente, un essere umano che esplora la realtà giorno per giorno. Non credo che per sfidare ciò che tu senti intimamente sbagliato, devi seguire una specifica ideologia che va a senso unico. Per sviluppare e apprezzare il mondo e la sua complessità, bisogna rimanere aperti a vari approcci e a varie possibilità.

Valuto la crisi in modo diversi e la vedo inserita in un quadro di interessi più ampio. Ci sono molti avvenimenti che riflettono come l’arte sia parte di questa crisi. Dal momento che adesso viviamo in un mondo globalmente connesso, le dinamiche locali sono influenzate da qualcosa che sta succedendo in un altro posto. I giochi olimpici sono un buon esempio di un tipo di approccio che ha effetti sulle differenti culture perché si hanno luogo in parti diverse del mondo. La Gran Bretagna li ospiterà nel 2012 e l’enorme pubblicità intorno ai Giochi è sempre stata presentata come un’influenza positiva per la cultura in senso lato, e in particolare come un’opportunità economica e una rigenerazione del tessuto locale. Eppure questo circo globalizzato ambulante è piuttosto un occasione per le corporation di fare grassi guadagni che un cambiamento in meglio per la società. Il Canada, a Vancouver, ospiterà i Giochi del 2010 e “i quartieri più poveri del Canada hanno adottato un programma chiamato “Buy it or Guard it” attraverso di cui prendono di mira edifici pubblici che sono occupati, in attesa che siano convertiti in alloggi sociali. Così in breve tempo tre edifici sono stati presi di mira e la risposta del governo è stata una massiccia repressione della polizia e l’arresto degli squatters e di chi li supportava.” [fonte: Martin Slavin]

Con la massa crescente di povertà che esiste in UK, da parte del governo sarebbe un atto logico e profondamente corretto reindirizzare i fondi del progetto Olimpics 2012. Spendere questi miliardi in qualcosa che serva realmente alla comunità, come case a prezzi abbordabili, investimenti atti a creare lavori “realmente” decenti per quelli che li stanno perdendo in questo momento, e occuparsi più seriamente di questioni legate al surriscaldamento globale. Nonostante ciò, la lezione della crisi attuale per loro non è sufficiente. Sembra che continueranno la loro marcia a finanziare le glassi agiate, cosa che sembra di gran lunga più importante. In realtà, i fondi trasferiti da vari organismi che si occupano di arte per i Giochi Olimpici, dovrebbero essere restituiti. ” L’ultima causa di preoccupazione è il calo significativo nell’Arts Council England Grants per il fondo alla Lotteria dell’Arte, che quest’anno è di 54 milioni, 30 in meno dell’anno scorso. Se apprezziamo e comprendiamo il fatto che questo deficit è causato da molteplici fattori, rimane una notevole diminuzione nei fondi dedicati all’arte”. [Approfondimento sul budget dei Giochi Olimpici per Londra 2012]

Uno dei gruppi che ha iniziato una critica giocosa sulla questione è “Grunts for the Arts”. “Come probabilmente - e augurandocelo - nell’aprile del 2007, siamo usciti dalla porta laterale dell’utero della creazione artistica e siamo diventati un veicolo sportivo scintillante con cui gli artisti possano (iper)ventilare le loro preoccupazioni che riguardano la decimazione dello schema Grant for The Arts dell’art council. la nosra filosofia da quel momento è stata che se i soldi dovevano essere spostati dalle arti per finanziare le Olimpiadi di Londra del 2012, allora era nostra responsabilità - nah, il nostro imperativo divino - di fare considerare gli artisti come sportivi.” [ link al progetto]

Il primo Grunts dell’Arts Sports Day ha avuto luogo presso Hackney Marshes, che fa parte del sito olimpico 2012. Si tratta della versione creativa di un tipico evento sportivo, che comprende una staffetta da 2 metri per ogni giocatore, una competizione olimpica per mangiatori di doughnut, una gara di “Salto Concettuale”. L’evento si è concluso con il contributo al calcio di Richard Dedominici: “Triball”, dove tre squadre giocano con tre porte e due palloni. La parodia di Grunts For The Arts rivela la disperata battaglia a cui l’arte deve far fronte in senso lato. [Approfondimento: mobilitazione di artisti contro i tagli in Canada, 6 ottobre 2008]


Questo mi fa capire che il mondo ha fatto dei passi indietro, rispetto al “non” supportare l’arte. Quando si considerano le giustificazioni fornite a questo tipo di azioni, si realizza come le scuse decenti siano poche e molto distanti fra loro, le argomentazioni prive di sostanza. Ad esempio, i recenti tagli del Canada sono stata alquanto maldestramente giustificati dal primo ministro, Stephen Harper, con una flippante retorica, troppo facile da sostenere, che mostra quanto egli non sia interessato a dare una voce in capitolo a quelli che sono coinvolti nella questione. La risposta di Harper è priva di qualsiasi autenticità, i suoi commenti sono presuntuosi e compiacenti verso un’audience intermittente, predisposta a fornire consenso più che altro a causa di un’egemonia culturale. Con un atto di finzione ha suggerito che i suoi principali interessi siano quelli di coloro che definisce come “ordinary working class”, insinuando immediatamente un divario pseudo-culturale e facendo passare la falsa convinzione che gli artisti siano dei privilegiati. Quando la realtà è che per lo più gli artisti sono poveri e pagano le loro tasse. Quando è il governo di Harper a rappresentare i privilegiati. Si tratta di un’élite interessata a difendere se stessa e le corporation che che servono i loro interessi economici, proprio le stesse corporation che hanno all’origine della crisi finanziaria. [Approfondimento: lettera aperta di Wajdi Mouwad a Stephen Harper]

L’arte non è un comportamento o un oggetto specifico, un’idra decadente che consuma risorse per il gusto di farlo, anche se molti preferirebbero pensarla in questo modo. Nel comprendere la profondità di quello che può dare all’umanità e il potenziamento emotivo e le ricchezze immateriali che ci consente di esplorare, occorre sviluppare il coraggio interiore per apprezzarlo nei termini in cui esso è in contrasto con le componenti più meccanicistiche del conformismo. L’arte ci offre la possibilità di tirarci fuori dai protocolli tradizionali della costruzione sociale, verso uno spazio unico e speciale, così da poter agire usando linguaggi adattabili ed esplorabili, che non sono sempre disponibili nei contesti strutturati e comunemente accettati. E’ libertà per la mente, e il chiuderla, con tutte le sue componenti e potenzialità immaginative, è un errore stupido e grave. Servirebbe solo a contribuire alla creazione un mondo più duro in cui vivere. Questo genere di azioni contribuiscono alla morte delle nostre società.

L’arte può porre di fronte a quesiti difficili comunicando in forma poetica e allo stesso tempo critica. Si tratta di uno spazio importante dove la nostra immaginazione è libera di esplorare percorsi laterali, accedendo a temi e idee per respirare liberamente e comprendere cose a vari e diversi livelli. Come tutti sappiamo, la crisi esiste da un bel po’ e la guerra in Iraq ha influenzato drammaticamente i suoi esiti. che ci piaccia o no, ciò riguarda tematiche che ruotano intorno alla libertà civili, il ruolo delle corporation nello srfuttamento della guerra per produrre guadagni, contribuendo al surriscaldamento globale, creando più terrorismo, uccidendo molte persone e facendo del mondo un posto meno sicuro.

