Intervistando la crisi Con Simona Lodi - Piemonte Share Festival [Part 3]

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Simona Lodi - Torino Share Festival

6 gennaio. Eccoci arrivati alla terza tappa del nostro viaggio nella crisi economica internazionale e, come sappiamo, la realtà non è mai un percorso lineare: infatti l’intervista con Marc Garret verrà pubblicata l’8 gennaio. Ho ricevuto il testo ieri come concordato con Marc e lo dovevo pubblicare: il testo è lungo e impegnativo e lo sto traducendo in queste ore, sicura che comprenderete e che non sarà un problema.

Ma parliamo di Simona Lodi e della sua intervista. Simona è l’art director del Piemonte Share Festival, uno dei maggiori eventi italiani dedicati alla new media art, che ha ormai assunto risonanza e riconoscimento a livello internazionale. La scelta di passare da New York a Londra fino a Torino non è casuale. Torino, cuore dell’Italia industriale, è una città in profonda trasformazione: sede dei Giochi Olimpici, capitale del design, un’attenzione sempre maggiore al mondo delle nuove tecnologie e della comunicazione, è in questo contesto che lo Share trova il tessuto per nascere e svilupparsi. Un festival che per l’edizione 2009 sceglie di confrontarsi con un tema del tutto particolare: “Market Forces“, che la dice lunga sulle motivazioni che ci hanno spinto ad un confronto intellettuale ed estetico sull’attuale crisi economica.

Simona, con profondità, competenza, passione racconta come è nata l’iniziativa - dalla prima edizione del 2005, fino al lancio dello Share Prize e di Action Sharing, due caratteristiche che rendono il festival un’esperienza unica e del tutto particolare, che scoprirete leggendo l’intervista - e come lo scenario della Torino dei Giochi Olimpici si sia profondamente modificato: all’orizzonte, tagli del 50-60% per le iniziative culturali programmate, maestose strutture (teatri, musei, palasport) che rimarranno deserte perché non ci sono i fondi per gli spettacoli, un imbarazzante vuoto istituzionale alle domande degli operatori culturali che chiedono di conoscere i criteri di decurtamento e la logica di ristrutturazione dell’intervento pubblico per far fronte alla crisi…

Ma Simona Lodi è anche la testimonianza di un atteggiamento profondamente contemporaneo da parte di chi affronta e gestisce le sfide e i nuovi processi dell’arte e della complessità: la capacità di farsi contaminare e di cambiare con il contesto. Lo Share, come lei stessa afferma, è sempre cambiato in base alle suggestioni e all’apporto degli artisti che vi hanno partecipato e che lo hanno smontato e rimontato, facendogli assumere forme spesso molto diverse rispetto alla pianificazione originale. Ed è a lei che abbiamo rivolto una domanda paradigmatica che avrebbe concluso idealmente la trilogia di interviste: un modello di business può essere considerato un’opera d’arte?

Buona lettura e buon 2009, quando le vacanze volgono ormai al termine.

- Simona Lodi, art director del Piemonte Share Festival, un evento dedicato alla new mwdia art di risonanza ormai internazionale: presentazioni con i lettori di Artsblog.

Share Festival nasce come sequel di una mostra di net art curata da me nel 2002 ai Murazzi del Po di Torino. L’allestimento della mostra era molto semplice, c’era qualche computer collegato alla rete e un flyer con un mio testo critico di accompagnamento. Tuttavia erano coinvolti lavori di artisti, come gli Epidemic e gli 0101.org, che sono poi diventati classici del genere e vere star.

Come curatrice di mostre di arte contemporanea con un interesse spiccato per la tecnologia, proprio quella mostra mi aveva fatto toccare con mano che la semplice vetrina di un ambiente espositivo era un limite per la net.art. La pervasività del digitale e di internet richiedeva un contenitore ben più articolato, per dare spazio al cambiamento in atto non solo per le arti visive, ma per le immagini in movimento, il cinema, il teatro, la musica, la letteratura.

Per abbracciarne la portata globale era necessario pensare un evento che fosse multidisciplinare e modulato su un insieme di eventi coordinati e di spazi adeguati. Insieme a Chiara Garibaldi ho sviluppato il progetto di Share Festival.

Le premesse c’erano tutte, ma l’evento ha visto la prima edizione solo nel 2005. I due anni di incubazione sono serviti per passare dall’idea ad un progetto: sviluppare i contenuti, studiarne la fattibilità nell’ambiente di Torino, coinvolgere gli enti pubblici a credere nell’evento.

