Interviewing new media art didactics whith Paolo Rigamonti [Part 2]

paolo rigamonti

Eccoci arrivati al secondo appuntamento di Interviewing new media art didactics insieme a Paolo Rigamonti. Proma di lasciarvi alla sua intervista, una breve nota biografica sull'autore e al particolare ambito di studio e insegnamento a cui si dedica, che trovo particolarmente interessante.

Paolo Rigamonti (1963) nasce a Milano, città dove vive e lavora. Ha lavorato per diversi anni nel campo della progettazione di edifici residenziali e per il terziario, locali pubblici, interni, graphic e industrial design. Dal 1998 si dedica completamente a progetti di design legati alle nuove tecnologie, come consulente di alcune fra le principali aziende del settore. Nel 2000 è fondatore, con Silvio Mondino, di Limiteazero, gruppo di ricerca sperimentale sulle potenzialità dei nuovi media, dapprima interno alla agenzia di comunicazione BGS D'Arcy (oggi Leo Burnett) e dal 2002 come studio indipendente, con un percorso che si sviluppa parallelamente sulla produzione di progetti sperimentali e sulla elaborazione di progetti su commissione. Il lavoro di Limiteazero è stato più volte recensito ed esposto in diverse occasioni sia Italia che all'estero. Dal 2005 è ideatore e direttore artistico di MixedMedia, evento di cultura elettronica svoltosi presso l'Hangar Bicocca a Milano.
È docente di mediascape design all'interno del Master in Digital Environmental Design presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.

Buona lettura.

- Da quanti anni insegna nell'ambito delle culture e arti tecnologiche? In questi anni ha visto dei cambiamenti nelle nuove generazioni di studenti?

Insegno al master di NABA sa soli tre anni, per cui direi che la mia esperienza è troppo breve per poter constatare differenze sostanziali. In ogni caso ho la sensazione che vi sia uno spostamento verso una richiesta di una maggior pragmatismo da parte degli studenti e una generale preoccupazione per gli effettivi sbocchi professionali del percorso formativo, domanda alla quale, in effetti, e sempre più difficile rispondere.

- Solo in Italia si sta assistendo ad un forte interesse verso le tematiche riguardanti le arti tecnologiche. Secondo lei, siamo pronti a competere a livello internazionale da un punto di vista quantitativo e qualitativo dei progetti?

Direi che oggettivamente questo non sembra uno scenario molto probabile. Le esperienze Italiane sono ancora molto poche e, indipendentemente dal livello qualitativo del lavoro svolto, mi sembrano molto scoordinate e quasi per nulla accomunate da relazioni fra di loro.

Penso che questa difficoltà di aggregazione e networking sia il primo ostacolo e comunque la mancanza di qualunque punto di riferimento (museo, fondazione, galleria, etc..) sia un secondo elemento di difficoltà oggettiva.

Inoltre mi sembra di avertire l’arrivo di un epoca meno sensibile alla tecnologia e credo che anche in Italia, prima o poi, si sentirà questa distanza.

- Viviamo in un paese ricco di tradizione artistica. Il peso della cultura che ci trasciniamo è un limite per l'innovazione e la ricerca tecnica e artistica, o può essere un punto da sfruttare a favore?

Potrebbe essere anche uno stimolo, in realtà, se non vi fosse un condizionamento economico che determina a sua volta un ostacolo culturale.

Gli stanziamenti di fondi dell'arte in questo paese sono distribuiti fra il teatro e il restauro di opere del patrimonio storico, in un contesto che tende peraltro a svolgere solo un ruolo di valorizzazione ( o sfruttamento?) dell'esistente senza dedicarsi in modo sistematico alla ricerca e alle nuove forme espressive. La scarsità di spazi pubblici per l'arte contemporanea mi sembra già in se un segno evidente.

Ovviamente occorrerebbe un salto culturale, la capacità di vedere oltre la propria eredità e individuare nuove frontiere, ma anche le tendenze degli ultimi anni non sembrano incoraggianti in questo senso,

- Le istituzioni deputate all'istruzione e alla ricerca sono all'altezza del proprio ruolo? Sono insufficienti, o addirittura ostacolo per svolgere una buona attività formativa?