Molti artisti hanno giocato un ruolo vitale durante la crisi. Alcuni, come il Critical Art Ensemble (CAE), hanno vissuto forme di soppressione, che Wajdi Mouwad ha definito “war on the artists”. Diversi artisti e il professor Steve Kurtz di CAE sono stati arrestati illegalmente dalla Joint Terrorism Task Force, nel maggio 2004. Kurtz and Robert Ferrell, professore di genetica all’Università di Pittsburgh, sono stati minacciati con 20 anni di prigione. L’incidente non è cosa da poco, ma mostra quanto l’America sia stata crudele. Non solo con gli altri paesi, ma anche con i suoi stessi cittadini. Il mattino dell’11 maggio, Kurtz ha trovato sua moglie a letto che non respirava più e li suo naturale riflesso è stato chiamare il 911. Non appena arrivati sul posto, la polizia e i servizi di emergenza hanno trovato sosetti i materiali contenuti nella loro casa. [Approfondiemnto: articolo “The FBI’s Art Attack” di Linne Duke - Washington Post, 2 giugno 2004]

Il Dr. Robert Ferrel è stato accusato proprio mentre si preparava a sottoporsi ad un doloroso e pericoloso auto trapianto di cellule staminali, il secondo in 7 anni. Soffriva di un linfoma non-Hodgkin, aveva un melanoma maligno, e dall’arresto aveva avuto due forti ictus. Il tempismo non avrebbe potuto essere stato peggiore, e Robert Ferrell non ha avuto altre opzioni dinnanzi alla vista di uno stress così schiacciante e durante le sofferenze derivanti dalla forma incurabile di cancro. Era già abbastanza difficile combattere le condizioni estreme della sua malattia, oltre ai poteri che agivano contro di lui. La decisione fu presa insieme alla sua famiglia in quanto si temeva che non sarebbe sopravvissuto alla prolungata persecuzione rappresentata dal processo federale in cui lo accusavano di “frode postale” e di “frode via cavo”.

L’attacco politico e opportunistico contro Steve Kurtz è durato 4 anni e il caso si è finalmente risolto il 22 aprile 2008 [articolo di Lucia Sommer, coordinatrice del CAE Defense Fund]. Questo è un esempio dello stato che abusa del suo potere per schiacciare gli individui, che si ritorce contro i cittadini. La tattica di demonizzare gli artisti come se fossero terroristi, aims to ruin the lives it chooses to attack, utilizzando l’enorme potere di manipolazione dei media. Sfruttando la vulnerabilità di Steve Kurtz e Robert Ferrell e dipingendoli come dei furfanti anti-patriottici. Lo stato ha utilizzato i suoi mecanismi istituzionale imponendo provvedimenti pesanti. Ferrell e Kurtz sono state delle pedine in un oscuro gioco politico e psicologico architettato per avvertire altri che la stessa cosa sarebbe potuta accadere se avessero perseverato. Fortunatamente, molti artisti, individui e gruppi fuori di lì continuano a fare domande che offrono modi di dialogare e di esplorare punti di vista diversi al di là di questi tristi terreni.

Un terrorista è il prodotto della nostra educazione che dice che la fantasia non è reale, che l’estetica è solo degli artisti, l’anima dei preti, che l’immaginazione è triviale o pericolosa o per i pazzi, e che la realtà a cui ci dobbiamo adattare è qualla del mond esterno, un mondo morto” (James Hillman).

Temi come guerra, religione, cambiamento climatico, crisi finanziaria sono correlati. Sarebbe troppo semplice definirli come provenienti da una radice unica, eppure ciò che sento è che esiste un problema profondamente radicato che necessità di una seria osservazione. Fa parte della crisi e di un puzzle, fortemente cablato nella psiche dell’umanità, che esiste dappertutto. Tutte le nostre culture nel corso della storia hanno fallito nell’incorporare paritariamente una prospettiva femminile, lasciando generalmente e il più possibile le donne fuori dai processi decisionali, a meno che non rispettassero il ruolo di una struttura incentrata sul maschio. Anche se le donne sono riuscite a prender parte nelle infrastrutture della vita istituzionale, devono ancora conformare il proprio comportamento alle richieste patriarcali. E questo perché un codice maschile di condotta è stato imposto per default molto prima che le donne avessero un’opportunità decente di sfidare questa sbilanciata posizione.

Molte della nostre istituzioni sono state impegnate a imbarcare e a implementare la propria versione locale e globale di neoliberismo, dove ciò si è infiltrato profondamente nelle infrastrutture e nelle coscienze della nostra industria di entertainment, nell’arte, nell’accademia, nel business, nei governi e nei media broadcast, nei notiziari. Dove l’agenda delle corporate (e gli schemi governativi) importano più che la saluta del pianeta, il contesto umano e i bisogni sociali. Dove il valore della vita umana è giudicato inferiore di un prodotto o di una fantasiosa ideologia. Le genuine preoccupazioni espresse dal mondo, sono costantemente e sistematicamente ignorate, o al massimo approvate a parole e trattate come questioni noiose e irritanti. Insieme, abbiamo bisogno di riconsiderare le cose e di negoziare per uscite da questo “cul-de sacs”. Sentirsi coinvolti o pensare a queste cose non deve essere visto come estremista o radicale: si tratta semplicemente di senso comune.

La direzione che sta prendendo il nostro mondo è chiaramente quella sbagliata. Il pianeta sta cadendo a pezzi e neoliberalismo, i nostri governi sono colpevoli di aver portato il cambiamento climatico ad un punto dove scienziati come Lovelock credono non si possa fare più ritorno. E di fronte a questo, la guerra in Iraq non è stata certo d’aiuto. “La gente vuole solo continuare a fare quello che fa. Vogliono il business come sempre. Dicono “Ah, sì, ci sarà qualche problema nel futuro”, ma non vogliono cambiare niente” (intervista con James Lovelock - The Guardian, 1 marzo 2008).

- Crisi e networking: un possibile stimolo per lo sviluppo? Le pratiche collaborative rappresentano un fattore fondamentale per la New Media Art, capace di attivare creatività, produzione, critica. In base alla tua esperienza, esistono pratiche o progetti interessanti ed efficaci per rispondere alle sfide del mondo contemporaneo e, nello specifico, alla crisi?

E’ necessario ricordarsi che non c’è ‘un singolo modo’ per gestire e per aggirare la crisi, ma ci sono strade che possiamo seguire per evidenziare e allertare le coscienze su queste questioni urgenti. Lavorare insieme, collaborativamente e sfidare quei comportamenti retrogradi che ci hanno impedito dal realizzare effettivamente un mondo migliore è un passo avanti di vitale importanza. Mi sento incoraggiato dai tanti artisti che includono nel loro lavoro l’intenzione di cambiare le cose. Sono stato colpito dal recente progetto di Gustav Metzger ‘Reduce Art Flights’. Una campagna che sfidava il mondo dell’arte a smettere di contribuire al riscaldamento globale riducendo i voli in giro per il mondo, “in seguito ad una reazione verso Art Basel 2006. RAF / Reduce Art Flights, che deliberatamente risuona sia con gli acronimi della Royal Air Force che con la Red Army Faction, comprendeva una serie di brochure distribuite durante i più importanti eventi d’arte ed esibizioni nel tentativo di svegliare il mondo dell’arte e di fargli prendere in considerazione forme alternative di trasporto.“[vedi Gustav Metzger] Reduce Art Flights (RAF) è un progetto artistico semplice che ci chiede frontalmente di cambiare e di essere più efficaci nelle nostre vite quotidiane, chiedendoci di riconsiderare l’uso che facciamo dei voli aerei. Mettendo in dubbio il comportamento sistematico del mondo dell’arte e la sua dipendenza dal dover viaggiare verso le conferenze e le fiere d’arte. “Due decenni di negligenza fanno sì che solo ora le misure di emergenza abbiano una chance nel prevenire un disastro climatico (George Monbiot). Il fatto che James Lovelock ha perso fiducia nel potere dell’umanità di cambiare le cose (chi può dargli torto?) non è una scusante per lasciarci trasformare in peggio le cose ignorandole. Come Monbiot, penso che dobbiamo aumentare la marcia non solo riducendo i nostri voli aerei, ma anche supportando quelli che sono coinvolti direttamente nel mettere in discussone e protestare contro queste organizzazioni, corporazioni e istituzioni, che continuano a fare errori. George Monbiot ha fatto recentemente una serie di video interviste, collegate a questi argomenti, che meritano di essere viste e che possono essere trovate sul sito web del Guardian.

