Interviewing new media art didactics with Pier Luigi Capucci [Part 5]

Quinto appuntamento con il nostro ciclo dedicato alla didattica dei nuovi media, a cura di Alessio Chierico. Oggi incontriamo il prof. Pier Luigi Capucci: per introdurvi la sua bella intervista, ecco alcuni cenni sulla sua biografia e sulle attività che lo vedono impegnato sul campo sin dai primissimi anni '80, sia in Italia che all'estero.

Pier Luigi Capucci si occupa di sistemi e linguaggi di comunicazione e, dai primi anni Ottanta, di relazioni tra tecnologie, cultura e società e tra forme artistiche, scienze e tecnologie. Insegna alla SUPSI - University of Applied Sciences and Arts of Southern Switzerland, all'Università di Urbino, alla NABA di Milano e all'Accademia di Belle Arti di Carrara. Dal 2008 è tra i supervisor del PhD Research Programme del M-Node del Planetary Collegium dell’Università di Plymouth. Ha pubblicato i libri Realtà del virtuale (1993), Il corpo tecnologico (1994) e Arte e tecnologie (1996). Dirige Noema, magazine sulle relazioni tra cultura e tecnologie. Ha fondato e dirige la collana editoriale , sulle relazioni tra tecnologie, cultura e società, il cui comitato scientifico è internazionale. Ha lavorato a progetti culturali europei sulle tecnologie di comunicazione e dal 2004 al 2007, e poi dal 2009 fa parte dell’International Advisory Board di Ars Electronica per la categoria Net Communities.

Buona lettura.


- Da quanti anni insegna nell'ambito delle culture e arti tecnologiche? In questi anni ha visto dei cambiamenti nelle nuove generazioni di studenti?

Ho iniziato all'Università di Bologna, nel 1985, con un seminario pochi mesi dopo la laurea. Negli studenti non ho visto dei cambiamenti nelle capacità. Certamente, invece, ci sono stati dei grandi cambiamenti negli strumenti di uso quotidiano, che hanno influito anche sull'apprendimento. Per esempio nei primi anni '90 all'inizio del corso ero solito chiedere quanti studenti usassero il computer. Fino alla fine degli anni '90 'erano poche mani alzate, ma dal 2000 questa domanda non ha avuto più senso. Qualcosa di analogo vale per i telefoni cellulari, che oggi sono molto di più che dei semplici dispositivi per la telefonia mobile.

- Solo recentemente in Italia si sta assistendo ad un forte interesse verso le tematiche riguardanti le arti tecnologiche. Secondo lei, siamo pronti a competere a livello internazionale da un punto di vista quantitativo e qualitativo dei progetti?

In Italia dal punto di vista qualitativo senza dubbio esistono delle individualità di spicco che realizzano progetti eccellenti anche in ambito internazionale. Dal punto di vista quantitativo credo che scontiamo carenze, formative, culturali ed economiche, e dunque, tranne poche eccezioni, fatichiamo a proporre e a sostenere queste forme artistiche.

- Viviamo in un paese ricco di tradizione artistica. Il peso della cultura che ci trasciniamo è un limite per l'innovazione e la ricerca tecnica e artistica, o può essere un punto da sfruttare a favore?

Io non penso mai che il bagaglio culturale di una nazione possa costituire un ostacolo o un peso per l’innovazione: al contrario, penso che possa e debba costituire un’opportunità. La sensibilità al nuovo, la capacità di innovare, riguardano l’intenzione di una cultura e di una società di interrogarsi sul presente e sul futuro, che significa anche declinare al futuro la propria tradizione, il proprio passato.

- Le istituzioni deputate all'istruzione e alla ricerca sono all'altezza del proprio ruolo? Sono insufficienti, o addirittura ostacolo per svolgere una buona attività formativa?

Credo che spesso le istituzioni preposte a formare nell'ambito degli argomenti che sono oggetto delle sue domande manchino di una visione, non dico del futuro, ma persino del presente. Negli anni '80, cito a memoria, Umberto Eco affermava, con ragione, che se l'università avesse mantenuto rispetto alla società un vantaggio di vent'anni avrebbe assolto alla sua funzione. Oggi mi pare che, al contrario, la formazione cerchi di inseguire l'evoluzione della società, lentamente e confusamente. Mi sembra inoltre che la formazione e direi anche la ricerca più interessanti su questi argomenti non avvengano più all'interno delle università ma delle accademie, di un certo numero di accademie. Sia perché le accademie per loro natura sono in grado di fornire un complemento pratico, concreto e laboratoriale fondamentale alla formazione, sia perché hanno compreso l'importanza della dimensione teorica in questi argomenti, introducendola o rafforzandola nei curricula didattici.

Quali motivazioni vede nella maggior parte dei suoi alunni? Sono generalmente spinti da intenti di carattere artistico, sociale, espressivo, filosofico, o professionale?