Perlomeno in tema di ricerca sui nuovi media non mi risulta vi sia nulla in Italia e, a quanto pare, sia rimasto ben poco anche per altri settori.

Sul tema della formazione invece, assistiamo ad una sempre maggior offerta, soprattutto in ambito privato, che tende a porsi come punto di riferimento sulla trasformazione del mondo professionale. Ovviamente, nel momento in cui si tende a definire in un sistema rigido un modello per natura in continua mutazione come i nuovi media, occorre effettuare semplificazioni e schematismi, e ciò rimanda inevitabilmente ad una natura di obsolescenza intrinseca in questo tipo di offerta formativa.

Non credo quindi che ciò sia particolarmente dannoso, ma se non altro che possa spesso comportare l'effetto di iscriversi ad un corso che sarà già "superato" nel momento in cui lo finisci.

- Quali motivazioni vede nella maggior parte dei suoi alunni? Sono generalmente spinti da intenti di carattere artistico, sociale, espressivo , filosofico, o professionale?

Ovviamente la casistica è piuttosto ampia e le motivazioni molto diverse fra loro. In generale ho la sensazione che vi sia uno spostamento sempre più evidente verso una percezione sempre più professionale, anche se vedo molta confusione rispetto alle proiezioni di reali possibilità di applicazione delle proprie competenze.

La figura professionale del media designer è ancora piuttosto fuori fuoco, non ben definita nelle competenze e nelle modalità di applicazione, per cui anche gli studenti tendono a delineare durante il corso quali potranno essere i punti per loro più interessanti.

In genarale è raro che si arrivi a questo tipo di formazione con una vocazione precisa. Osservo che spesso si tratta di studenti che cercano una direzione e tentano una strada da cui sembrano affascinati, ma è durante il percorso formativo che avviene una sorta di selezione darwiniana naturale.

- In un ambito di insegnamento artistico e/o professionale, è giusto imporre un metodo/visione totalizzante, oppure è preferibile dare una certa libertà intervenendo solo con suggerimenti?

Come sempre la virtù sarebbe al centro.

Provenendo dal mondo della professione tendo ad un approccio più indirizzato ad una dinamica di trasferimento che di condivisione.

Non si tratta di imporre, quanto piuttosto di travasare una visione e un metodo, cercando poi di individuare le capacità degli studenti di assimilare quegli input per trasformali in un patrimonio proprio. Una volta attivato questo passaggio si interviene per correzioni e suggerimenti ma, come sempre, è la maturità individuale la vera discriminante.

- Su cosa si basano in particolar modo le sue valutazioni didattiche (esami, prove, ecc. ...)? Nelle conoscenze acquisite, nella capacità di ragionamento, nell'esposizione formale delle competenze, nella sensibilità artistica, o cos'altro?

Credo che la capacità di analisi e la maturazione di un pensiero critico siano gli aspetti che tento a valutare con più attenzione.

Cerco sempre di stimolare la dilatazione del pensiero, di incoraggiare lo sviluppo di una capacità critica di collegamento fra le parti e, soprattutto, di imparare a staccarsi dalle risposte codificate e istintive.

Non ho mai creduto che la scuola debba essere un luogo di formazione professionale che si attiva attraverso l'insegnamento dell'uso degli strumenti, credo piuttosto che debba essere un laboratorio di sperimentazione e di educazione del pensiero.

Gli strumenti si modificheranno in tempi sempre più brevi, la capacità di analizzare e proiettare pensiero invece è un patrimonio personale che acquista valore nel tempo attraverso la sua crescita.

- Quali consigli darebbe a chi vuole iniziare a studiare in ambito artistico/culturale i new media e le nuove tecnologie?

In generale credo valgano le cose più elementari e di buon senso, come quella di tendere ad una formazione aperta e ricca, costruita su solide fondamenta scientifiche e umanistiche e, nel contempo, con una struttura dinamica e velocemente ricomponibile.

