Il 12 maggio si è aperta la 17esima Biennale di Sydney. Questa edizione è segnata dalla partecipazione di 166 artisti e di 36 paesi per un totale di 440 opere d’arte presentate.
Un impegno considerevole, forse il più grande mai realizzato dalla manifestazione in 37 anni. Il titolo è esso stesso significativo, The Beauty of Distance: Songs of Survival in a Precarious Age, che racchiude il principio di questa edizione 2010, quello di raccogliere più culture possibili, guardando al futuro con un occhio al passato.
Non tutti i lavori sono nuovi, 70 rispetto al totale, ma è significativo l’elenco degli artisti partecipanti. Dai fratelli Chapman a AES+F, da Louise Bourgeois (il cui contributo, a due giorni dalla scomparsa, assume un valore ancora maggiore) a Cai Guo-Qiang, da Steve McQueen a Cao Fei, da Bill Viola a SuperDeluxe. E non manca neanche Paul Mccarthy.
La Biennale di Sydney, per durata di tempo, è terza soltanto a Venezia e San Paolo. Interessante vedere il programma (certo una cosa è la carta una cosa è la sensazione di persona), perché c’è molta sperimentazione, verso generi che uniscono performance, musica, intrattenimento. Oltre ai classici video, fotografia, pittura, scultura. Così come è interessante notare, in tempi di chiusura verso il proprio paese, la volontà di far vedere come l’arte non abbia invece confini. E ultima cosa, constatare come, nonostante i difficili tempi economici, mentre in altri paesi si tagliano manifestazioni importanti, a Sydney hanno deciso addirittura di investire di più (considerazioni che ho sviluppato a distanza, leggendo del MAXXI, nuovo contenitore con vecchio contenuto e dei tagli alla cultura, Triennale e Quadriennale incluse).