Avendo insegnato e insegnando in varie istituzioni e a vari livelli mi sono trovato e mi trovo davanti a motivazioni molto diverse. Ma motivazioni e obiettivi molto diversi possono esserci anche negli studenti dello stesso corso. Quando insegnavo al DAMS di Bologna nel mio corso avevo studenti di cinema, arte, musica, teatro, ma anche di lingue, informatica, ingegneria, dato che in vari corsi di laurea la mia materia poteva essere scelta tra tutte quelle dell'ateneo: dunque, evidentemente, le motivazioni e gli obiettivi degli studenti erano molto diversi. Bisogna quindi fare dei distinguo. In linea più generale, nell'ambito delle lauree di primo livello penso che le spinte, le pulsioni, oltre che molto varie, spesso non siano chiare e consapevoli. Abbastanza chiara è una direzione generale, un insieme talvolta confuso e inconsapevole di attitudini e passioni, ma tutto questo può condurre in molti rivoli diversi. Qui la formazione deve essere capace di portare alla luce ciò che è ancora sommerso, deve rendere consapevoli. A livelli formativi successivi (lauree specialistiche, master) la consapevolezza è più chiara, e dunque diversi dovrebbero essere anche gli intenti e gli strumenti formativi.

- In un ambito di insegnamento artistico e/o professionale, è giusto imporre un metodo/visione totalizzante, oppure è preferibile dare una certa libertà intervenendo solo con suggerimenti?

Non penso che l'insegnamento debba imporre alcunché. Al di là di questo credo che debba esistere una grande variabilità, che dipende dalla natura della materia insegnata (teorica o pratica), dall'istituzione (università, accademia), dal livello dei corsi (triennale, specialistica, master), dagli obiettivi da raggiungere, dalle attitudini del docente, dalle caratteristiche degli studenti, dal loro numero, dalle dotazioni tecniche... e così via. L'ideale sarebbe una formazione individualizzata o a piccoli gruppi, ma questo di rado è possibile. Si può in parte sopperire con l'impiego di strumenti net-based, come learning systems, social networks, ecc.

- Su cosa si basano in particolar modo le sue valutazioni didattiche (esami, prove, ecc. ...)? Nelle conoscenze acquisite, nella capacità di ragionamento, nell'esposizione formale delle competenze, nella sensibilità artistica, o cos'altro?

Tutte le cose che indica sono importanti, anche se non allo stesso modo, per tutti i miei insegnamenti. A quelle che elenca aggiungerei l'impegno e la passione.

- Quali consigli darebbe a chi vuole iniziare a studiare in ambito artistico/culturale i new media e le nuove tecnologie?

In primo luogo di scegliere bene l'istituzione. Non è facile, sia perché in chi inizia non sempre sono chiari gli obiettivi, sia perché la possibilità di essere informati su questi argomenti è scarsa. Dentro Noema abbiamo fatto partire da poco un progetto collaborativo, edu.List (http://edulist.noemalab.org), co-prodotto da Yasmin, un network di artisti, scienziati, docenti, istituzioni di tutto il mondo che promuove nella regione mediterranea la conoscenza e la collaborazione tra arti, tecnologie e scienze. edu.List, cha sarà ampliato per divenire uno strumento più completo, elenca istituzioni e corsi nazionali e internazionali su questi argomenti, ed è nato proprio grazie alla richiesta di informazioni da parte dei miei studenti.

- Quanto è importante insegnare agli studenti il metodo? Per metodo intendo progettuale, e cognitivo nell'approccio alla teoria. Quale metodologia e/o deontologia professa?

Più che un metodo direi una forma mentis. Non bisogna adagiarsi sul quel che recitano i media, i mass media e i new media, perché spesso è troppo semplice, fuorviante o interessato: è necessario interpretare, magari utilizzando punti di vista e strumenti diversi. Nelle discipline che insegno ci sono delle parti che richiedono letteralmente di immergersi all'interno di modalità di pensiero e di prospettive complesse e anche impopolari. Lasciare i pregiudizi, essere aperti e nel contempo critici è fondamentale. Per farlo è necessario che si stabilisca una fiducia reciproca, un'empatia, che entrino in gioco la passione, l'ascolto, la disponibilità.

Come struttura generalmente il suo programma didattico? Quali metodi didattici utilizza per le sue lezioni?

Ci sono varie fasi. C'è un'idea di partenza con dei contenuti. Il primo passo è armonizzarli con gli obiettivi istituzionali (Università, Accademia, Corso di Laurea, Indirizzo). Poi bisogna strutturare contenuti e obiettivi in lezioni, dare loro una forma chiara, didatticamente completa e accessibile. Infine, e a questo servono le prime lezioni, è necessario un lavoro fine per adeguare i contenuti alla classe, dato che da un anno all'altro ci possono essere delle differenze rilevanti negli studenti. In genere il programma didattico è composto, anche se non sempre in maniera esplicita, da tre parti, spesso compresenti: una, diciamo così, storica, per mostrare le fondamenta degli argomenti, una teorica, per mostrarne la provenienza e le possibili destinazioni teoriche, e una pragmatica, per mostrarne le applicazioni e comprendere meglio la teoria. L'ultima parte può anche essere pratica e svolgersi in laboratorio, come faccio nel mio corso all'Università di Urbino.