L'altro aspetto è quello della visione. Occorre sempre costruirsi una proiezione, cercare di guardare ai prossimi dieci anni, cercando di imparare a differenziare le cose sostanziali e i meteoriti senza futuro. Per fare questo è importante esercitare la capacità critica, cercando di contenere l'entusiasmo per le novità e per gli effetti spettacolari che, di solito, hanno vita breve.

Per fare questo è fondamentale conoscere bene i principi di base della tecnologia per poterne sfruttare a fondo le potenzialità espressive.

- Quanto è importante insegnare agli studenti il metodo? Per metodo intendo progettuale, e cognitivo nell'approccio alla teoria. Quale metodologia e/o deontologia professa?

Per quanto mi riguarda il metodo è praticamente l'unico punto che ritengo veramente importante nella mia esperienza di insegnamento.

Come dicevo poco sopra, ritengo che la formazione non possa svolgersi unicamente attraverso la tecnica, ma debba necessariamente passare della costruzione di modelli di approccio all'analisi e alla progettazione.

L'intelligenza della contemporaneità è evidentemente basata sul modello della velocità e armonia dei collegamenti fra le parti, questo non significa però il superamento tout court del modello di pensiero basato sull'approfondimento.

Tendo a proporre agli studenti il modello di pensiero che ho ereditato a mia volta dai maestri che me lo hanno trasmesso al Politecnico di Milano, e che ho cercato di trasformare e coltivare attraverso la mia esperienza.


- Come struttura generalmente il suo programma didattico? Quali metodi didattici utilizza per le sue lezioni?

Cerco di alternare fra lezioni ex-cathedra ed esercitazioni di vario tipo.

Nelle lezioni propongo l'analisi di casi che mi sembrano rilevanti o paradigmatici, che consentono di individuare principi di carattere generale o temi ricorrenti che possono essere definiti e descritti.

Le lezioni sono anche l'occasione per proporre frammenti di filosofia, di matematica astratta o di filosofia della scienza, in modo da definire lo scenario più ampio di cui occorre occuparsi ed essere consapevoli.

Nelle esercitazioni tendo a proporre modelli astratti di ragionamento sullo spazio e sulla forma, cercando di formare un pensiero che si adatti sempre più al salto concettuale fra materiale e digitale, fra atomo e bit, fra spazio fisico e spazio teorico.

Usare brevi e semplici stringhe di codice per costruire composizioni formali è una delle attività che cerco di proporre con continuità, perché credo sia un modo di approcciarsi in modo elementare alla formazione di una capacità di valutazione degli elementi disponibili e alla complessità della forma.

- Nel mondo della rete, ma non solo, si sta assistendo alla consacrazione del prosumatore (produttore/consumatore di contenuti). Tutti siamo artisti, tutti partecipiamo all'attività produttiva. Da un punto di vista professionale e/o artistico come si dovrebbe rapportare a ciò uno studente? Quali strumenti gli vengono offerti per distinguersi nel proprio lavoro?

Gli studenti appartengo, per la maggior parte, ad una generazione che è già appartenete a questa dinamica.

Questa appartenenza contiene in se la consapevolezza dell'importanza del network, del far parte di un sistema più grande e diffuso di cui si è parte in diverse forme.

Penso che questa lucidità sia già in se uno strumento, nel senso che contiene in se la l'idea di una identità multipla che si evolve in relazione all'evoluzione dell'intero sistema, osservandolo, attingendo, travasando e riversando nel flusso il proprio lavoro.

- Le generazioni che sono nate in una cultura fortemente “televisiva” soffrono generalmente di una incapacità critica nei confronti dei contenuti e delle forme che gli vengono proposte. Ha notato anche Lei questo, nei suoi studenti? Il metodo educativo dovrebbe contrastare o adattarsi a questa situazione?

Non penso che questa debolezza critica sia così chiaramente ascrivibile alla alla televisione, mi sembra anzi che già i nuovi media in se non possano essere considerati così favorevolmente come "educativi".

Se la "televisionizzazione" delle menti significa l'abitudine a ricevere informazione in modo passivo e indifferenziato, occorre dire che nuovi media hanno comunque portato una sorta di "wikipedizzazione", ovvero una informazione che è si interattiva, ma frammentaria e senza approfondimento.