Ovviamente il tutto non è accaduto in modo così lineare, ma come spesso succede dopo a un tentativo andato a buon fine seguivano momenti di morti e nodi problematici, che sembravano non risolversi mai. Lo sviluppo dei contenuti cambiava in continuazione e spesso in maniera autonoma rispetto alle nostre pianificazioni.

Eravamo guidate dagli ambienti creativi e dagli artisti con cui entravamo in contatto. Smontavamo nel senso hacker del termine tutto il progetto per poi rimontarlo da capo. Quando cambiavano i contenuti cambiavano le location e il budget, ma il concetto di base era quello di voler unire momenti di approfondimento teorici a momenti ricreativi.

Il festival oggi è conosciuto in tutto il mondo per qualità di proposte e coerenza curatoriale. Dal 2007 abbiamo attivato il premio Share Prize con lo scopo di scoprire, promuovere e sostenere le arti digitali, basato sulla selezione di un concorso a cui partecipano più di 400 artisti da tutto il mondo.


- Il ToShare è un evento internazionale che ha consolidato si è consolidato negli ultimi cinque anni. A partire dalla tua esperienza, la crisi finanziaria inizia a farsi sentire? Quali i sintomi e le ripercussioni più evidenti?

Sì, come dicevo prima siamo un evento consolidato, ma di questi tempi non si può mai dire cosa riserverà il futuro. La crisi anche dalla nostra prospettiva sembra lunga e particolarmente faticosa. Siamo un evento non mainstream, ma oggi abbiamo un affluenza di pubblico che è 5 volte quella del primo anno (10.000 persone in 5 giorni).

I segnali della recessione sono ovunque. È saltata la funzione stessa degli stati, che non sono più in grado di garantire una protezione ai propri cittadini perché non sanno di difenderli da una crisi che parte lontano, in altri paesi, e si ripercuote sui singoli indiscriminatamente. Questo scenario contemporaneo non dà scampo.

Il settore della cultura è quello più sacrificato anche questa volta. Le scelte dei tagli rievocano, come affermava un giornalista di Repubblica qualche giorno fa (Salvatore Tropea), “roghi di libri e altri inquietanti riti sull’altare di una crisi economica che come un dio cattivo esige sempre il sacrificio pagano della cultura”.

Oggi stanno fallendo tutte le politiche di sostegno e gli investimenti fatti alla cultura. Tra queste politiche che oggi volgono al fallimento in Italia, paese che investe l’80% delle risorse destinate alla cultura nel mantenimento del suo immenso patrimonio artistico e architettonico, senza saperlo sfruttare economicamente, emergono quelle legate al marketing territoriale, per intenderci quelle legate alla riqualificazione delle città in declino post-industriale.

Esempio su tutte, la città della Fiat: Torino ha brillato per la propria rinascita, investendo in un look nuovo e nella cultura, nello sport, ma soprattutto nell’arte contemporanea miliardi di euro. Ha brillato fino al punto in cui quello che ieri era una risorsa oggi si è traformato solo in un costo. Come è potuto accadere?

Dai dati ufficiali riportati dall’Unione industriale di Torino si è calcolato che, nelle Olimpiadi invernali, sono stati investiti complessivamente 16,5 miliardi di euro, 11 miliardi dei quali per la realizzazione di grandi opere. Le stime previsionali di tali investimenti avrebbero dovuto fruttare una crescita del valore aggiunto pari a 17,4 miliardi di euro e un incremento occupazionale di 57.000 unità.

Oggi edifici come il Pala Isozaki, l’Oval e il Palavela sono chiusi per la maggior parte dell’anno e per gli impianti in montagna l’oblio sportivo è stato tombale.

E per la cultura? Torino potrà sostenere la fase post-olimpica?

Gli investimenti nel 2008 sono stati di 44 milioni euro da parte della Regione Piemonte e 49 milioni euro da parte del Comune per 4,4 milioni di abitanti in Piemonte e per 2,2 milioni abitanti per l’area metropolitana. Distribuiti (arrotondando sulle cifre) circa così 13.518.000 al cinema, 29.508.000 al teatro e alla lirica, 10.482.000 alla musica, 22.000.000 ai musei e alle mostre, 11.000.000 a eventi, convegni, seminari, e attività culturali vari. Investimenti molto maggiori in proporzione a quelli riportati da Helen Thorington che ha citato i dati che the Guardian riportava sull’Arts Council England che nel 2007 finanziava 417 milioni di pound (855 milioni di dollari) per una popolazione di 61 milioni

Questi investimenti nei Musei e nelle Fondazioni d’arte contemporanea, in fiere come Artissima, gli eventi di Torino World Design Capital, la Fiera del Libro, la Triennale d’arte contemporanea, il Cineporto e il recente Museo d’Arte Orientale (che appena aperto dovrà già chiudere alcuni giorni della settimana perché non ci sono soldi per la guardiania) benché abbiano incoronato Torino come vittoriosa nella sfida al rinnovamento, raggiungendo lo scopo di affrancare la città dalla sua caratterizzazione di centro industriale metalmeccanico per fondarne lo sviluppo economico su basi più pluralistiche, siano stati ingenti, non si sono radicati in profondità nel tessuto economico locale. E oggi rischiano di saltare per sempre.