Spostandosi dal voler semplicemente diminuire i voli aerei, è anche necessario trovare altre alternative con cui gli artisti incorporano le loro pratiche artistiche nella loro routine quotidiana, usando le reti fisiche e sociali di trasporto e distribuzione che sono già presenti. ‘Feral Trade (import-export)’ degli attivisti Kate Rich e Kayle Brandon, è un progetto dinamico ed espansivo che è cresciuto costantemente dal 2003. Sul sito di Feral Trade c’è un database in cui i nodi/collaboratori di questa rete sociale fisica, locale e globale aggiungono informazioni sulle vendite di prodotti distribuiti. E’ “un esperimento pubblico sul commercio di beni attraverso network sociali. L’uso della parola ‘feral’(minaccioso) descrive un processo che è volontariamente selvaggio (come lo può essere un piccione) in opposizione a romanticamente o naturalmente selvaggio (lupo). Il passaggio di beni può aprire cunicoli tra diversi scenari sociali, strade seguendo le quali altre informazioni, tecniche o individui possono potenzialmente viaggiare. Il feral Trade Courier (Lo spedizioniere selvaggio) è un database in tempo reale delle spedizioni di una rete commerciale che funziona largamente al di fuori dei sistemi commerciali. Il database offre un sistema di tracking (quello che consente di seguire la spedizione della merce) dei prodotti di feral trade (commercio selvaggio) in circolazione, archivia ogni spedizione e genera ‘al volo’ i documenti di viaggioKate Rich and Kayle Brandon.


Questo solleva realmente la particolare domanda su quale parte della coscienza sia messa in gioco nell’esperienza sensoriale del sapore. Ma Feral Trade sembra anche ricollegare le storie di vite e di terre dei contadini al sapore del caffè e alle storie degli esportatori e dei distributori. Il caffè di Feral Trade sembra certamente stimolare l’immaginazione e solleticare le papille gustative del network sociale esteso di cui faccio parte, e può anche aver contribuito a guadagnarmi delle nuove amicizie. Mentre beviamo ci domandiamo se Feral Trade possa mettere radici e provare ad attaccare il muro del grande business nell’approccio alla esportazione e distribuzione globale di merci. Siamo dei testimoni dell’inizio di una nuova era nella distribuzione distribuita?” (Ruth Catlow).

Quello che Feral Trade fa così bene è usare i sistemi di trasporto domestico già esistenti, chiedendo alle persone di essere corrieri da certe destinazioni in giro per il mondo, e che avrebbero fatto questi viaggi in ogni caso. Questo li porta a trasportare prodotti verso determinate aree o città (come parte del loro bagaglio) e scaricarle a casa di qualcuno come se fosse un magazzino, rappresentando il culmine di un social network più grande, orientato ai nodi. Questo progetto offre a coloro che vi sono collegati lo spazio per avere l’esperienza di una modalità di relazione più consapevole che rifletta su una comprensione più contestualizzata e relazionale di cosa significa collegarsi ad altri, durante il processo di condivisione di responsabilità e di attività di distribuzione. In contrasto al ‘Reduce Art Flights’ di Metzger, che chiede con cognizione di causa alle persone di diminuire i propri voli aerei, Feral Trade ci chiede di farne un uso migliore, che vada oltre gli scopi egoistici. Non solo, questo apre la possibilità di una forma di distribuzione più lenta, meno dipendente dalla velocità e più collegata alle connessioni a dimensione umana. A questo punto allora, i voli aerei non devono essere una forma di trasporto necessaria, e in molti casi non lo sono, perché il mezzo di trasporto può essere qualsiasi cosa che sia in accordo con la coscienza di chiunque decida di collaborare.

HTTP, la galleria di Furtherfield a nella parte nord di Londra, è già parte di questo social network. Siamo un fornitore di nodi e un punto di raccolta in cui i visitatori possono venirci a trovare e comprare caffè da El Salvador e dolciumi dal Montenegro. Nel processo di Feral Trade Courier è centrale il database, che coordina i movimenti (o le stasi) dei prodotti e dei corrieri, e stampa il packaging del cibo che specifica la quantità, la via di transito, le transizioni in contanti, e i contatti sociali specifici di ogni consegna.

HTTP ospiterà i risultati della ricerca di Feral Trade sotto forma di una esibizione di 6 settimane e di un caffè funzionante nella galleria, tra Giugno e Luglio 2009, servendo dei veri rinfreschi affiancati ai materiali da esposizione - prodotti, mappe di consegna, posters, libretti da esposizione, menu pieni di dati e una postazione per consultare il database; ci sarà inoltre un programma di dibattiti pubblici per presentare i risultati della ricerca nel contesto di altre iniziative locali negli argomenti della sostenibilità e del cibo.

Alcuni possono sentirsi confusi dalle mutazioni di paradigma che emergono attorno a tante pratiche di arte contemporanee e dei media. Dalla forza con cui sono collegate alla realtà piuttosto che a qualche dimensione di espressione formale o tradizionale come la pittura o la scultura. Non ha nulla a che vedere con l’essere contro queste forme tradizionali di creatività. In effetti molti artisti dei media praticano anche in quelle modalità. Ha più a che vedere con il controllare criticamente il proprio contesto in relazione con il resto del mondo. L’arte in questo momento sta esplorando la sua presa di responsabilità, la sua stessa liberazione creativa, con una voce che, come con una palette di colori, non solo usa reti e tecnologie come parte del suo mezzo per collegarsi agli altri, ma che include preoccupazioni e valori come suo ingrediente vitale.

- Sei il promotore di un network molto ampio, attivo e realmente internazionale: quali sono le strategie che usi per coordinare le componenti artistiche, filosofiche e politiche delle vostre attività?

Io sono parte di un contesto più grande che si chiama Furtherfield, che è una rete di collaborazione. Questo significa che io ed altri esploriamo insieme e condividiamo le nostre immaginazioni, nel rispetto delle voci, i contributi e le competenze degli altri. Ognuno di noi si coinvolge nello spingere i propri interessi e passioni nella struttura lasca di Furtherfield , intesa come una organizzazione di arte progressiva. Il modo in cui lavoriamo insieme riflette come ci poniamo di fronte al resto del mondo in cui viviamo, e come vogliamo cambiarlo. Come gruppo concordiamo che è importante garantire uno spazio per i valori produttivi e sociali contemporanei. Questo influenza il modo in cui lavoriamo tra di noi e con gli altri. Il modo in cui funzioniamo come una organizzazione non si incastra sempre bene con le istituzioni tradizionali che sono più abituate a lavorare in sistemi gerarchici. Comunque di questi tempi si trovano delle persone che la pensano così e che vogliono fare succedere qualcosa di decente, anche in questi ambienti. A Furtherfield non rispettiamo la gerarchia in sè, ci percepiamo come immersi in una eterarchia (heterarchy) flessibile. Il nostro rispetto e il rapporto reciproco è basato sulle competenze, sulle idee, sui valori condivisi, e contribuisce alla formazione di un set estero di visioni adattive.

Tutti i progetti in cui siamo coinvolti riflettono le nostre preoccupazioni, che siano politiche, relative all’Open Source, o che evidenzino i contesti sociali. Furtherfield è diventato progressivamente sempre più interessato nel valore delle visioni sviluppate in maniera collettiva, in opposizione alla supremazia della visione dell’individuo artistico geniale. Questo interesse ha portato Furtherfield a sviluppare artware (piattaforme software dedicate alla generazione di arte) che si basano per la creazione del significato sul coinvolgimento creativo e collaborativo dei suoi utenti. Esplora l’estensione fino a cu quelli che guardano e interagiscono con un’opera, inclusi coloro che appartengono ai gruppi sotto-rappresentati, possano divenire co-produttori in un network creativo, piuttosto che solo ‘pubblico’.

Il gruppo di Furtherfirld iniziato o partecipato a progetti collaborativi che sperimentano e sviluppano opere, strumenti e strutture di collaborazione. Queste sono state co-inventate, adattate da artisti, attivisti e tecnologi, molti dei quali (ma non tutti) sono lavorano sul cambiamento sociale attraverso le loro pratiche, con specifico interesse per le libertà, l’apertura e la democratizzazione dei media e della tecnologia. Uno di questi progetti è il NODE.London Season of Media Arts a Londra, organizzato consensualmente da un gran numero di organizzatori volontari. Nel Marzo del 2006 sono stati sviluppati 150 progetti di media arts in più di 40 locations di Londra e on-line, sotto forma di esibizioni, installazioni, software, eventi partecipativi, lavori basati sulla performance, e molte altre forme auto-definite. La sua struttura è stata in parte ispirata alle reti di Internet e il loro mantenere uno stesso livello di connettività indipendentemente dalla loro dimensione.

