Mostre: "Noi, quelli della parola che sempre cammina" a Genova fino al 30 settembre

Genova, Commenda di Prè:

Ha inaugurato il 3 settembre scorso a Genova, alla Commenda di Prè, una mostra davvero singolare: "Noi, quelli della parola che sempre cammina". E' una mostra singolare perché sono esposte opere di artisti decisamente al di fuori dei circuiti convenzionali dell'arte. Chiamatela come volete: art brut, outsider art, land art... è inutile catalogare le opere esposte.

In mostra: Babylone, Giovanni Bosco, Oreste Fernando Nannetti, Helga Goetze, Melina Riccio, Carlo Torrighelli. Giusto un accenno sugli artisti, prima dell'intervista al curatore, Gustavo Giacosa, che trovate dopo il salto. Babylone, vive alle isole Comore: ricopre compulsivamente le pareti con un tratto nervosissimo, in cui verga interminabili scritti in francese e creolo.

Giovanni Bosco, di Castellammare del Golfo, è il più direttamente collegabile al filone della outsider art:

La storia di questo artista è un racconto complesso, dove il disagio però, riesce a trasformarsi in una creatività senza regole e schemi: l' esistenza segnata dalla morte violenta dei due fratelli, accusati del furto di una macchina, fa sì che Giovanni Bosco metta in atto una strategia per dar vita e forma a una dimensione d' invenzione, popolata da creature fantastiche. Una realtà parallela, che subentra necessaria e diviene motivo d' esistenza

E ancora...

Genova, Commenda di Prè:
Genova, Commenda di Prè:
Genova, Commenda di Prè:
Genova, Commenda di Prè:

Oreste Fernando Nannetti istoriò con la fibbia del suo panciotto l'intero muro del cortile del manicomio di Volterra, dove era internato. Tracciando una specie di incredibile fumetto, dove offriva corpo e segno ai suoi incubi

Durante il ricovero a Volterra, Nannetti ha realizzato un “libro graffito” realizzato nel muro del reparto Ferri. Lungo 180 metri per un’altezza media di due, inciso con fibbie di panciotto, parte della divisa del matto di Volterra. In seguito realizzò un altro graffito sul passamano in cemento di una scala di 106 metri per 20 cm. Negli anni dell’internamento scrisse diverse cartoline mai inviate a parenti immaginari. Qui compare la firma Nanof o Nof, talvolta Nof4 e dichiarazioni d’identità. Nannetti si definisce: colonnello astrale, ingegnere astronautico minerario, scassinatore nucleare

Helga Goezte

invece, era una profetessa femminista in anticipo sui tempi, una donna incredibile:

Questa signora di Berlino, dopo una tranquilla esistenza borghese, un matrimonio, sette figli, fece un viaggio in Sicilia, dove ebbe un'illuminazione. Decise di diventare profetessa della liberazione sessuale. Da quel momento in poi, ogni giorno, con un vistoso mantello ricamato ed un berretto ornato di simboli e scritte, si recava al centro di Berlino, predicando il primato di Eros e la liberazione dei tabù. Un personaggio particolare, ma anche una grande artista. Tornata a casa, infatti, traducevale sue parole in immagini, componendo arazzi simili a mandala, dove una mitologia femminile è racchiusa in tondi, a cui si contrappongono gli aforismi di una morale alternati a quella che lei riteneva oppressiva e nemica della condizione di Natura

Melina Riccio

, l'unica vivente insieme a Babylone degli artisti esposti, è una poetessa dolcissima che vaga per l'Italia seminando poesie in rima, e manufatti che ricama personalmente e realizza con materiali riciclati o direttamente con rifiuti. Qui una sua bella intervista a Mente Locale.

Infine Carlo Torrighelli, che sul finire degli anni settanta riempiva l'asfalto di Milano di scritte come "La chiesa ti uccide con l'onda", improvvisando comizi al Parco Sempione. Di lui si parlò tempo fa anche su 02blog. Di seguito l'intervista a Gustavo Giacosa dell'associazione Contemporart, l'ho incontrato domenica scorsa e abbiamo fatto un giro della mostra.

Mi dicevi che la scintilla che ha ispirato la mostra è partita da Nelson Lariccia, un attore di teatro della compagnia di Pippo del Bono che avevo intervistato anni fa nel suo eremo di Noli: puoi raccontarci meglio come sono andate le cose?

Questo grande artista del teatro italiano contemporaneo molti anni fa si dilettava a scrivere sui vetri. Sul mantello di polvere accumulatosi sui vetri del vecchio furgone che portava una tribù d’attori per i teatri e le piazze d’Italia.

Anche sulle finestre del dopolavoro di un cantiere navale divenuto sala prove, e naturalmente sugli specchi sporchi di tutti i camerini. Come una pioggia gravida di un senso a noi ignaro, scivolavano cascate di formule che abbinavano in rigoroso stampatello parole in italiano ed inglese, numeri, acronimi e sigle dell’aviazione internazionale. Il suo polpastrello premeva leggero e deciso sulla polvere, conscio del piacevole quanto effimero atto d'instaurazione.