Ci si domanda quale sia il futuro di questa città oltre la recessione, quale il futuro della cultura. Lo scorso 13 dicembre Giovanni Oliva, l’assessore alla cultura della Regione Piemonte ha convocato gli stati generali per progettare oltre la crisi. Le associazioni culturali hanno partecipato in massa a questo incontro. Ci si aspettava una risposta, una possibilità di progettare davvero insieme.

Ma già dall’atmosfera surreale che aleggiava, perché nessuno ha fatto domande dirette o chiesto spiegazioni sulla responsabilità politica delle scelte sbagliate, degli sprechi e delle occasioni perse, si poteva percepire un nulla di fatto. Nessuno è risultato essere responsabile. Come uno tsunami pare che la crisi abbia colto gli amministratori in modo imprevedibile. Fino ad un mese fa l’unico fatto che sembrava fondamentale per la politica culturale locale era sapere se il regista Nanni Moretti sarebbe rimasto un altro anno a dirigere il Torino Film Festival. Poi il vuoto.

Durante la discussione degli stati generali, è stato chiaro che le associazioni e tutto il sistema cultura si vedranno decurtare il contributo per le loro attività del 50-60% in 2009. Gli investimenti delle fondazioni bancarie saranno indirizzate solo alle infrastrutture e al restauro di edifici. A parte Sergio Ariotti, giornalista RAI e direttore del Festival delle Colline (teatro contemporaneo), nessuno ha obbiettato.

Qualcun altro presente alla convocazione ha sollevato una domanda su i criteri di scelta per attuare questi tagli, quali parametri decisionali saranno determinanti, cosa muoverà le scelte. Riformare e ri-progettare è più impegnativo che percorrere la scorciatoia dei tagli economici.

Ma le risposte sono cadute in un vuoto imbarazzante. Un vuoto che è il vuoto dei musei perché se non si investirà nelle mostre e negli eventi, negli spettacoli e nei convegni, negli attori e negli artisti, nei curatori e nei registi, gli edifici rimarranno vuoti. L’assessorato alla cultura della Città di Torino ha già deciso di destinare i pochi soldi rimasti a salvaguardare i lavoratori con contratto a tempo indeterminato dei musei. Però se così sarà, i custodi custodiranno solo le pareti vuote dei musei e dei teatri, senza opere, senza progetti, senza spettacoli e ovviamente senza pubblico.

La mancanza di un metodo univoco di valutazione del successo o del fallimento delle proposte, mostre, eventi, spettacoli, concerti e spazi culturali è un problema sempre più grosso e va risolto immediatamente. Molti eventi del 2008 sono stati un flop clamoroso, come il premio Compasso d’oro ospitato nella Reggia di Venaria (solo 25 mila persone), la mostra Flexibility nelle ex-carceri Le Nuove (15 mila) o la Triennale d’arte contemporanea costata 2 milioni euro che non ha attratto nessun gotha internazionale delle arti visive. Per non parlare dell’Arena Rock, la struttura pensata per ospitare grandi concerti, è una vera cattedrale nel deserto; aperta da marzo 2008 non è mai stata utilizzata oggi è senza un futuro preciso.

Costata 5 milioni di euro è a detta degli addetti ai lavori come gli organizzatori del festival musicale Traffic, che non sono stati consultati per il progetto, la peggiore struttura esistente, inadatta e con gravi limiti sia per concerti di 60 mila persona che di 15-20 mila.

- Parliamo di Action Sharing e dell’Orchestra Meccanica Marinetti: mentre il 2008 è l’anno della crisi, il ToShare decide di orientarsi verso la produzione. Un dato interessante, quasi in controtendenza nello scenario attuale.

Non abbiamo deciso di dedicarci anche alle produzioni come risposta alla recessione, anzi, ci auguriamo che la recessione non rallenti un progetto come Orchestra Meccanica Marinetti (OMM).