A questo punto vorrei menzionare una mostra esposta l’anno scorso alla HTTP Gallery, chiamata “Open Source Embroidery: Craft and Code“, resa possibile grazie a Ele Carpenter, lavorando come artista in residenza ad Access Space a Sheffield e ad Isis Arts a Newcastle upon Tyne. L’esibizione ha esplorato la connessione tra le caratteristiche collaborative del cucito, dell’artigianato e del software Open Source, portando insieme ricamatori, creatori di patchworks, lavoratori a maglia, artisti e programmatori, per condividere le loro pratiche nel produrre nuove opere. Il pezzo centrale dell’esibizione era un patchwork in HTML sviluppato come risposta alla popolarità delle trapunte a Sheffield. Creato su principi di apertura, di produzione collettiva e di condivisione delle competenze, in cui ogni persona contribuiva ad una parte dell’insieme. Il lavoro finale era un patchwork collettivo cucito insieme e costruito da pezze con colori HTML web-safe (nota: ovvero quei set di colori che i designer di pagine web sanno che possono usare per rendere visibile nello stesso modo il colore dei siti web su tutti i browser) e con i codici ricamati, e un sito wiki in cui i produttori di ogni parte si identificavano e descrivevano il loro processo di cucitura. Ogni pezza era personalizzata dal proprio cucitore, spesso con indirizzi web ricamati.


L’esibizione includeva i lavori di 11 artisti e produttori insieme ad una trapunta HTML prodotta collettivamente e al wiki. Altri lavori dell’esibizione sono stati il Knit-a-Blog (Sferruzza-un-Blog) di Susanne Hadry’s, un progetto di lavorazione a maglia collettivo con partecipanti in UK e USA, il ricamo PHP di Iain Clarke, che esplora il linguaggio di programmazione Open Source PHP come una forma di intreccio auto-generativo, insieme ai lavori di Paul Grimmer, Tricia Grindrod, Jake Harries & Keith o’Faoláin, John Keenan, Trevor Pitt, Clare Ruddock, James Wallbank, and Lisa Wallbank.


In una intervista con Jess Lacetti, Ele Carpenter ha detto “gli stessi dibattiti tra Open Source vs Free Sofware possono essere applicati al ricamo. Le arti dell’ago&filo devono anch’esse negoziare i principi di ‘libertà’ di creare, modificare e distribuire, all’interno dei vincoli culturali ed economici del capitalismo. Il progetto di Ricamo Open Source prova in maniera semplice a mettere a disposizione un modo pratico e sociale di discutere le idee e di provarle nella pratica. Free Software, Open Source, ricamatori professionali ed amatoriali, programmatori sono tutti benvenuti a contribuire al progetto.”


Un momento perticolare che abbiamo vittuto grazie a questa esibizione è stata quando le nonne visitavano lo show per vedere il loro stesso lavoro insieme ai loro amici. Oltrepassava le barriere di età, genere e classe. Tutti i tipi di persona contribuivano al progetto in modi differenti. Il pubblico era diversificato e questo catturava l’immaginazione delle persone.

Spostandosi al tema della collaborazione, Furtherfield si è sempre interessato alla collaborazione con altri, ma abbiamo sempre sentito come sia importante valutare su che piani una collaborazione si ponga con le relazioni di potere, e che cosa significa per tutti quelli che sono coinvolti. Un progetto di cui abbiamo fatto parte e che ci ha molto emozionato è stato il “The Do It With Others (DIWO) E-Mail-Art exhibition“, il cui obiettivo era quello di evidenziare le già fervide immaginazioni di quelli che usavano i social networks e le reti digitali su Internet, come forma di distribuzione. Proprio come la Mail Art, la E-mail-Art faceva da ponte tra la separazione tra ‘artisti’ e ‘non artisti’, verso la condivisione di forme di distribuzione liberamente accessibili.


Il progetto era aperto ed è stato iniziato in collaborazione con molti degli iscritti a NetBehaviour, una mailing list aperta per la condivisione di idee, di eventi e opportunità nell’ambito della creatività distribuita e in rete. In accordo con la tradizione della Mail Art, DIWO è cominciata con una chiamata aperta alla mailing list NetBehaviour il 1° Febbraio 2007. L’esibizione alla HTTP Gallery ha aperto all’inizio di Marzo e ogni post sulla lista fino al 1° Aprile era considerato come un’opera d’arte - o come parte di una grande opera d’arte collettiva - realizzata per il progetto DIWO. I partecipanti lavoravano attraverso fusi orari, distanze geografiche e culturali con immagini digitali, audio, testo, codice e software; lavoravano per creare flussi di arte-dati, arte-sorveglianza, istruzioni e proposte, e in cascata, per produrre dei flussi di mash-up reciproci.

I progetti di Mail Art degli anni 60, 70 e 80 hanno dimostrato l’indifferenza che gli artisti Fluxus mostrano per i concetti di arte ‘alta’ e ‘bassa’, e il disdegno verso quello che vedevano come uno “sbarrare le porte” all’accesso del mondo dell’arte “alta”. Spesso assumevano la forma di “chiamate aperte” tematiche, in cui tutti i contributi erano esibiti e catalogati. La Mail Art è da sempre stata un modo utile per superare le restrizioni curatoriali per coloro che desideravano creare scambi attivi e immaginativi, ma nei loro termini; questa forma di attività, solitamente, fiorisce al di fuori del sistema delle gallerie. Seguiva tra l’altro le indicazioni della Mail Art del passato, chiedendo ai partecipanti di aprirsi ad un dialogo condiviso, come parte del processo e del mezzo di comunicazione, sulla mailing list di NetBehaviour, come una piattaforma giocosa per sperimentare tutti insieme nello stesso momento.


“Alcuni partecipavano anche nella curatela dell’esposizione, sperimentale e basata sulla rete, facilitata dalle webcam, dai canali di IRC pubblici e dalle tecnologie VOIP. Questo evento di co-curatela, o Curate With Others (CWO), come è stato rinominato retroattivamente, è avvenuto una settimana prima dell’apertura della galleria. Tutti gli iscritti alla lista di NetBehaviour sono stati invitati a contribuire alla creazione dell’esibizione sia guardando la planimetria della galleria per suggerire cambiamenti, sia partecipando all’evento; venendo alla galleria o unendosi al meeting on-line. Le informazioni su come connettersi all’evento on-line sono state pubblicate sulla lista. Durante questo evento sono stati discussi lo spirito e la filosofia del dell’Arte E-Mail DIWO, sono stati recensiti i contributi di oltre 90 persone, piedistalli, monitor e una macchina disegnatrice di KH Jeron, “Will work for food”, che funzionava se gli davano da mangiare, sono stati spostati in giro per lo spazio della galleria; tutto sempre accompagnato da un flusso continuo di discussione faccia-a-faccia e on-line”.


Siamo immersi in un ibrido cangiante di meta arte-cultura, espansivo di natura e incapace di fermarsi in un solo luogo. Dalla nostra prospettiva l’arte con cui vorremmo continuare a lavorare è consapevole della realtà, forte della critica basata sul proprio comportamento e ragionamento. Non siamo qui solo per “l’arte per l’arte”, non siamo qui per dar da mangiare al mercato dell’arte, e non siamo proprio qui per diventare parte di una enorme catena di montaggio. Siamo interessati nell’esplorazione sulla negoziazione ed il cambiamento delle nostre realtà, tramite l’introduzione di un’arte critica, espansiva e inclusiva che cambia in meglio i nostri modi di vita. Che sia attraverso i modi con cui abbiamo a che fare con le altre persone, con cui facciamo i progetti o supportiamo i progetti di altri. Può essere che non siamo ancora arrivati a quel punto, ma lo sentiamo mirando deliberatamente alla possibilità di un dialogo autentico, con un’arte che si relaziona ai valori sociali lungo tutti i suoi processi. Questo significa anche che c’è tanto spazio per consentire ad altri di esplorare in parallelo o con noi…

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[ENGLISH ORIGINAL VERSION]


- Who is Marc Garret and how were NetBehaviour and Furtherfield born? A short introduction for the readers.

Furtherfield believes that through creative and critical engagement with practices in art and technology people are inspired and enabled to become active co-creators of their cultures and societies. We provide and collaborate with platforms for creating, viewing, discussing and learning about experimental practices at the intersections of art, technology and social change.