Suona come un linguaggio antico, ma è ovvio che la mancanza di input letterari, artistici e culturali in generale, ha generato un appiattimento delle facoltà critiche. Credo che l'unica possibilità, come dicevo a proposito del metodo, sia quella di presentare le tematiche che si propongono tracciando sempre la vastità dello scenario che le contiene, offrendo la possibilità di infinite traiettorie ed approfondimenti, seppur sempre in linea con l'idea di una intelligenza che lavora sui collegamenti.

- Nei corsi che riguardano le arti tecnologiche approdano studenti che provengono dai percorsi di formazione più disparati. Come si riescono a gestire queste eterogeneità? Quali meccanismi vengono predisposti per fare fronte a lacune tecniche o teoriche?

Ad essere sincero di questo aspetto mi occupo molto poco.

Il mio metodo di insegnamento, come dicevo, comprende aspetti molto diversi che, tendenzialmente, posso adattarsi alle diverse formazioni di provenienza degli studenti.

Credo infatti che proporre un metodo che spazia dalla cultura umanistica a quella artistica e tecnica, abbia in se la potenzialità di fungere da punto di raccordo di esperienze anche molto eterogenee.

- Recentemente la forma di workshop viene molto utilizzata sia in accademie e istituzioni sia in altri contesti, ma non è ancora molto chiaro il vero ruolo e funzionamento. Cosa è e cosa dovrebbe essere secondo lei un workshop? Quali aspetti positivi e quali aspetti negativi offre?

Credo dipenda molto dai casi.

In generale sono dubbioso sulla proliferazione di questo metodo, sebbene ritengo possa essere molto potente e utile alcune volte.

Un workshop credo dovrebbe sempre basarsi sul principio di un salto concettuale di pensiero molto forte, proponendo un esempio di costruzione pratica di un modello di riferimento che lo incarni.

E' chiaro che i risultati migliori si possono ottenere quando il workshop è inserito in un programma più ampio, che accompagna a prepara all'evento, in modo da poter essere una parentesi in cui esplodono tematiche e idee già masticate.

- Quale dovrebbe essere, secondo lei, la funzione artistica nel panorama contemporaneo?

Non saprei. Tutto sommato credo ancora ostinatamente che l'arte sia una visione, un luogo dove si sviluppano le percezioni sul divenire, anche se l'orgia del mercato e lo star system hanno violentemente sfigurato questa immagine.

Non credo che l'arte digitale (se davvero esistesse) dovrebbe essere diversa da questo, essendo a tutti gli effetti un lavoro di indagine sulle forme della tecnologia e del suo impatto sulla persona. C'è sempre un moto antropologico nell'arte, perfino quando non ne è consapevole.

Credo che la sua essenza sia ancora quella di dare un senso e una forma alle cose che ancora non ne hanno, spinta dall’inquietudine di dare un senso all'esperienza umana.

- L'autoformazione è una pratica che nasce dall'esigenza di avere una struttura formativa che non sia istituzionalizzata, e estranea a determinati meccanismi centralizzati. Potrebbe anche essere considerata una reazione di sfiducia nei confronti delle istituzioni educative. Anche in ambito artistico esistono questo genere di realtà (il S.A.L.E. di Venezia, ad esempio). Lei cosa pensa di questa alternativa forma didattica? Quali aspetti positivi e/o negativi si porta?

L'autoformazione credo sia stata soprattutto una necessità per le generazioni, come la mia, che si sono avvicinate a temi rispetto ai quali non vi era ancora un modello formativo consolidato.

La mia conoscenza delle tecnologie in effetti è avvenuta esclusivamente secondo un metodo da autodidatta, imparandomi da solo l'uso dei diversi software, l'elaborazione del codice, le componenti tecniche.

Non mi sembra però che le generazioni più giovani siano così inclini a questo metodo, cercano piuttosto di trovare un luogo dove apprendere in modo diretto e filtrato.

Leggere i manuali, ad esempio, è una pratica sempre più rara.

Nello stesso tempo, credo che l'autoformazione sia una pratica imprescindibile dalla dinamica degli eventi. La velocità di trasformazione comporta continui assestamenti e quindi alla necessità di un continuo studio.