Share Festival ha l’intento di dare espressione a una scena emergente e di promuovere le suggestioni che le nuove tecnologie hanno portato alla riflessione artistica.

Dai momenti di approfondimento è sbocciata l’esigenza di produrre e di far crescere, sul territorio competenze e professionalità. Lavorando con gli artisti digitali, abituati a operare in un ambiente altamente tecnologico, è emerso un nuovo interesse: quello della metodologia di ricerca. Io e Chiara Garibaldi ci siamo accorte che il percorso di ricerca degli artisti multimediali, per arrivare a realizzare le loro opere, è molto diverso, anche sovversivo, rispetto ai metodi tradizionali della ricerca accademica e industriale, ma anche è ricco di interessanti sviluppi legati all’innovazione tecnologica.

Allo stesso tempo molti artisti digitali non rifiutano affatto lo studio della tecnologia, spesso invece ne sono padroni, attraverso l’hacking o il reverse engineering.

Molti di loro non solo usano la tecnologia esistente, ma creano quella a loro necessaria. Tutto questo è ancora più significativo perché collocato in una città come Torino, una città che in questi anni ha cambiato volto, crescendo in modo parallelo ma altrettanto esplosivo su due fronti: quello dell’arte contemporanea e quello dell’industria ICT.

Per questo motivo, noi abbiamo scelto di lanciare il progetto Action Sharing: una piattaforma che ha lo scopo di favorire la ricerca sincretica. Non più il contrapporsi del campo scientifico tecnologico e di quello umanistico, ma una loro collaborazione, allo scopo di trovare soluzioni pratiche e specifiche utilizzando assieme al metodo scientifico il metodo di ricerca dell’arte.

Gli artisti normalmente sono sui palchi, nei musei o nelle gallerie d’arte. Action Sharing li pone nei centri di ricerca delle aziende e dell’università fianco a fianco degli ingegneri e degli informatici per costruire un percorso innovativo del tutto diverso dai percorsi tradizionali.

L’obiettivo è di realizzare opere collettive in cui le tecnologie digitali siano utilizzate in due direzioni: come linguaggio di espressione creativa, ma anche come stimolo per le aziende e per la ricerca a trovare soluzioni nuove e rivendibili, dove le tecnologie che ne derivano sono un readymade sul mercato vero e proprio.

Da non dimenticare inoltre come la creazione di una community creativa estesa, “shared” appunto, composta dai vari attori possa diventare un valore a lungo termine in sé per il territorio stesso.

Per questo la Camera di commercio di Torino ha accolto la nostra proposta, diventando finanziatore del progetto e insieme è stata fatta una selezione da una rosa di progetti di artisti, tra cui è stato scelto il progetto pilota dell’iniziativa: l’Orchestra Meccanica Marinetti, dell’artista Angelo Comino a.k.a. Motor.

Motor è stato scelto principalmente per tre motivi: in quanto uno dei principali rappresenti della scena artistica locale, per la sua esperienza ventennale nell’ambito degli spettacoli multimediali e per la sua grande competenza tecnica, fondamentale per portare a termine un progetto di questa complessità.

L’opera infatti consiste in uno spettacolo multimediale, in cui un’orchestra formata da robot percussionisti che suonano su bidoni industriali, e da cori digitali, guidati da un performer umano cablato: una sorta di Tambours du Bronx in stile cyborg!

- Ma c’è anche di più: il tema dell’edizione 2009 dello Share, che avrà luogo a Torino a fine marzo, è “Market Forces”. Qual’è l’intuizione di fondo e quale il percorso che vi ha portato a fare queste scelte?

Abbiamo chiesto al nostro guest curator Andy Cameron di affrontare il tema della complessità nel prossimo Share Festival (dal 24/29 marzo 2009).

Secondo Andy la chiave per discutere la complessità e il concetto di market. Il market è una macchina per affrontare la complessità del futuro e l’imprevedibilità del sistema. Il futuro non si può più immaginare in modo lineare, perché ogni cosa è in rapporto alle altre attraverso un sistema di relazioni complesse, un ecosistema.

Perciò l’imprevisto gioca un ruolo determinante, ma la teoria della complessità non dà soluzioni pratiche, è necessaria una visione del futuro che sia credibile e applicabile. Quindi cosa fare? Intorno a questa domanda saranno chiamati a dialogare i conferenzieri invitati a Share 2009.

Anche Share Prize presenterà opere che riguardano la varietà di collegamenti tra elementi all’interno di sistemi complessi. Opere diverse fra loro ma accomunate dalla capacità di analizzare le problematiche riferite al caos e al valore, al significato e alla casualità, alla politica e all’economia. Astrazioni instabili che hanno effetti concreti e importanti sulla nostra quotidianità.