“Furtherfield.org was set up in 1996 by artists Marc Garrett and Ruth Catlow as an on-line resource and meeting place for globally-distributed new media artists. It was originally conceived in response to the way in which YBAs (Young British Artists) dominated the British art scene and reduced it to an elitist clique, despite a wealth of alternate artistic activities. Through Furtherfield.org, they planned instead to precipitate and promote independent on-line artistic production and discussion. As a predominantly web-based organisation, others have compared it with the New York-based Rhizome and UK-based Low-Fi media art portals, but made a distinctly experimental, collaborative and open approach to networked creativity its unique signature.

Garrett’s background is in street art and he was a key protagonist in early art-orientated BBS (Bulletin Board System) discussions with the likes of Heath Bunting. Catlow, meanwhile, had trained as a sculptor and began to use networked media to record audience reactions to her work in public space. They were both involved early on with Backspace, a (now defunct) physical laboratory for learning, making and discussing on-line creativity, where many pioneering UK-based net artists and collectives cultivated their skills including: Rachel Baker, Graham Harwood, Thomson and Craighead and the Mute team. Likewise, Garrett and Catlow were among the first participants in mailing lists such as the Syndicate and the Rhizome list, alongside net artists such as Vuk Cosic and Natalie Bookchin, and critical voices including Josephine Bosma and Timothy Druckrey.” Charlotte Frost [1]

Since 1996 the Furtherfield community—by which we mean its neighbourhood of sister-sites and projects (see map below) has morphed and expanded with over 600 active contributors at various levels and a regular readership/audience of approximately 26,000 people around the world and this is expanding. Its activities and projects have steadily grown in scope and ambition. Its core activities of review, criticism and discussion have been directed, sustained and driven by the research, skills and energy of the Furtherfield team, and its diverse international group of users, on a mainly voluntary basis. Specific projects that facilitate in-depth collaboration between programmers, artists, and artist-programmers have received some public funding. Since 2004 Furtherfield has run a gallery for networked media art in North London called HTTP[2] and has received regular core funding from the Arts Council of England to help consolidate and develop the sustainability of its activities.

The HTTP Gallery is a dedicated space for networked projects, events, exhibitions and residencies. From their offices at HTTP, Furtherfield initiate and provide infrastructure for commissions, events, exhibitions, internships, networking, participatory projects, peer exchange, publishing, research, residencies, collaborations and workshops. Even though Furtherfield are dedicated to working on-line, with its platforms, communities and networked projects - they also maintain connections in physical space at the same time. The space has grown in popularity bringing new audiences to media art, managing to support the practice by choosing projects that connect to local people as well as an already interested media art audience. We have a dedicated crew who work with us, for more information visit this link - http://www.furtherfield.org/about.php#crew

- You live and work in London, one of the main stock markets in the world: are you feeling the signals of a crisis? Does the crisis have effects on your activities with NetBehaviour/Furtherfield?

One of the many ironies of living in London is that, even though you exist closely in parallel to main players of the stock market system, there is also much poverty here . I have lived in London since 1993, whilst many artists and peers joined Universities and colleges I worked at various homeless centres instead. I learned much about poverty and social isolationism and the profound effects it has on people’s lives. I did this over a period of 10 years and have witnessed some extreme forms of human behaviour, this work was mostly with homeless men and I have always had a personal fascination about the male’s role in society. In the UK, during the conservative era many people lost jobs and ended up on the streets homeless. They lost their families, connections with their communities, and were mostly dependent on alcohol, drugs or both. Recent statics released by one of the UK’s main homeless organisations, ‘Crisis’ [3] estimated that in Great Britain, there are 400,000 homeless people in the streets and about 400,000 extra that should be added, as ‘hidden homeless’ totalling 800,000.

“Following official figures showing record unemployment levels, a YouGov survey on behalf of Crisis has revealed that 41 per cent of adults in Britain know somebody who has lost their job due to the economic downturn. Unemployment is hitting home with almost one in ten (9%) of people with a mortgage or rent repayment already struggling to pay the rent or mortgage. In addition, of those with an opinion, a third (32.4%) of people would lose their home within three months of losing their main form of income - leading to fears of a surge in homelessness in the New Year.”Homeless Statistics.[4]

- Your work has always been characterized by an explicit take on critical and political issues: how do you evaluate the crisis?

My own personal motivations and art practice has always possessed an element of critical thought and a consciousness which includes political viewpoints, whether it be in an artwork, or expressed through other forms of communicative experiences, such as discussions, writings and creative activism. I am not an academic but a disaffected proletarian who happens to be an artist, who is self-educated and dealing with a strange, English class system that has created divides through its education system, working conditions and colonialism nationally and internationally. I am suspicious of ideologies and utopian tracts. I am a mutant, much like many others I presume. A hybrid, human-product of a world that seems to be dominated by the ideologies and mechanisms of product, power and exploitation. I am not an anarchist, socialist, humanist, liberal, ecologist, situationist, feminist, Marxist, revolutionist or evolutionist - I am all of these and more. Mostly, I am a human being who is exploring reality day by day. I do not believe that in order to challenge things you feel deep down are wrong, that you have to follow any specific ideology in the singular sense. To develop and appreciate the world and its ever challenging complexities, one has to remain open to various possibilities and approaches.

I evaluate the crisis in various ways and see it as part of a larger set of concerns. There have been many things happening which reflect how art is part of the crisis. Because we are now in a globally connected world, local issues are influenced by what is happening elsewhere. The Olympics is a good example of a certain approach effecting different cultures as it travels around the planet. It is to be hosted in the UK in 2012 and the main hype around promoting the Olympic Games has always been presented as a positive influence for culture on the whole, as well as an economic opportunity and local regeneration. Yet this travelling, globalist circus is more about making ‘big’ money for corporations than changing society for the better. Vancouver, Canada are hosting the 2010 Olympics and “Canada’s poorest neighbourhood have adopted a program called “Buy it or Guard it” which targets government owned buildings which are squatted in an attempt to have them converted to social housing. So far three buildings have been targeted and the government’s response has been a massive police repression and arrest of the squatters and their supporters. This is similar to programs that operated in Sydney during the 2000 Games and in Atlanta in 1996 where homeless were removed from the scene in order to present a sanitary facade for visitors to the city during the Games.” Martin Slavin.[5]

With mass poverty taking a deeper hold in the UK, the obvious thing would be for the government to act honourably and redirect the funding of the 2012 Olympics project. Spend its billions on something that the wider community really needs, such as affordable homes, investment in creating ‘real’ decent jobs for the many who are losing them right now, and deal with issues around global warming more seriously. Although the lessons of the current crisis obviously does not mean enough to them. It seems that they will carry on with their march to finance those who are already rich, which seems much more important. They should give the money transferred from various art funding bodies back as well, which was taken in order to pay towards the Olympics. “The latest cause for concern is the significant drop in the Arts Council England Grants for the Arts lottery fund, which this year stands at 54 million, 30 million less than last year’s fund. While we appreciate and understand that this shortfall is due to a variety of reasons, it is a significant decrease in a vital source of funding for the arts.” Security budget for London 2012 Olympic Games.[6]

One group who has initiated a playful critique around the subject is Grunts for the Arts. “As you are probably/hopefully but may not be aware, in April 2007 we slip-slided out the womb of artistic creation and became a sleek sporting vehicle for artists to (hyper) ventilate their concerns regarding the decimation of the Arts Council’s Grants for the Arts scheme. Our philosophy then was that if money was going to be diverted from the arts to fund the London Olympics in 2012 then it was our responsibility – nay, our God-given imperative – to retrain artists as sports people.”[7]

The first Grunts for the Arts Sports Day was held in May 2007 on Hackney Marshes, part of the 2012 Olympic site. Consisting of imaginative versions of typical sports events, including a 20-person relay with each stage only 2m long, an Olympic doughnut ring eating contest, and the Conceptual Leap. The day ended with Richard Dedomenici’s contribution to the evolution of football: ‘Triball’, in which three teams play on a three-sided pitch with three goals and two balls. The Grunts For The Arts’ parody is all too revealing of the desperate battle that the art world faces in general. [8]

This informs me that the world has taken quite a few steps backwards, in respect of ‘not’ supporting the arts. When you consider some of the reasons put forward for these actions you realise that decent excuses are few and far between, the arguments lack substance. For instance, Canada’s recent cuts were rather slackly justified by the Prime Minister, Stephen Harper, when he said “I think when ordinary working people come home, turn on the TV and see … a bunch of people at a rich gala … all subsidized by the taxpayers, claiming their subsidies aren’t high enough when they know those subsidies have gone up, I’m not sure that’s something that resonates with ordinary people.”[9] This kind of flippant retort is an easy attitude to adopt. It more reflects how he is just not interested in allowing those who it concerns a voice on the matter on their own terms. Harper’s response escapes communicating any form of authenticity, his comments are presumptuous and deliberately pandering to a sound-bite audience, who are more likely to agree with him due to a cultural hegemony. In an act of pretence he suggests his main interests are in, as he says ‘ordinary working people’, which immediately creates a pseudo-cultural divide. Proposing the false conception that all artists are somehow more privileged than anyone else. When in reality most artists are pretty poor and most of them paying their taxes, trying to survive just like anyone else. In reality, it is Harper’s government who is the privileged. They are the elite and they are only interested in supporting themselves, and the corporations who serve them well economically, the very same corporations who created this financial crisis in the first place.