Mr. Nelson come amiamo chiamarlo, è stato l’artificiere di una continua re-invenzione linguistica che suscitò molti anni prima in me la tentazione di scoprire ed inseguire le tracce dei poeti missionari della parola in movimento su sponde lontane.

Il lavoro di preparazione della mostra è durato ben due anni: quali sono state le difficoltà che hai avuto nel recuperare i pezzi esposti? In alcuni casi sono davvero incredibili, come le lamiere di Babylone...

Il mio lavoro di curatore nasce come una estensione del mio lavoro d'attore-danzatore. Il lavoro sulla scena si sorregge da un proprio invisibile universo poetico intesso come continua ricerca. L'erranza connaturale di questo mestiere mi ha permesso l'incontro con uomini e culture lontane, "gli erranti della parola in cammino".

Dai pezzi di lamiera graffiata per Babylone appartenenti a una baracca di Mamoudzou (isola di Mayotte) ai piccoli "manifestini" duplicati in carta carbone che il C.T incollava ai muri di Milano nei primi anni settanta, la domanda che si poneva era la stessa: come riuscire - con i poveri mezzi a disposizione - a valorizzare la fragilità delle opere trovate senza schiacciarne l'aura che ognuna di esse emana?

Artisti apparentemente outsider, rifiutati da un mercato nel quale non vogliono neanche entrare, molto più autentici di tanti che vediamo nelle gallerie: esseri umani che hanno a un certo punto della vita sentito un'urgenza, il bisogno di graffiare su un muro la loro sofferenza. Come ti sei appassionato a loro? Il tuo primo contatto con questo genere d'arte a quando risale?

Quando la compagnia teatrale con la quale lavoro incontrò quel grande attore che tutti chiamavano Bobò, sull’uscio del manicomio d’Aversa, dove era rinchiuso da moltissimi anni, non immaginavo che il nostro modo di vivere e percepire l’arte cambiasse di maniera così radicale.

In quel periodo in cui studiavamo un training fisico molto rigoroso appare questo maître fou, che dal suo corpicino minuto e fragile esultava per comunicare la gioia di esistere, d’incontrarci. Quella sua urgenza comunicativa ci commosse fino alle lacrime. Ma eravamo ancora lontani dallo scoprire il suo grande valore. Solo il nostro regista riuscì a vedere in lontananza ed un giorno ci disse: “Bobò è un gran maestro di teatro, la gabbia del suo corpo sofferente porta con se tutti i principi teatrali che voi state cercando di scoprire”.

La follia poteva dunque, essere maestra?

Smantellando per anni i compartimenti stagni in cui si cerca di rinchiudere i concetti astratti di arte e di follia, ho cercato la vicinanza di artisti che al di fuori di alcuna formazione accademica o consapevolezza delle regole di mercato, sono guardiani di un "segreto" che è alla base della creazione artistica e che noi artisti normali (o normalizzati?) spesso dimentichiamo.

C'è una tra le biografie degli artisti ti ha coinvolto maggiormente? In qualcuna di quelle vite, hai pensato potesse esserci anche la tua se le cose fossero andate diversamente?

Credo di aver trovato qualcosa di comune tra loro: un ontologico senso di claustrofobia da luoghi, persone e rapporti mi avvicina ad ognuno di questi artisti, alle loro grafie che come edera s'arrampicano sui muri della costrizione (fisica o mentale) e li porta a scoprire insospettate via di salvezza.

Come è andata l'inaugurazione? Come reagivano i genovesi, per loro Melina Riccio è una presenza costante.

Melina è una presenza al contempo punita e venerata dal corpo sociale genovese. Fin ora valutata solo come una manifestazione folcloristica di costume, la sua presenza all'interno di questa mostra con raffinate opere grafiche che integrano tecniche diverse come il collage e il ricamo, la fanno scoprire ad un pubblico stupito come un'artista di grande valore.

Mi spiegavi che vorreste portare la mostra anche altrove: avete già qualche contatto? Penso che a Milano, pensando al ricordo di Carlo Torrighelli ancora vivissimo, potrebbe essere un successo...

Mettere questa mostra "in cammino", inseguendo l'idea portante di una "parola pellegrina" è ora la mia intenzione. Alcuni direttori d'importanti istituzioni museali europee (come la Halle Saint Pierre di Parigi, o il M.A.D Musée di Liegi) sono piacevolmente sorpresi di questa ricerca visiva e interessati ad ospitarla. C'è d'augurarsi che possa succedere lo stesso con qualche museo o galleria di Milano.

Ce lo auguriamo anche noi.

Gustavo Giacosa è nato a Sunchales (Rep. Argentina) nel 1969. Attore-danzatore, curatore d'arte contemporanea.

Dal 1991 partecipa a tutti gli spettacoli della Compagnia Pippo Delbono. Nel 2005 fonda a Genova assieme ad un gruppo multidisciplinare d'artisti l'Ass Culturale ContemporArt. Da allora conduce una ricerca sul rapporto arte e follia che diede origine alle mostre: "Due ma non Due. Aperture ed incontri nell'arte degli anni post Basaglia" (Genova, Loggia della Mercanzia nov 2008) e "Noi, quelli della parola che sempre cammina" (Genova, Museoteatro della Commenda di Prè, settembre 2010).

Genova, Commenda di Prè:
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