Multi Mao - Ribellarsi è giusto

mao by warhol

3° appuntamento de "I Diari di Nanchino" di Massimo Canevacci.

Una puntata toccante, questa, che nel flusso di uno zapping televisivo dove l'unico legame con le parole sono le immagini e i gesti, ricostruisce il clima di celebrazione mediatica intorno al 60esimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (1° ottobre). Protagonisa assoluto dei 57 canali tv (esclusi quelli locali e privati) è un Mao sempre uguale e sempre diverso che si ripete nei volti di dieci attori, contemporaneamente: Multi Mao, come lo definisce il professore.

Ma preferisco lasciarvi alla lettura del testo, veramente intenso.

"Multi-Mao - Ribellarsi è giusto

La sera spesso sto davanti alla tv. Ci sono 57 canali, di cui 12 della CCTV (immagino statali, di cui 1 in francese e 1 in inglese) e gli altri che immagino privati o locali. L’esperienza è quella di non capir nulla dei dialoghi e di tentare di capire solo con le immagini quello che accade. Mi ricordo che sempre benjamin diceva che se si fissa o ascolta con estrema attenzione una lingua straniera dopo un po’ si capisce il senso, ma lui aveva ancora l’idea di una fase prima di Babele che a me non produce alcun effetto evocativo. Vorrei parlare dopo sulla pubblicità, che ha i codici più semplici e direi comprensibili. La cosa che mi attira è emersa con forza perentoria nel transitare rapido tra i vari canali. Si sta avvicinando il 60esimo anniversario della proclamazione della Repubblica Popolare Cinese e in diversi canali mandano serial sopra la lunga marcia e le ultime fasi della guerra di Mao contro Chiang Kai Shek. La cosa, almeno per me, straordinaria è che ci sono contemporaneamente sui diversi canali almeno una decina di Mao, presentati da attori diversi e che hanno in genere alcuni tratti costanti: e chi impersona Mao, non può fare ruoli diversi come se non è un semplice impersonare un personaggio, ma in qualche modo essere proprio Mao. Il primo (che è stato quello attraverso cui ho riconosciuto il primo Mao) è la sigaretta; prima ancora dei suoi celebri e iconici capelli, il mito dice che lui fumava sempre con un gran gusto. E allora quando ho visto uno che fumava e che poi con la cicca accendeva una nuova sigaretta, non ho avuto dubbi: era Mao! L’attore migliore (di cui parlerò dopo) deve aver studiato a fondo la sua tecnica. E il piacere di togliersi un filo di tabacco dalle labbra, guardarlo con affetto e farlo scivolare tra le dita. Farsi passare il fumo dalla bocca al naso. Espirar il fumo lateralmente per sottolineare con le parole un concetto importante. Accendere il fiammifero dall’alto verso il basso, stile che per me hanno solo i grandi fumatori, a differenza degli improvvisatori che strusciano il fosforo dal basso verso l’alto per poter così accendere subito la sigaretta. La sua tecnica è da professionisti del fumo perché l’occhio accompagna con delicatezza e concentrazione il movimento iniziale della fiamma verso il basso e la sua risalita infiammata verso l’alto che illumina il volto e accende il piacere del fumo. E ancora: offrire sigarette (lui ne ha sempre). Spegnere le cicche in portaceneri sempre pieni, con una sorta di mestizia, di addio fugace nella sua estrema brevità, in quanto la cicca risorge immediatamente più infiammata e fumante di prima. Infine, il pacchetto è di carta e non di cartone come vanno scioccamente di moda adesso e – estasi suprema – le sigarette non hanno filtro, tratto che distingue il piacere del fumo dal vizio industrializzato. Il secondo è una piccola escrescenza sul mento, un porro di cui non ricordavo traccia nelle immagini classiche. Tutti hanno questa piccola pustola come una marca distintiva per riconoscerlo. Il terzo tratto è quello notissimo della giacca e in genere della divisa: bella (mi piacerebbe comprarla), non come girava nelle riproduzioni denigratorie almeno in Italia, di un cotone spesso dal bel color tabacco (ancora!), dalle tasche ampie, che piega bene come si suol dire. Ma direi che dopo quella di Armani, la giacca di Mao è la più elegante del mondo. Un mio amico italiano attento conoscitore della cultura cinese commentando questo punto mi avverte che è stato Sun Yat Sen a disegnare questa giacca per primo, per cui ci sarebbe un tratto nazional-nazionalista su quel disegno. E per ultimo: ride e sorride. Sempre. Mao dice battute (per me purtroppo incomprensibili), definisce una strategia, vede un bambino, incontra un compagno d’armi, parla con l’attendente, fa un discorso ufficiale: ma sempre e costantemente sorride o ride. Un Mao umano, allegro, che trasmette felicità, buon umore, vero compagno di vita, più che il Mao supremo che indica – isolato e solare - la via alle masse.