Al Museo delle Scienze, che ospiterà Share Festival 2009, si potrà interagire con le opere finaliste di Share Prize creando immagini con il fiato umano attraverso una densa polvere [Ernesto Klar - Convergenze Parallele]; mentre una rete neurale realizzata con legno e corde simulerà il processo del pensiero, anche se non avrà ancora nulla da dire [Ralf Baecker - Rechnender Raum]. Poi una scultura cinetica modellerà il caos attraverso palline di acciaio volanti [Andreas Muxel - Connect] e un oggetto costituito da una ventola farà galleggiare pezzi di carta nell’aria e genererà musica con l’azione delle mani [Francesco Meneghini-William Bottin - Sciame 1], mentre un esercito di specchi seguirà il pubblico a suo piacimento [Random International / Chris O’Shea Audience]. Infine una classica opera di net.art crescerà creando interessanti pattern unici [Lia Proximity of needs].

- Quali sono le prospettive che immagini per il ToShare nei prossimi mesi? Quali le strategie e gli strumenti per affrontare la crisi?

La crisi è un momento che mette in luce molti aspetti del nostro lavoro perché richiede una risposta attiva. Ma credo che nessuno sia mai abbastanza pronto per affrontare una crisi di questa portata. Tuttavia noi siamo sempre attentissimi ai cambiamenti generali e le sfide non ci spaventano.

Stiamo studiando varie soluzioni soprattutto legate al network di eventi e alla condivisione di progetti con altre realtà. La rete permette azioni che prima erano logisticamente impensabili e quindi ri-disegna dal basso strategie funzionali al network stesso, perciò aperto e orizzontale e come dice Ned Rossiter organizzato.

Cerchiamo anche di coinvolgere più i privati, ma vedo positivamente un possibile sviluppo nel mecenatismo solo attraverso modi nuovi di assumere la cultura, alternativi all’ “investi e rivendi” di molti collezionisti e di molte aziende.

- L’arte si sposta costantemente ed esplicitamente sempre di più verso i suoi aspetti processuali: un modello di business può essere considerato un’opera d’arte?

La tua domanda sembra un gioco di parole o una magia che ha il potere di trasformare ogni cosa in arte. Questa era la missione artistica delle avanguardie che volevano trasformare il mondo in un’opera d’arte (futurismo ma anche Bauhaus e De Stijl). Ma l’arte, che è finita con Duchamp, non è scomparsa. Piuttosto è vero il contrario.

Il business ha il potere di trasformare le attività umane più disparate in altro business. E abbiamo già visto trasformare l’arte in business. Il business è un processo e l’arte ha sempre di più una connotazione processuale aperta piuttosto che essere formalmente conclusa.

Nonostante lo scopo degli artisti contemporanei sia spesso e, fin dalle avanguardie artistiche, trasformare il tutto in arte, l’arte non è in ogni cosa e non è in ogni processo. Una visione panteistica dell’arte, per quanto simpatica, mancherebbe di una componente creativo/artistica, che dovrebbe invece caratterizzarla.

La questione non è che cosa sia arte, ma che cosa non sia arte.

Tuttavia dice Andy Warhol -nelle celebre “Filosofia di Andy Warhol” (1975): “La business art è il gradino subito dopo l’arte. Io ho cominciato come artista commerciale e voglio finire come artista del business. Dopo aver fatto la cosa chiamata “arte” o comunque la si voglia chiamare, mi sono dedicato alla business art. Voglio essere un business man dell’arte o un artista del business. Essere bravi negli affari è la forma d’arte più interessante…Fare soldi è un’arte, lavorare è un’arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte“.

Perciò è agli artisti che va fatta questa domanda. Chissà cosa salta fuori.

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[ENGLISH VERSION]

- Simona Lodi, art director of the Piemonte Share Festival, an event with international resonance dedicated to new media arts: a presentation for the readers of Artsblog.

The Share Festival was born as a sequel to a net.art exhibition that i curated during 2002 in Turin at the Murazzi del Po. The setup was very simple, as it featured some computers connected to the network and a flyer with my critique. In its simplicity it featured works of artsts that later became “classics” and real stars, such as Epidemic and 0101.org.

As a curator of contemporary art exhibitions with a marked interest on technology, that exhibit allowed me to realize how simply exposing art in a classical exhibit was a limit for net.art. The pervasivity of the “digital” and of the internet needed containers that were more articulate, to give space to the change that was happening, not only for what concerns visual arts, but also for moving images, cinema, theatre, music, literature.

