Sono esposti presso la Tate Britain di Londra fino al 3 gennaio, i lavori dei 4 finalisti per il Turner Prize 10 (Dexter Dalwood, Angela de la Cruz, Susan Philipsz, Otolith Group). Il vincitore verrà dichiarato il 6 dicembre e si potrà allora portare a casa il premio di 25 mila sterline. Gli altri, si dovranno accontentare, si fa per dire, di 5 mila sterline. Anche se, come si sa, il valore nel premio non sta nei soldi, ma nel prestigio che ne segue.
Questa ad ogni modo la prassi, che si ripete ormai da diversi anni, insieme alle polemiche e alle critiche che non si fermano mai. Nonostante il tempo, che avrebbe ormai dovuto consolidare il premio come uno dei più importanti a livello nazionale e internazionale, c’è sempre molta ironia quando si parla della selezione degli artisti e della natura delle opere.
Ed è lo stesso quest’anno. Ma con una nota diversa. Se negli anni precedenti, si diceva che le opere erano troppo innovative e stravaganti, questa edizione viene vista come troppo classica e poco originale. Questo perché gli autori sono conosciuti da anni, e hanno uno stile consolidato.
Turner Prize 2010: alla Tate Britain i lavori finalisti




A ciascuno degli artisti è dedicata una sala, dove sono esposte alcune opere rappresentative della loro arte. Ma, come da regolamento, non sono stati selezionati per i lavori esposti, ma per il lavoro complessivo realizzato nel corso dell’anno (devono avere avuto almeno una mostra).
Il progetto più fresco può essere considerato quello degli Otolith Group. Un’installazione complessa di video e disegni che vede la collaborazione di diverse persone. La più difficile da vedere e comprendere nel suo insieme, è probabilmente quella più innovativa. Io gli ho preferito i collage pittorici a carattere politico di Dexter Dalwood, artista al limite di età per le regole del premio (ha 50 anni). Significative dal punto di vista concettuale, ma apparentemente insignificanti le installazioni/dipinti torti e ritorti della Cruz. Infine l’esperimento canoro della Philipsz, che propone attraverso diversi altoparlanti il lamento scozzese Lowlands Away. L’effetto è piacevole, ma non si sente il fascino che potrebbe suscitare, in un ambiente diverso rispetto ad una spoglia sala museale.
Klimt
07 ott 2010 - 23:24 - #1Non c’è molto fermento su artsblog, e mi spiace che l’unico commento debba essere il mio.
Queste non sono manifestazioni artistiche, non hanno nulla a che fare con l’arte, sono semplicemente un’appendice estetica dei giochi di potere. Nessun artista è mai veramente premiato per le sue capacità. A dire il vero, il potere si è così ben mescolato con l’arte, che ormai non è più distinguibile l’uno dall’altra. E’ bravo o raccomandato? E’ questa la nuova ambiguità dell’arte, dove rimane una certezza…lo squallore. Questo non è disfattismo, è la pura e semplice triste verità.
margherita
08 ott 2010 - 00:04 - #2La domanda bravo o raccomandato ci accompagna ormai in ogni campo. Bisognerebbe anche capire che cosa si intende per luoghi che fanno arte.
Questa non è arte, dici tu, ma il contro premio Turner lo è secondo te? Dove sta la differenza?