Il pianoforte di Taiwan

il pianoforte di taiwan

I Diari di Nanchino, 5° puntata.

Diviso in due parti, il racconto del prof. Canevacci si apre con l'esperienza di un ospedale del tutto particolare (o normalissimo: dipende dal punto di vista dell'osservatore) dove un pianoforte a coda lo invita a suonare un "inno alla gioia sanitaria... La seconda parte racconta invece una lezione in classe fra la versione contemporanea di un ritratto di Arciboldo e la difficoltà di tradurre la parola "antropologia" in cinese.

[NB: mi scuso con i lettori per aver saltato l'appuntamento di domenica. Oggi ne ripropongo due in attesa di risolvere un problema tecnico con le gallery e di poter pubblicare le bellissime foto che il professore ci ha inviato.]

Il pianoforte di Taiwan

È arrivata di sera. Implacabile e liquida come solo la diarrea cinese sa essere. Dopo il quarto attacco, sento che anche la febbre sta salendo: 37.8…managgia…la mattina andiamo all’ospedale e natasha – la studentessa che cura insieme a lin il ruolo di interprete, senza le quali la vita è difficile – ci consiglia un tipo di ospedale dove se vogliamo c’è anche l’interprete. Bene. Arriviamo e già l’entrata si apre su un salone incredibilmente ampio, lucido e pulitissimo con due soli elementi speculari: da un lato, un centro accoglienza rotondo, tipo il banco info degli aeroporti, con 3-4 ragazze con le mascherine, pc e scheda sul nuovo paziente; dall’altro un pianoforte a coda su un piedistallo. Ma che strano… Immagino qualcuno che suona musica lounge mentre i pazienti escono guariti. Alla cassa, senza fila, pago per 2 visite mediche (ho anche problemi alla voce, come al solito) 19 yuan. Meno di 2 euro. Arriviamo lungo corridoi silenziosi e efficienti, dalle indicazioni friendly anche in inglese, alla porta del primo dottore; una giovane infermiera ci prega di sederci per aspettare 5’. Entriamo dopo 4’. Il giovane medico parla un poco di inglese, mi vede la gola, mette il termometro, fa le domande classiche sulle malattie che ho, mi chiede se voglio fare l’analisi del sangue. Accetto. Andiamo in una sala che si apre su un corridoio. Prendo il n. 99. Aspetto tre pazienti prima di me, due dei quali bambini deliziosi che fanno la puntura sul dito: la femminuccia si diverte a guardare la dottoressa che le pratica l’iniezione, è curiosa, ha i genitori vicino e vive così una esperienza bella; l’altro – un maschietto – piange che ne manda il cielo… piange piange fino al culmine della puntura e subito dopo si calma. È l’idea che terrorizza, più che l’ago. Tocca a me. Fatto. In attesa dei risultati delle analisi, Natasha – sempre gentile, ironica, intelligente – ci porta dal gastroenterologo. Lì entriamo subito. Un medico un po’ anziano, parla solo cinese, mi fa alcune domande, nel pc ha già tutta la mia scheda con le note dell’altro medico - e qui vorrei sottolineare il mio stupore – con già i risultati dell’analisi del sangue. Nel tragitto, sono arrivati e vanno direttamente nella mia scheda, così qualsiasi medico le può vedere. Ci sono 2 valori un po’ alterati ma dice che non è niente; alcune altre domande, mi sente con le mani lo stomaco, il cuore e poi mi prescrive la cura. Mi chiede se voglio fare adesso l’analisi delle feci. Purtroppo rispondo che ora avrei difficoltà. Risponde che non è necessario, non ho niente di grave. Torniamo dall’altro medico che ha già visto le analisi del sangue e mi prescrive anche lui medicine. Alla cassa. Pago e arrivando alla farmacia che sta dietro già ci sono le cinque medicine ordinate e pagate su una scatola di plastica. L’impiegata-infermiera ci spiega – sempre tramite Natasha – come prenderle. Ci sono pochi pazienti in giro e questo mi stupisce. Forse se le visite sono sempre così rapide e precise, non si formano quelle code terribili che negli ospedali in particolare mi sembrano sempre delle minacce pronte a saltarti addosso. A una mia domanda, natasha risponde che è un ospedale di Taiwan. Ma come? Non era l’isola irredenta che non voleva riunificarsi affermando una loro differenza persino culturale dalla madre-cina? La spina nel fianco delle diplomazie di tutto il mondo che non dovevano riconoscerne l’esistenza giuridica? Non solo: è anche privata, una società di computer finanzia tutto. Usciamo attraverso la grande sala. Il pianoforte a coda sta sempre là, oscuro e silenzioso. Se ne fossi capace, mi verrebbe la voglia di salirci sopra e suonare l’inno alla gioia sanitaria.

La mia voce sta al minimo e mi sento fiacco, ma la diarrea si è fermata e anche le febbre. Così decido di fare la lezione: parlo su Malinowski a questi teneri studenti che non hanno mai sentito la parola antropologia, che mi pare neanche esista in cinese, per sottolineare l’importanza della ricerca sul campo anche per chi studia comunicazione. E del viaggio. E del diario … J … Spero proprio che diversi di loro possano andare a Roma nella mia ex-facoltà. 10’ minuti prima che suoni la campanella dico che non ce la faccio più. La lezione è finita. Ma prima di chiudere, volevo riportare una discussione interessante: ho chiesto agli studenti che non avevano portato l’immagine da me richiesta il perché e se la portavano la prossima settimana. Sono quelli che parlano con più difficoltà italiano e timidissimi. Chiamandoli per nome rispondono: e una di loro dice che ha avuto difficoltà perché secondo lei il bambino non vede una sola immagine ma una sequenza, come un film. È giusto, rispondo, allora porta questa sequenza. Dice di sì... Uno studente mostra la sua immagine che la volta precedente non era riuscito a scaricare: è un viso - lui dice proprio visus – cioè il primo piano di una persona i cui lineamenti sono frutta e verdura mentre gli occhi sono due pc con dentro due pupille. Prima lo faccio analizzare a lui e poi scrivo sulla lavagna (cosa che non facevo da decenni) ARCHIMBOLDO, il pittore italiano che questa immagine evoca o cita o rielabora.

Massimo Canevacci

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