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L'arte e il fashion design secondo Issey Miyake

Pubblicato: 30 ago 2010 da penelope.di.pixel

Commenti dei lettori

Le opere d’arte aumentano di valore col passare del tempo. Ecco perché il nostro lavoro è giudicato così strano. Un istante dopo essere stato acclamato, un modello viene copiato in lungo e in largo, e diventa proprietà di tutti. Quando uno stile è considerato vecchio viene scartato. Il fashon design non è arte. Non credo che dovrebbe essere considerato arte nè io un artista. Non creo i miei abiti per il museo. (…) Ho sempre cominciato dall’osservazione del corpo, perché è questa la cosa essenziale. Il corpo è eccitante. Il mio più grande desiderio è fare degli abiti che creino la stesa eccitazione del corpo.

Issey Miyake, 1983

NB: nel video, la collezione di Miyake al MOMA. Cosa pensate della sua interessante affermazione?

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5 commenti

Commenti dei lettori

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  • Profilo di margherita

    margherita

    30 ago 2010 - 10:55 - #1
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    Uno dei pochi stilisti che non ha pretese di artista e che ragiona da designer. La moda è bella, è creativa, con il tempo può diventare vintage, ma si basa sul principio della temporaneità. Non è arte, ma arte applicata sì.

  • Profilo di ste1

    ste1

    30 ago 2010 - 22:03 - #2
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    leggendo questo post ,dove si intrduce il dubattito tra arte ed arte applicata, mi è subito venuto in mente il contributo storico, che avevo letto qualche tempo fa, dato da Coomaraswamy. lo so che parla del concetto di arte nel medioevo però mi sembra interessante poter vedere come in quell’epoca non si distingueva l’arte dall’arte applicata. e magari, da ciò si può creare un ultieriore dibattito sul significato odierno di arte. Spero di non deviare troppo il discorso dal post, però mi pare un punto di vista utile al dibattito. cito delle frasi dal libro “la filosofia dell’arte cristiana e orientale” che secondo me sono significative (ovviamente il concetto nel libro viene esaminao molto più approfonditamente):”dal punto di vista medioevale l’arte era il genere di conoscenza secondo la quale l’artista immaginava la forma o l’impianto dell’opera, grazie alla quale riproduceva quella forma nel materiale richiesto o disponibile. Il nome del prodotto risultante non era “arte” ma “artefatto, ossia una cosa fatta ad “arte”, visto che l’arte è e rimane dell’artista. Né esisteva alcuna distinzione tra “belle arti” e arti “applicate”, tra arte “pura” e “decorativa”. Ogni abilità creativa era finalizzata al “buon uso” e “confacente alla condizione”. Benchè gi usi a cui si applicava potessero essere “nobili” o “umili”, in ambedue i casi non cessava di essere ugualmente arte. […] Il fine da seguire era la perfezione, più che la bellezza. Non esistevano una “estetica” o una “psicologia” dell’arte, ma solo una retorica o dottrina del bello, dato che la bellezza era vista come il potere di attrazione esercitato dalla perfezione assolua. […] L’artista non era un genere speciale di uomo, ma ogni uomo un genere particolare di artista. Né a lui spettava di fissare ciò che doveva essere fatto, tranne nel caso in cui fosse egli stesso il committante dell’opera. […] Tranne in casi fortuiti, l’artista era solitamente anonimo, e se accadeva che firmasse l’opera, era solo per una forma di garanzia. […] Il committente, a sua volta, non era un uomo speciale ma quello che oggi è per noi il “consumatore”. […] egli si attendeva dall’artista un prodotto funzionale e non una qualche invenzione arbitraria.”

  • Profilo di rroseselavy

    rroseselavy

    31 ago 2010 - 09:18 - #3
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    Paradossalmente Miyake proprio mentre afferma la differenza tra arte e fashion design spiega invece la differenza tra ciò che istituzionalmente è stato considerato arte in passato e le diverse forme che la creatività diffusa e processuale (”l’arte”) ha assunto nel presente. In questo senso accade all’arte esattamente quanto accade nel fashion design, nella differenza tra moda e stile. Vale a dire che moda e arte sono molto più vicine tra loro di quanto non lo siano rispettivamente a stile e processi creativi. Il fashion design non è arte per gli stessi motivi per cui una Commissione di esperti rifiutò di esporre “Fountain” di Duchamp ad una mostra d’arte nel 1917. Tra ready made e pret-à-porter c’è un’affinità profonda, che riguarda estetica, modi di produzione, e consumo.

  • Profilo di penelopedipixel

    penelopedipixel

    31 ago 2010 - 12:38 - #4
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    il commento di rroseselavy mi ha preceduto di qualche bit. per questa mattina avevo infatti in programma un secondo post, una citazione di Duchamp del 1966 che trovate qui

    http://www.artsblog.it/post/6305/marcel-duchamp-larte-come-metodo-per-capire-la-vita-la-vita-come-opera-darte

    entrambe le citazioni sono tratte dal libro “Performers. Figure del mutemento nell’estetica diffusa” (Meltemi, 2009) di Luisa Valeriani, a introdurre la seconda parte “Artisti, stili di vita e dispositivi dell’esporre”, cap. 1 “Progettare forme estetiche / progettare stili di vita”.

    Cercando online un immagine per introdurre la citazione di Miyake mi sono imbattuta nel video della sua collezione al MOMA: suo malgrado, verrebbe da dire, questo stilista/fashon designer è arrivato nel “tempio” dell’arte contemporanea.

    Uno dei nodi centrali di questa discussione - sono felicissima che la stiamo affrontando insieme su questo blog - sono ancora una volta le conseguenze della riproducibilità tecnica dell’opera a causa dei processi industriali, che da un lato la rendono accessibile (consumo di massa) e dall’altro mette in questione l’unicità e l’auraticità dell’opera.

    Mi fermo perchè sarebbe molto interessante confrontarci con la prof. Valeriani su questi argomenti, che spero voglia contribuire al bibattito

  • Profilo di rroseselavy

    rroseselavy

    31 ago 2010 - 14:07 - #5
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    mi sembra che lv abbia già contribuito al dibattito… attraverso il suo avatar… :-)