In an open letter to Stephen Harper, Wajdi Mouwad said “…in bringing about reductions in granting programs destined for the cultural sector. A mere matter of budgeting, you say, but one which sends shock waves throughout the cultural milieu –rightly or wrongly, as we shall see- for being seen as an expression of your contempt for that sector. The confusion with which your Ministers tried to justify those reductions and their refusal to make public the reports on the eliminated programs, only served to confirm the symbolic significance of that contempt. You have just declared war on the artists.”[10]

Art is not necessarily a specific item or behaviour, it is not a decadent hydra consuming cost for the sake of it, even though some may prefer to think as much. In understanding the depth of what it can give to humanity and the emotional empowerment and immaterial riches it allows us to explore; one has to develop the inner courage to appreciate it in terms of it being in contrast to the more mechanistic strains of conformity. Art offers us a special and unique space to side-step traditional protocols of social construction, so that we can engage in adaptive and explorable languages that may not always be available within already accepted forms of structural contexts. It is freedom for the mind and to close it down with its multi-multifarious and imaginative potentials, is a fool-hardy mistake. It will only work in contributing to an even harsher world for us all to live in. Such actions contribute to the deadening of our societies.

Art can ask difficult questions by communicating in ways that are poetic yet critical at the same time. It is a valuable space where our imaginations can explore more laterally, allowing issues and ideas to breath freely and comprehend things at various, complex levels. As we all know, the crisis has been happening for a while and the Iraq war has influenced its outcome dramatically. Whether it be concerning issues around civil liberties, corporations’ role in exploiting the war for income, contributing to global warming, creating more terrorists, killing many people and making the world a less safer place.

Many artists have played a vital and critical role during the crisis. Some, such as Critical Art Ensemble have experienced a form of suppression, as Wajdi Mouwad puts it, ‘war on the artists’. Artist and SUNY Buffalo professor Steve Kurtz of Critical Art Ensemble (CAE) was arrested by The Joint Terrorism Task Force illegally, in May 2004. Kurtz and Robert Ferrell, Professor of Genetics at the University of Pittsburgh’s Graduate School of Public Health, were threatened with 20 years in prison. The incident is not only bazaar but it also tells us how cruel the American has been. Not only to others around the world, but also to its own citizens. On the morning of May 11th, Kurtz found his wife Hope Kurtz had stopped breathing in her sleep and of course in reaction to this he phoned 911. Police and emergency services arrived and were immediately suspicious of the materials that they had found in their home. “He explained to them that he uses [the equipment] in connection with his art, and the next thing you know they call the FBI and a full hazmat team is deposited there from Quantico — that’s what they told me,” says Paul Cambria, the lawyer who is representing Kurtz. “And they all showed up in their suits and they’re hosing each other down and closing the street off, and all the news cameras were there and the head of the [Buffalo] FBI is granting interviews. It was a complete circus.” [11]

Dr. Robert Ferrell was indicted just as he was preparing to undergo a painful and dangerous autologous stem cell transplant, the second in 7 years. Suffering from non-Hodgkin’s lymphoma, he also had malignant melanoma and since the arrest had undergone two major strokes. The timing could not of been worse, Robert Farrell had no other option in view of the overwhelming strain, whilst suffering from an incurable form of cancer. It was hard enough fighting the extreme conditions of his illness as well as the powers that be. The decision was made with his family because they all feared that he would not last out the prolonged harassment of the trial for federal charges “mail fraud” and “wire fraud”.

The opportunistic, political attack on Steve Kurtz lasted for 4 years and the case was finally dismissed on April 22 2008. Lucia Sommer, Coordinator of the CAE Defense Fund, which raises funds for Kurtz’ legal defense, said, “We are all grateful that after reviewing this case, Judge Arcara took appropriate action.” She added that “this decision is further testament to our original statements that Dr. Kurtz is completely innocent and never should have been charged in the first place.”[12] This is an example of the state abusing its power to crack down on individuals, turning against its own citizens. This tactic of demonizing artists as if they were terrorists, aims to ruin the lives it chooses to attack, using its extensive powers to manipulate the media. In exploiting the vulnerability of Steve Kurtz and Robert Ferrell, tarring them as anti-patriotic villains. The state used its institutional mechanisms imposing a symbolic crack down. Ferrell and Kurtz, were pawns in a dark, political and psychological game designed to warn others that this could also happen to them if they got in the way. Thankfully, many artists, individuals and groups out there are continuing to ask questions that offer up dialogues, ways into exploring alternative visions beyond such woeful terrains.

“A terrorist is the product of our education that says that fantasy is not real, that says aesthetics is just for artists, that says soul is only for priests, imagination is trivial or dangerous and for crazies, and that reality, what we must adapt to, is the external world, a world that is dead. A terrorist is a result of this whole long process of wiping out the psyche.” James Hillman. [13]

Issues such as war, religion, the climate change and the financial crisis are all linked. To define any of them as coming from a singular root cause would be too easy, yet I do feel there is a deep rooted problem that needs serious observation. It is part of the crisis and a puzzle, hard-wired into humanity’s psyche, it exists everywhere. All of our cultures through history have failed to actively incorporate as equal, a feminine perspective, usually leaving women out of the decision making process as much as possible, unless they abide within the rules of a masculine orientated framework. Even though many women have managed to become part of life’s institutional infrastructures, they still have to behave according to patriarchal demands. This is because a fundamental male code of conduct has already been set in place as default long before any women have had a decent chance to challenge these unbalanced conditions.

Many of our institutions have been committed in taking on and implementing their own global and local versions of neoliberalism, where it has seeped into the very infrastructures and consciousness of our entertainment industries, the arts, academia, business, governments and broadcasting media, news publications; where corporate agendas (and governmental schemes) matter more than the health of the planet, human contexts and social needs. Where the value of human life has been worth less than product and fanciful ideologies. In a world when genuine concerns are expressed, they are constantly ignored systematically, or at best paid lip-service and treated as annoying irritants. Together, we need to rethink things and negotiate ways out of these cul-de sacs. To be concerned and thinking about these things really should not be seen as extremist or radical, it is simply common sense.

The direction that our world has been moving is obviously the wrong direction. The planet is falling apart and neoliberalism, our governments have been guilty of pushing climate change to a point where climate scientists such as James Lovelock, believes now that we have gone way beyond tipping point. And lets face it, the war on Iraq didn’t help. “People just want to go on doing what they’re doing. They want business as usual. They say, ‘Oh yes, there’s going to be a problem up ahead,’ but they don’t want to change anything.” James Lovelock [14].

- Crisis and networking: a possible drive towards development? New Media Art often sees collaborative practices representing the trigger that activates creativity, production, critique. Is there any project or practice that you see as truly interesting and effective in assessing the issues posed by the contemporary world configuration and, specifically, by the rising crisis?