Being able to grasp the global reach of these practices required to think about an event that was truly multidisciplinary and modulated on a set of events that were coordinated and organized in adequate spaces. Together with Chiara Garibaldi we designed the project of the Share Festival.

The premises were there, but the event’s first edition had to wait until 2005 to take place. Two years of incubation were needed to step from the idea to the project: developing contents, planning it for feasibility in the city of Turin, getting public institutions involved and believing in the event.

Obviously, everything didn’t happen in such a linear way: as it often happens after an action with a positive result, dead moments and problematic issues followed, that seemed to never resolve. The development of the contents changed continuously and often in autonomous ways with respect to what we had planned.

We were guided by the creative environments and by the artists we got in touch with. We continuously hacked the whole project down just to build it up from scratch again. When contents changed we also changed locations and budgets, but the base concept kept on being the desire to unite formal theoretical sessions to playful ones.

Today the festival is known all over the world for the quality of its offering and for the curatorial coherence. Since 2007 we activated the Share Prize aiming to discover, promote and support digital arts: it is based on an open call to which more than 400 artists from all over the world participate each year.

- The ToShare is an international event that consolidated its identity since the last 5 years. From your point of view does the financial crisis start to have its effects? What are the symptomes and repercussions?

Yes, as i said before we are a consolidated event, but in these times we just cannot predict what the future will reserve. The crisis seems long and stressing, even from our point of view. We are an event that is out of the mainstream, but as of today we have an audience that is 5 times the one of the first year (10.000 people in 5 days).

The signs of recession are everywhere. The same function of national states is ceasing to exist, as they are not able to guarantee a protection to their citizens anymore, as they don’t know how to defend them from a crisis that has its origins far away, in other countries, and that has indiscriminate repercussions on the lives of single individuals. This contemporary scenario does not give a chance to anyone.

Culture is the most sacrificed, again. The funding cuts bring to mind (as Salvatore Tropea, a journalist of “La Repubblica” stated in an article a few days ago) “the burning of books and other disturbing rituals on the altar of an economic crisis that as a malicious god demands the pagan sacrifice of culture”.

All the support policies and funding toward culture are failing in this very moment. Among these, in Italy, where 80% of the financial resources assigned to culture are used to mantain its immense wealth of historical arts and architecture - without a clue on how to create economic value from it -, the ones connected to territorial marketing emerge, specifically the ones assigned to requalify the cities that are in a state of post-industrial decline.

An example above all, the city where FIAT was born: Turin has been shining in its rebirth, investing billions of euros in a new look and in culture, in sport, but most of all in contemporary arts. It shined up to the point that the things that yesterday were a resource are now turning into costs. How could this have happened?

According to the official data reported by Turin’s Industrial Union it is calculated that 16.5 billions of euros have been invested in the Winter Olympics, 11 billions of which have been put towards the creation of major public works. The estimates made beforehand on such investments told that an added value of 17.4 billions of euros should have been produced, along with 57.000 new jobs.

Buildings such as the Pala Isozaki, the Oval and the Palavela are today closed during most part of the year, and the newly created ski slopes and infrastructures have suffered from a deathly oblivion.

And what about culture? Will Turin be able to support the post-olympic phase?

The investments made in 2008 have totalled 44 million euros by Regione Piemonte and 49 million euros by the city administration, for the 4.4 million citizens of the Piemonte region and for the 2.2 million citizens of the metropolitan area. The investments have been distributed (rounding up the numbers) with about 13.518.000 euros going to cinema, 29.508.000 going to theatre and lyric theatre, 10.482.000 to music, 22.000.000 to museums and exhibitions, 11.000.000 to events, conventions, seminars and other cultural activities. Investments that are way higher than the ones reported by Helen Thorington when she quoted the data provided by the Guardian about Arts Council England that in 2007 financed 417 million UK pounds (855 million dollars) for a population of 61 million.

Museums and contemporary art foundations, fairs such as Artissima, events such as Torino World Design Capital, the Fiera del Libro (Book Fair), the Triennial of contemporary art, the Cineporto and the recent Oriental Arts Museum (that, from immediately after its opening, has to be closed for some days each week as there is no available money for the guardians) have proved Turin to be a winner in the challenge to renovation, achieving the goal of turning the city from an industrial, metalworking and engineering node into a city that characterizes its economic development on a plurality of roots. Investments in these sectors have been huge, but not at all radicated into the local economic substrate. And, today, the risk is of them failing completely.

