
Questo dipinto di Giorgione da Castelfranco Veneto è uno dei più interessanti del ‘500 italiano, per quanto non siamo più in grado di riconoscere il soggetto rappresentato, ma forse, anche all’epoca in cui venne realizzato, il significato di questo quadro non era immediatamente percepibile. Fu commissionato a Giorgione nel 1507 circa dal nobile veneziano Gabriele Vendramin, un intellettuale, diremmo oggi, che frequentava un circolo di eruditi.
L’interpretazione del soggetto è senz’altro legata ai dotti amici del committente e le ipotesi degli storici dell’arte si sprecano: raffigura Paride, Adamo ed Eva dopo la cacciata dal paradiso terrestre, una scena mitologica ispirata ad Ovidio. Non importa. L’elaborato significato allegorico non deve interessarci più di tanto, quello che conta sono invece alcuni elementi del tutto innovativi.
Primo: la rappresentazione della scena. Il vero protagonista del quadro è il paesaggio, cosa del tutto insolita per l’epoca, dove la figura umana era preponderante e il paesaggio serviva da sfondo. In questo caso invece l’uomo e la donna con il bambino sono inseriti in modo armonioso nel paesaggio, ne fanno parte, ma non hanno un ruolo predominante, anzi sono spostati a lato. Secondo: il fulmine che squarcia il cielo ed illumina con il suo chiarore le case circostanti. L’artista si concentra su un fenomeno naturale, altro fatto inedito, lo blocca nel momento in cui accade: un istante; il lampo diventa il punto di attenzione principale, non a caso è inserito proprio al centro del dipinto. Terzo: la pittura tonale. Fino a quel momento era il disegno che modellava le figure, che delineava i volumi, che marcava gli spazi, con Giorgione questo ruolo viene assunto dal colore. Allo stesso tempo il colore unifica l’opera con un tono generale; non ci sono più forme delineate, racchiuse dal disegno, ma tutto si fonde in modo armonioso e dolce.