It is necessary for us to remember that there is ‘no one way’ to deal with getting around the crisis, but there are routes that we can take which highlight and raise consciousness around these urgent concerns. Working together collaboratively and challenging backward behaviours that have constrained us from effectively being engaged in making a better world is a vital step forward. I feel encouraged by the many artists out there who are including in their work an intention to change things. I was impressed by Gustav Metzger’s recent project ‘Reduce Art Flights’. A campaign challenging the art world to stop contributing to global warming by reducing their air flights all over the world, “following a reaction to Art Basel in 2006. RAF / Reduce Art Flights which deliberately resonates with both the Royal Air force and Red Army Faction acronyms comprises of a series of leaflets distributed at significant art events and exhibitions in an attempt to awaken the art world into considering alternative travel options.”[15] Reduce Art Flights (RAF) is a simple project asking us head-on to change and be more effective in our everyday lives in respect of our use of air flights. Questioning the systematic behaviour of the art world and its reliance on travelling to conferences and art fairs. “Two decades of procrastination ensure that only emergency measures now have a chance of preventing a climate disaster. George Monbiot.[16] Just because James Lovelock has given up hope with humanity changing things (who can blame him?), it does not excuse the rest of us to make it worse by ignoring it. Like Monbiot, I feel that we need to step things up a few gears by not only reducing our air flights, but we also need to support those who are directly involved in questioning and protesting against these organisations, corporations and institutions, who continue to make these mistakes. George Monbiot has recently been doing some interesting video interviews related to this, these are worth watching and can be found on the Guardian web site.[17]

Moving on from the reducing air flights alone, it is also necessary to view other alternatives in which artists are incorporating their art practice as part of the everyday, using physical, social networks of transport and distribution that are already in place. ‘Feral Trade (import-export)’ by art activists Kate Rich and Kayle Brandon, has been growing steadily as an expansive and dynamic project since 2003. On the Feral Trade web site there is a database where nodes/collaborators of this physical, local and global social network add information about the sales of distributed products. It is “a public experiment trading goods over social networks. The use of the word ‘feral’ describes a process which is wilfully wild (as in pigeon) as opposed to romantically or nature-wild (wolf). The passage of goods can open up wormholes between diverse social settings, routes along which other information, techniques or individuals can potentially travel.” “The Feral Trade Courier is a live shipping database for a freight network running largely outside commercial systems. The database offers dedicated tracking of feral trade products in circulation, archives every shipment and generates freight documents on the fly.” Kate Rich and Kayle Brandon. [18]

“This really does raise the arguably cooky question about what part conscience, plays in the sensual experience of flavour. But Feral Trade also seems to be about reattaching the stories of the life and land of the farmers to the taste of the coffee along with the stories of exporters and distributors. Feral Trade coffee certainly seems to stimulate the imaginations and tickle the taste buds of the extended social network of which I am a part and it may even have made me some new friends. While we drink we wonder whether Feral Trade could take root and start to crack the concrete of big business approaches to the global export and distribution of consumables? Are we witnessing the start of a new age in distributed distribution?” Ruth Catlow. [19]

What Feral Trade does so well is use systems of domestic transport that are already in place, asking people to be couriers from certain destinations around the world who would be travelling on these journeys anyway. This involves them bringing produce to cities and areas (as part of their luggage) and dropping them off at someone’s flat or space as storage, culminating as part of a larger node orientated, social network. This project offers the space for those connected to the project, whether they be the makers, couriers, holders, sellers or buyers of the produce to experience a more knowing relationship that reflects upon a more contextual and relational understanding of what it means to connect to others, during the process of sharing the responsibility and activity of distribution. In contrast to Metzger’s ‘Reduce Art Flights’, which rightfully asks people to reduce air flights, Feral Trade asks us to make better use of these flights beyond selfish means. Not only that, it opens up possibilities for a slower form of distribution, less reliant on speed and more about human scale nodal connections. At this point then, air flights need not be a necessary form of transport and in many cases it isn’t, it could of course be anything according to the conscience of whoever decides to collaborate.

Furtherfield’s Gallery in North London UK, HTTP is already part of this social network. We are a node supplier and collection point, where visitors can visit and buy Coffee from El Salvador and sweets from Montenegro. “Central to the process is the Feral Trade Courier database, which coordinates the movements (or stasis) of products and couriers, and prints out food packaging detailing supply, transit, cash transactions and social contacts specific to each consignment.”[20]

HTTP will be hosting Feral Trade’s research outcomes in the form of a 6-week exhibition and working cafe at the gallery, June-July 2009, serving actual refreshments alongside exhibition materials – products, delivery maps, posters, exhibition booklet, data-rich menus and a database viewing station; plus a public talks programme to present the research findings in the context of other local initiatives around sustainability and food.

Some may feel confused with the paradigm shifts arising out of most contemporary, media art practices. With how strongly they are linked to reality rather than through more formal and traditional modes of expression such as painting and sculpture. It has nothing to do with being against these more traditional forms of creativity. In fact, many media artists artists also practice in these mediums. It has more to do with controlling one’s own context in relation to the world critically. Art at the moment is exploring its empowerment, its own creative liberation, with a voice that as part of its palette, not only uses networks and technology as part of its medium to connect with others, but includes concerns and values as a vital ingredient.

-You are the promoter of a network whose reach is truly international: what are the strategies that you use to coordinate the artistic, philosophical and political components of your activity?

I am part of a larger context called Furtherfield, which is a collaboration. This means that myself and others explore together and share our imaginations, respecting each others’ voices and contributions and skills accordingly. Each of us engage in pushing our interests and passions within the loose framework of Furtherfield as a progressive media art organisation. The way we work with each other reflects how we feel about the world in which we are living in, and how we want to change it. As a group, we all agree that it is important to allow room for productive and contemporary social values, this influences the way we work with each other, and others. The way we function as an organisation does not always fit well with more traditional institutions who are more used to working in systems of hierarchy. However these days we seem to find more like-minded individuals working in these environments who want to make something decent happen. We do not respect hierarchy in itself, we perceive ourselves to be working in a flexible heterarchy at Furtherfield. Our respect and relation to each other is based on our skills, ideas, shared values contributing to a larger set of adaptive visions.

All the projects that we’re involved with reflect our concerns, whether it be political, working with Open Source, or highlighting social contexts. Furtherfield has become progressively more interested in the cultural value of collaboratively developed visions as opposed to the supremacy of the vision of the individual artistic genius. This interest has led Furtherfield to develop artware (software platforms for generating art) that relies on the creative and collaborative engagement of its users to make meaning. It explores the extent to which those who view and interact with work, including those from under-represented groups, become co-producers in a creative network, rather than ‘audience’ alone.

The Furtherfield neighbourhood has initiated or participated in collaborative projects that experiment with and develop artworks, tools and structures of cooperation. These have been co-invented or adapted by artists, activists and technologists, many of whom (but not all) are committed to ideas of social change through their practice, being specifically concerned with the freedoms, openness and democratization of media and technology. One such project is the NODE.London Season of Media Arts in London[21], organised consensually by a large group of voluntary organisers. In March 2006 150 media arts projects took place in over forty London locations, as well as on-line in the form of exhibitions, installations, software, participatory events, performance-based work, and many other self-defining forms. Its structure was inspired to some extent by the scale-free networks of the Internet, which, the science of networks tells us, maintain high levels of connectivity regardless of size.

At this point I would like to mention an exhibition that was exhibited last year at the HTTP Gallery called ‘Open Source Embroidery: Craft and Code’, facilitated by Ele Carpenter.[22] It was developed by Ele Carpenter when working as an artist in residence at Access Space [23] in Sheffield and Isis Arts [24] in Newcastle upon Tyne. The exhibition explored the connections between the collaborative characteristics of needlework, craft and Open Source software, it brought together embroiderers, patch-workers, knitters, artists and computer programmers, to share their practice making new work. The centre-piece of the exhibition was an HTML Patchwork developed in response to the popularity of quilting in Sheffield. Built on open principles of collective production and skill-share where each person contributed a part to the whole. The final work was a collectively stitched patchwork quilt of HTML web-safe colours with embroidered codes, and a wiki website, where the makers of each patch identify themselves and write about their sewing process. Each patch is personalised by the sewer, often including embroidered web addresses.

The exhibition included works by 11 artists and makers alongside a collectively made HTML Patchwork quilt and wiki. Other works in the exhibition included Susanne Hardy’s Knit-a-Blog, a collective knitting project made by contributors from across the UK and USA, Iain Clarke’s PHP Embroidery, which explores the open source PHP programming language as a form of self-generating weaving, as well as artworks by Paul Grimmer, Tricia Grindrod, Jake Harries & Keith o’Faoláin, John Keenan, Trevor Pitt, Clare Ruddock, James Wallbank, and Lisa Wallbank.