We question ourselves on what the future of this city will be after the recession, and about what will be the future for culture. Last december 13th Giovanni Oliva, Regione Piemonte’s councillor for culture, summoned a general assembly to create a plan with a reach that bypassed the timespan of the crisis. Cultural organizations and associations massively participated to this meeting. They expected answers, and a concrete possibility to collectively create a plan.

But a surreal atmosphere characterized the event, with no-one asking direct questions or asking for explanations about the political responsibilities on the choices that turned out to be wrong, about the financial waste and about the lost opportunities. The uselessness of the meeting could be perceived. No-one turned out to be responsible. The crisis seemed to have hit the administration unpredictibly, as a tsunami. Up until the previous month the main issue of concern regarded movie director Nanni Moretti staying for one more year as the director of the Torino Film Festival. Then, the void.

During the general discussion it was clear how the associations and all of the cultural system will see their financial support cut by 50-60% in 2009. Investments coming from bank foundations will only be directed to infrastructures, to the restoring of buildings. Sergio Ariotti apart (RAI journalist and director of the contemporary theatre Festival delle Colline), nobody objected.

Someone present at the meeting questioned about what had been the principles that had been followed to make the choices about the cuts, what decisional parameters had been decisive, what had oriented the choices. Reforming and redesigning is harder that following the ways of the financial cuts.

But answers fell into an embarassing void. A void that is the emptyness of museums, because if nobody invests in exhibitions and events, in shows and conventions, in actors and artists, in curators and directors, the buildings will remain empty. The counsellor of the city of Turin has already decided to assign the small amounts of money left to safeguard museum workers employed with a permanent employment contract. If this will be reality, guardians will guard only the empty walls of museums and theaters, with no works, no projects, no shows and, obviously, no audience.

The lack of an unabiguous methodology to be used to evaluate the success or failure of proposals, exhibitions, events, shows, concerts and cultural spaces, is a real and evergrowing problem, and it has to be resolved immediately. Many events that took place in 2008 have been sensational flops, as the Compasso d’Oro prize, held at the Reggia di Venaria (only 25 thousand people attended), the Flexibility exhibition at the old prison Le Nuove (15 thousand people) or the Triennial of contemporary art, which cost 2 million euros without attracting any of the important international stars of the visual arts. And the Arena Rock: the structure, thought to host great concerts, is now a cathedral in the desert; opened since march 2008, it has never been used and today and it has no defined future. As reported by insiders, such as the organizers of the Traffic music festival (whom have never been asked to getting involved in the project), it cost 5 million euros and it is one of the worst structures in existence, with great limitations to host shows for 60 thousand people, and even for 15-20 thousand.

- Let’s talk about Action Sharing and about the Orchestra Meccanica Marinetti: while 2008 has been the year of the crisis, ToShare decided to move towards production. An interesting detail, in countertrend with the current scenario.

We didn’t think about dedicating to production as an answer to recession. On the contrary we hope that recession doesn’t slow down a project like the Orchestra Meccanica Marinetti (OMM).

Share Festival has the explicit intent of giving expression to an emerging scene and to promote the suggestions that new technologies brought onto the artistic thought.

From taking breathing spaces for reflexion, a need emerged, to produce and to let grow skills and professionalities on the territory. Working with digital artists, used to operating in highly technological environments, new interests emerged on research methodologies. I and Chiara Garibaldi realized that multimedia artists’ research paths, the ones used to create their works, are very different, and subversive, compared to the traditional methodologies of academic and industrial research, but they are also full of interesting points of view on technological innovation.

Many digital artists do not refuse to study technology, and often they master it, through hacking and reverse engineering.

Many of them do not only use existing technologies, they also create themselves the technologies they need. All of this is even more significant as it is placed in a city like Turin, a city that has totally changed during these last few years, growing in parallel, explosive ways on two fronts: contemporary arts and ICT industry.

This is the reason behind the launch of the Action Sharing project: a platform with the goal of enabling synchretic research. No more conflicts between technological sciences and humanistic ones, replaced by a collaboration, aiming to find practical and specific solutions , using scientific and art research methodologies, together.

Artists are normally on stages, in museums on in art galleries. Action Sharing takes them to research centers in companies and universities, side by side with engineers and computer scientists to build innovative paths that are totally different from traditional ones.

The objective is to create collective works in which digital technologies are used along two directions: as a language for creative expression, but also as a trigger for enterprises and for researchers to find new and valuable solutions, ones in which the technologies that derive from them act as readymades for the market.

The creation of an extended creative network is not to forget, as well. A “shared” network, composed by various actors, that can become a long-term value for itself and for the territory.