La professionalità è liquida, tanto per citare Bauman a sproposito, e pertanto necessita di un costante adattamento e ampliamento, che la scuola non può recepire in tempi sufficientemente brevi.

Potremmo spingerci a dire che quando un tema esce dall'esigenza dell'autoformazione e si pone come sistema strutturato di formazione, è già superato.

- La sua formazione proviene dall'ambito dell'architettura, e anche nei lavori che fa lei insieme a Silvio Mondino sotto il nome di Limiteazero, è molto presente un certo rigore e minimalismo. La metodologia progettuale che lei insegna è l'espressione stessa del lavoro che si deve produrre?

No, non credo che la metodologia proposta possa essere definita strettamente in questo modo.

Sicuramente l'esperienza di Limiteazero è frutto di un lavoro di studio e analisi di esperienze estetiche e metodologiche di una certa derivazione e collocazione storica, ma non ho mai pensato che questo debba essere considerato come la struttura portante del metodo, quanto piuttosto parte di esso e della sua trasmissione.

La nostra esperienza è particolare proprio per le formazioni diverse e gli ambiti disciplinari da cui proviene. Sicuramente il nostro metodo risulta peculiare, perché comprende il tentativo di mettere in connessione elementi, conoscenze e sensibilità apparentemente distanti fra loro, che cerchiamo di relazionare attraverso un linguaggio necessariamente rigoroso e minimo, nella volontà di portare in evidenza le caratteristiche di ognuna delle componenti.

Nell'insegnamento tendo a proporre questa esperienza come metodo, con tutta l'umiltà della proposta e non dell'imposizione, cercando di stimolare la sensibilità alla costruzione basata sulla "sublimazione" di processi apparentemente semplici che, durante il processo, si scoprono estremamente complessi.

- Le tendenze estetiche del media design più sperimentale, sembrano dirigersi sempre più in una direzione minimale e essenziale. La semplicità può essere una soluzione al sovraccarico cognitivo nell'era dell'informazione?

Sicuramente non è un caso che il principio di "semplicità" negli ultimi anni si possa ritrovare sempre più spesso in contesti legati alla tecnologia, basti pensare a John Maeda o alla Philips.

Lavorare con la tecnologia, significa di norma dover plasmare una quantità informazione che deve essere filtrata e riportata in forma facilmente accessibile. Spesso il concetto di semplificazione si accompagna ad un'idea di minimalismo, ma non penso che questo binomio sia assoluto. Hanno il loro peso scelte linguistiche e attitudini progettuali, ognuno segue un proprio percorso cercando di comunicare una metodologia di lavoro.

- Un altro aspetto molto importante dei workshop che lei tiene, è la riflessione sulle qualità estetiche e tecniche del medium che viene usato. In genere però assistiamo ad un utilizzo del digitale, ad esempio, come sostituzione delle funzioni dell'analogico, senza una particolare rielaborazione in base alle sue qualità. Sente necessario un rinnovamento nelle estetiche del contemporaneo, o sta vedendo già dei cambiamenti in questa direzione?

La tecnologia sembra fare salti enormi in tempi velocissimi, in realtà osservando più attentamente, le sue basi sono pressoché inalterate da un tempo relativamente lungo. Non cambiano le tecnologie, ma si incrementano in continuazione le se applicazioni e le sue performance.

In questo quadro mi sembra importante impadronirsi delle proprietà espressive degli elementi di base della tecnologia, comprenderne la struttura e le potenzialità per "estrarne" le qualità estetiche.

Non credo infatti che il nostro lavoro significhi trovare sempre soluzioni originali tecnologicamente avanzate, quanto piuttosto sviluppare la capacità di un uso sapiente degli strumenti elementari per riproporli in forme stra-ordinarie.

Cerco sempre di far passare questo punto nelle mie esperienze di insegnamento, in effetti, perché sono convinto che faccia parte di quella cultura di progetto che parte dall'assunto che il problema del progettista non sia l'invenzione, ma la rielaborazione e reinterpretazione di temi già dati dalle cose stesse.

Ciclo di intervista a cura di Alessio Chierico.

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