In an interview with Jess Lacetti, Ele Carpenter said “The same arguments about Open Source vs Free Software can be applied to embroidery. The needlework crafts also have to negotiate the principles of ‘freedom’ to create, modify and distribute, within the cultural and economic constraints of capitalism. The Open Source Embroidery project simply attempts to provide a social and practical way of discussing the issues and trying out the practice. Free Software, Open Source, amateur and professional embroiderers and programmers are welcome to contribute to the project.”[25]

One of the special things that we experienced with this exhibition was when grandmothers visited the show to view their own work with their friends. It crossed the age barrier, gender and class. All kinds of people contributed to the project in different ways. The audience was diverse and it caught the public’s imagination.

Moving onto the theme of collaboration, Furtherfield has always been interested in collaborating with others, but we have also felt that it is important to evaluate on what terms a collaboration is in respect of power relationships and what it means for all who are involved. One project that we were part of and got very excited about was ‘The Do It With Others (DIWO) E-Mail-Art exhibition’[26], it aimed to highlight the already thriving imaginations of those who use social networks and digital networks on the Internet as a form of distribution. Just like Mail Art, E-Mail-Art bridges the divide between artists and non artists to share a freely accessible form of distribution.

The project was open and was initiated in collaboration with the many of the subscribers of the e-mail list ‘NetBehaviour’[27], an open email list community for sharing ideas, posting events & opportunities in the area of networked distributed creativity. In accordance with Mail Art tradition, DIWO began with an open-call to the Netbehaviour email list on 1st February 2007. The exhibition at HTTP Gallery opened at the beginning of March and every post to the list until 1st April, was considered an artwork - or part of a larger, collective artwork - for the DIWO project. Participants worked across time zones, geographical and cultural distances with digital images, audio, text, code and software; they worked to create streams of art-data, art-surveillance, instructions and proposals, and in relay to produce threads and mash-ups.

The Mail Art projects of the 60s, 70s and 80s demonstrated Fluxus artists’ common disregard for the distinctions of ‘high’ and ‘low’ art and a disdain for what they saw as the elitist gate-keeping of the ‘high’ art world. They often took the form of themed, ‘open calls’, in which all submissions were exhibited and catalogued. Mail Art has always been a useful way to bypass curatorial restrictions for those who wish to create active and imaginative exchange on their own terms; this form of activity usually flourishes outside of the gallery system. It followed the spirit of past Mail Art endeavours by asking those submitting their works to open themselves to a shared dialogue as part of the process and medium on the NetBehaviour mail list, as a playful platform for experimentation together at the same time.

“Some also participated in the experimental networked curation of the exhibition, facilitated by web cams, public IRC and VOIP technology. This co-curation event, or Curate With Others (CWO), as it was retroactively named, took place a week before the gallery opening. All subscribers to the NetBehaviour list were invited to contribute to the curation of the exhibition either by viewing the gallery floor plan and posting suggestions to the list or by taking part in the event; attending the gallery or joining the on-line meeting. Information about how to join the on-line event was posted to the list. During this event the spirit and philosophy of DIWO E-mail-Art were discussed, the deluge of diverse contributions by over 90 people were reviewed, plinths, monitors and a drawing machine that worked for food called ‘Will Work For Food’ by KH Jeron[28], were moved around the gallery space; all accompanied by a steady stream of face-to-face argument and on-line text discussion.” Garrett & Catlow [29].

We are immersed in an ever shifting hybrid, meta art-culture, expansive by its nature and it does not rest in one camp, but in many camps. From our own perspective the art that we would like to carry on working with is, critical of its own behaviour and reasoning, aware of reality. We are not here for art’s sake alone, we are not here to feed an art market, we are definitely not are here just to be part of a massive conveyor belt. We are interested in exploring further how we can negotiate and change our realities in introducing an expansive and inclusive and critical art that changes the way we live for the better, whether this be through how we engage with others, do projects ourselves or support other artists in this process. We might not be there yet, but we feel that by deliberately aiming towards the possibility of an authentic dialogue, with an art that relates to social values in its processes. This this means, there is plenty of room for others to explore in parallel or with us…

Notes

[1] Production lines. By Charlotte Frost.
First published: a-n.co.uk April 2008
http://www.a-n.co.uk/publications/article/421845

[2] HTTP Gallery (Furtherfield’s physical gallery).
http://http.uk.net

[3] Crisis
http://www.crisis.org.uk

[4] Homeless Statistics
http://www.crisis.org.uk/policywatch/pages/hidden_homeless.html

[5] 2010 Olympic development driving up homelessness in Vancouver. Article By Martin Slavin.
http://www.gamesmonitor.org.uk/node/295

[6] Security budget for London 2012 Olympic Games set to break record
http://www.telegraph.co.uk/sport/othersports/olympics/london2012/3550993/Security-budget-for-London-2012-set-to-break-Olympic-record-Olympics.html

[7] Grunt London.
http://www.newworknetwork.org.uk/modules/project/viewpro.php?proid=219

[8] Artists mobilize against funding cuts. October 06, 2008.
http://www.canada.com/ottawacitizen/news/story.html?id=146e5dc3-5eb5-42a3-bae7-aa9f7063937b

[9] Arts funding cuts hit close to home. Oct 03 2008, by Julie MacLellan.
http://communities.canada.com/vannet/blogs/inthespotlight/archive/2008/10/03/arts-funding-cuts-hit-close-to-home.aspx

[10] Open Letter to Stephen Harper from Wajdi Mouwad.
http://burtinshaw.wordpress.com/2008/09/12/open-letter-to-stephen-harper-from-wajdi-mouwad/

[11] The FBI’s Art Attack.
Offbeat Materials at Professor’s Home Set Off Bioterror Alarm.
By Lynne Duke. Wednesday, June 2, 2004; Page C01.
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A8278-2004Jun1.html

[12] JUDGE DISMISSES MAIL FRAUD CASE AGAINST BIO-ARTIST KURTZ.
http://caedefensefund.org/releases/042108_Release.html

[13] In The Words of James Hillman. Psyche’s Hermetic Highwayman.
http://www.terrapsych.com/hillman.html

[14] ‘Enjoy life while you can’. Decca Aitkenhead interviewing James Lovelock.
The Guardian, 1 March 2008.

http://www.guardian.co.uk/theguardian/2008/mar/01/scienceofclimatechange.climatechange

[15] Gustav Metzger.
http://www.rsaartsandecology.org.uk/magazine/artworks/gustav-metzger

[16] George Monbiot. Whistling in the Wind.
Published in the Guardian 2nd December 2008.
http://www.monbiot.com/archives/2008/12/02/whistling-in-the-wind/

[17] George Monbiot meets … Yvo de Boer.
http://www.guardian.co.uk/environment/video/2008/dec/08/monbiot-yvo-de-boer-climate

[18] Feral Trade is a public experiment trading goods over social networks.
http://www.feraltrade.org/statement/

[19] Feral Trade Coffee: A New Media For Social Networks.
Review by Ruth Catlow on furtherfield.org (2005)
http://www.furtherfield.org/displayreview.php?review_id=142

[20] Feral Trade delivery database.
http://tinyurl.com/92wqcv

[21] Node.London

[22]
http://www.http.uk.net/exhibitions/OSE/index.shtml

[23] Access Space.
http://www.access-space.org/

[24] Isis Arts.
http://www.isisarts.org.uk/

[25] Open Source Embroidery: Jess Laccetti Inquires about Ele Carpenter’s Latest Work (2006).
http://www.furtherfield.org/displayreview.php?review_id=229

[26] The Do It With Others (DIWO) E-Mail-Art exhibition.
http://www.http.uk.net/docs/exhib12/exhibitions12.shtml

[27] NetBehaviour e-mail list.
http://www.netbehaviour.org

[28] Will Work For Food, KH Jeron.
http://projektraum.org/willworkforfood/

[29] Vague Terrain Digital Art / Culture / Technology.
Do It With Others (DIWO)—E-Mail Art in Context. By Marc Garrett & Ruth Catlow, 09/14/2008.
http://vagueterrain.net/journal11/furtherfield/01

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