This is the reason behind the Chamber of Commerce of the city of Turin welcoming our proposal, financing the project and joining in the process of choosing among a set of possible projects and artists. The pilot project of the initiative has been chosen among them: the Orchestra Meccanica Marinetti, of the artist Angelo Comino a.k.a. Motor.

Motor has mainly been chosen for three reasons: for being one of the main representatives of the local artistic scene, for his experience coming from more than twenty years of multimedia shows, and for his great technical skill, which was fundamental to conduct a project of such complexity.

The work consists in a multimedia show in which an orchestra, made up by percussionist robots playing industrial bins and by digital choirs, is guided by a cabled human performer: something like a cyborg Tambours du Bronx!

- But there’s more: the theme of the 2009 edition of the Share, taking place around the end of march in Turin, is “Market Forces”. Which is the fundamental intuition and what is the path leading this choice?

For the next edition of the Share Festival (24/29 march 2009) we asked our guest curator, Andy Cameron, to confront the theme of complexity.

According to Andy the key to discussing complexity is the concept of market. The market is a machine used to face the complexity of the future and the unpredictability of the system. The future cannot be imagined in a linear way, as every thing is in relation with other ones through a system of complex relations, an ecosystem.

In this way the unexpected plays a decisive role, but the theory of complexity does not provide practical answers, and a vision of the future that is credible and reliable is needed. What can we do? The speakers invited to the Share 2009 will discuss this question.

The Share Prize, as well, will present works that take into account the variety of the connections running between the elements of complex systems. Works that are different from each other, but that share their ability in analyzing chaos and value, meaning and casuality, politics and economy. Unstable abstractions that have concrete and important effects on our daily lives.

The Share Festival will be hosted by the Museum of the Sciences, where visitors will be able to interact with the finalist works of the Share Prize, creating images with teir breaths through a dense powder [Ernesto Klar - Parallel Convergences]; while a neural network built using wood and ropes will simulate the processes of thought, even if it won’t have anything to say [Ralf Baecker - Rechnender Raum]. Then a cinetic sculpture modelling chaos through flying steel balls [Andreas Muxel - Connect] and an object constructed through a fan that will have pieces of paper floating in the air, and generating music through the action of the visitors’ hands [Francesco Meneghini-William Bottin - Sciame 1], while an army of mirrors will follow the public according to its own will [Random International / Chris O’Shea Audience]. In the meanwhile a classic net.art work will constantly grow creating evenrchanging patterns [Lia Proximity of needs].

- Which are the perspectives that you imagine for the ToShare for the next months? What are the strategies and the tools that you will use to face the crisis?

The crisis is a lapse of time that highlights various aspects of our work because it requires an active response. But I don’t believe that anybody is ever ready enough to confront a crisis of such magnitude. Anyhow we are constantly on alert to the general changes, and challenges don’t frighten us.

We are studying several solutions mostly connected to networks of events and on project sharing with other realities. The network allows for actions that, previously, were logistically unthinkable and, thus, it redesigns the strategies from the bottom, turning them into networked strategies, open, horizontal and, as Ned Rossites says, organized.

We are trying to get the private sector involved, but I only see support mechanisms as being positive when they work through new ways of assuming culture, ways that are alternatives to the “invest and resell” used by many collectionists and enterpreneurs.

- Art constantly and explicitly moves towards being process-oriented: can a business model be a work of art?

Your question resembles a word trick or an act of magic that has the power to turn everything into art. That was the artistic mission of the avant-gardes wishing to transform the world into a work of art (fururism but also Bauhaus and De Stijl). But art, which ended with Duchamp, did not disappear. Rather, the opposite is true.

Business has the power to transform the most desparate human activities into more business. And we already had the chance to see art transforming into business. Business is a process and art constantly grows in its open processual characterization rather that being formally complete.

Althought the objective of contemporary artits is often, since the artistic avant-guardes, to transform everything into art, art is not in everything and it is not in every process. A pantheistic vision of art, even if it can be cute, would miss the creative/artistic component that characterizes it.

Thus the question is not “what is art”, but “what is not art”.

Nevertheless, Andy Warhol - in the famous “Philosophy by Andy Warhol” (1975) - says:

“Business art is the step that comes after art. I started as a commercial artist and I want to finish as a business artist.
After doing a thing called ‘art’, or however you want to call it, i dedicated myself to business art.
I want to be a art business man, or a business artist.
Being good in business is the most fascinating kind of art.
Making money is art and working is art and good business is the best art.“.

Thus this question has to be asked to the artists. Who knows what would come out.

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