Saltando rapidamente nei vari canali, cerco di cogliere le differenze tra questi multi-mao sincronici nelle tv. Di gran lunga il migliore è quello interpretato da un attore che passa sul 1° canale, quello che immagino il più importante e che culminerà forse proprio il 1° di ottobre o meglio il giorno prima. Elegante, sempre un po’ solitario ma anche allegro, fuma come nessun altro attore, bell’uomo, amico dei suoi collaboratori, in primo luogo il (per me sempre) grande Zhu Enlai, che mi pare aver riconosciuto addirittura prima di Mao per un motivo semplice: le sopracciglia folte e nere. Quando è apparso per la seconda o terza volta questo viso in primo piano, occhi sempre intelligenti e mobili, più mobili di quelli di mao che sono sottili e sempre un po’ introversi. Zhu li ha larghi, gli occhi, che penetrano l’interlocutore e lo schermo. Gli attori sono posseduti dagli occhi di Zhu, se li portano addosso con una superiore eleganza sottile e discreta, decisa e mobile che solo la sua avventura - politica e umana – radicalmente estrema potevano avere e mimetizzarsi negli occhi degli attori. Mi è sempre piaciuto Zhu, anche quando lo leggevo e chiamavo Ciu. Una vita che solo in quell’epoca tumultuosa, tra esili europei, agitazioni politiche tra Francia e Germania, rivolte e scioperi insurrezionali a shanghai, diplomazie ferme e duttili con tutti, adesione totale e fedele alla linea di Mao quando sembrava a tutti folle: iniziare la lunga marcia per spezzare l’accerchiamento dei nazionalisti (e degli stalinisti che lo volevano alleato di Ciank Kai Shek anche quando questi trucidava una intera generazione di rivoluzionari a Shanghai), dirigersi verso nord per attaccare i nemici più nemici della Cina, più dei nazionalisti e dei signori della guerra: i giapponesi che avevano già invaso la Manciuria. E stavano facendo carneficine di una crudeltà inimmaginabile, la più enorme proprio qui a Nanjing, che ora è storia ma che il governo giapponese ancora non vuole riconoscere come un delitto di massa compiuto tra l’altro da una passata gestione politica: l’eccidio di Nanchino, le cui migliaia di morti e le forse 200.000 donne stuprate e massacrate ancora chiedono giustizia. Zhu è morto pochi mesi prima di Mao: se gli fosse sopravvissuto avrebbe governato lui e forse la Cina sarebbe stata diversa: ma si sa, nella storia i se non esistono, servono solo a immaginare scenari diversi e liberare la potenzialità dei “se” non solo e non tanto per il passato, quanto per i futuri ancora possibili. Se ci sono. Il quinto tratto che non è solo di Mao ma è di tutti, comunisti e nazionalisti, generali e soldati, sono le mappe: la guerra si svolge essenzialmente nelle mappe geo-militari. La strategia è disegnata. Le mappe sono come caratteri cinesi da muovere sulla carta a seconda della relazione tra tattica e strategia (su cui non entro con i miei ricordi passati). La mappa è scrittura politica e militare. La mappa è il territorio. Non nel senso di Bateson, che sarebbe una sorta di delirio di onnipotenza del soggetto che pretende di manifestare la rappresentazione della realtà con le stesse misure della realtà, 1 a 1. La mappa è il territorio nel senso che quello che viene pensato, visto, letto, trascritto nella mappa si trasforma nel territorio in azione. La mappa è il tao. Mao osserva la mappa con occhi sottili apparentemente semichiusi per il fumo che sale dalla sigaretta. Si ferma. Dice qualcosa che a volte uno scrivano trascrive in un quaderno. Potrebbe essere una massima o una poesia. Oppure una scelta militare. Poi quando arrivano gli altri, dimostra la sua scelta con brevi movimenti della matita che scorre sulla mappa. Si accende la discussione, cioè è sempre pacata e ragionata. Tutti dicono qualcosa osservando e indicando la mappa. Alla fine Mao sorride e tutti lo seguono. Immagino anche gli spettatori, che stanno capendo le sue scelte strategiche: attirare il nemico nel proprio territorio, come se ci si stesse ritirando, e poi scatenare l’offensiva improvvisa e irresistibile.

Al suo opposto, il generalissimo Ciang Kai shek è sempre elegantissimo. Spesso si veste coi tradizionali abiti, una camicia aderente e “damascata” chiusa al collo, una “gonna” ampia fino ai piedi, baffetti sottili e neri, testa rasata da cui appena spuntano sempre i capelli con sottile civetteria, a volte con a fianco la moglie bella e silenziosa, la sorella della moglie di Sun Yat Sen (il primo presidente repubblicano della cina). Oppure con la divisa perfetta, con cui interviene all’incontro con lo stato maggiore, tutti seduti o in piedi su un lungo tavolo, con davanti teiera e tazza, sempre in silenzio o gridando signorsì (unica parola che ho capito!), di fronte a una grande mappa trasparente, ben più raffinata di quella comunista. Tutti i generali osservano alternativamente mappa e generalissimo. Lui parla poco, la bocca sottile, il volto fisso, impenetrabile, mai “feroce” o “cattivo”, si guarda intorno in silenzio passando tra i vari ufficiali silenziosi e rigidi, poi esce rapido. Qui la cosa interessante è il conflitto tra un generale che cerca di applicare la strategia (fedele a suo modo al generalissimo) e alcuni altri generali che dissentono ma che vengono ben presto messi a tacere. Deduco che questi avevano intuito la trappola, ma che mai e poi mai la tattica nazionalista poteva cambiare o semplicemente immaginare di indietreggiare o non inseguire il nemico sconfitto. Nel mio modo intuitivo, deduco che la tv – e quindi le scelte politiche culturali attuali – vogliono mostrare che anche i nazionalisti sono cinesi, che quindi c’erano bravi soldati tra loro, che il limite dei vertici militari era l’ideologia. È questo limite – basato su un orgoglio smisurato di un esercito regolare ed efficiente che aveva eliminato ad uno ad uno i signori della guerra - che porterà Chiang alla sconfitta e all’esilio a Taiwan.

Ora pubblicità…"

Massimo Canevacci

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