Proiettare diapositive e audiovisivi durante le lezioni costituisce un buon ausilio didattico, lo faccio dalla metà degli anni '90. Fuori dell'aula uso un learning system, anche per distribuire agli studenti i contenuti delle lezioni e gli approfondimenti e per seguirli meglio: ognuno di loro, in genere nello stesso giorno della lezione, può scaricare i file delle lezioni, essere aggiornato sugli argomenti trattati, può approfondirli, porre domande... Spesso questo strumento contribuisce a creare una comunità, ad amalgamare meglio la classe. Ho iniziato nel 2002: prima usavo un forum dedicato ma dal 2003 uso Moodle, che è Open Source e gratuito, anche all'interno dell'e-learning.lab (http://elearning.noemalab.org/), il progetto didattico di Noema.

- Nel mondo della rete, ma non solo, si sta assistendo alla consacrazione del prosumatore (produttore/consumatore di contenuti). Tutti siamo artisti, tutti partecipiamo all'attività produttiva. Da un punto di vista professionale e/o artistico come si dovrebbe rapportare a ciò uno studente? Quali strumenti gli vengono offerti per distinguersi nel proprio lavoro?

Partecipare all'attività produttiva non significa necessariamente essere artisti. Fino alla diffusione di massa della fotografia la possibilità – ma anche il potere – di produrre immagini era sostanzialmente nelle mani dei pochi che avevano le capacità tecniche, sostanzialmente fondate sull'abilità manuale, per farlo. Oggi tutti possono produrre immagini senza bisogno di alcuna abilità manuale e con strumenti economici, come i computer, le fotocamere e le videocamere digitali, i telefoni cellulari Ma se oggi è possibile disporre di strumenti economici o gratuiti per fare video, immagini, musica, testi, ecc., e per comunicarli e condividerli a livello planetario, ciò non significa essere automaticamente degli artisti. Certo, c'è una maggiore probabilità rispetto al passato che un costrutto, anche non realizzato con finalità artistiche, possa venire riconosciuto e considerato come arte, tuttavia penso che la discriminante resti la forza delle idee, la visionarietà, l'interdisciplinarietà, la capacità innovativa e progettuale... In parte è una storia nota, con la differenza che oggi l'arte opera nel campo delle comunicazioni di massa, flirta con esse.

- Le generazioni che sono nate in una cultura fortemente "televisiva" soffrono generalmente di una incapacità critica nei confronti dei contenuti e delle forme che gli vengono proposte. Ha notato anche Lei questo, nei suoi studenti? Il metodo educativo dovrebbe contrastare o adattarsi a questa situazione?

Direi di no, almeno nelle istituzioni in cui insegno: la posizione degli studenti è spesso fortemente critica, talvolta al limiti del pregiudizio, nei confronti della TV e dei mass media in genere. Il problema è che questa critica spesso non ha una base solida, si nutre di luoghi comuni Il compito è dunque quello di aiutare a costruire delle fondamenta, in negativo ma anche in positivo.

- Nei corsi che riguardano le arti tecnologiche approdano studenti che provengono dai percorsi di formazione più disparati. Come si riescono a gestire queste eterogeneità? Quali meccanismi vengono predisposti per fare fronte a lacune tecniche o teoriche?

In varie istituzioni gli studenti che hanno dei debiti formativi o delle lacune vengono indirizzati a corsi introduttivi ad hoc o hanno l'obbligo di seguire corsi propedeutici, anche ufficiali, o seminari. Ma in molti casi sono i docenti a farsi carico di questi problemi, il che incide, evidentemente, sulla didattica. Si può consigliare agli studenti in debito di leggere dei libri propedeutici su determinati argomenti, o dedicarvi la prima parte del corso Ma penso che la soluzione più efficace sia quella di cercare un'integrazione all'interno dei corsi stessi, magari anche con workshop o seminari a latere. Resto comunque convinto che si possa parlare e discutere di digitale – come di qualunque altro argomento – senza essere né troppo semplici né troppo difficili né banali.

Recentemente la forma di workshop viene molto utilizzata sia in accademie e istituzioni sia in altri contesti, ma non è ancora molto chiaro il vero ruolo e funzionamento. Cosa è e cosa dovrebbe essere secondo lei un workshop? Quali aspetti positivi e quali aspetti negativi offre?

Mi pare che spesso quello di workshop sia un concetto interpretato in modi diversi: laboratorio, seminario, qualcosa che comprende l'uno o l'altro o entrambi... pratico, teorico, sia teorico che pratico... In linea generale il workshop dovrebbe essere focalizzato su un argomento, circoscritto: dunque tipicamente dovrebbe approfondire il particolare a discapito del generale, il che costituisce il suo pregio e nel contempo il suo limite. La sua efficacia didattica ovviamente dipende dalle situazioni.

Quale dovrebbe essere, secondo lei, la funzione artistica nel panorama contemporaneo?

Io penso che l'arte dovrebbe avere varie funzioni nella società contemporanea. In particolare, nel mondo occidentale, tra le funzioni più importanti certamente vi sono quella cognitiva e quella critica.

L'autoformazione è una pratica che nasce dall'esigenza di avere una struttura formativa che non sia istituzionalizzata, e estranea a determinati meccanismi centralizzati. Potrebbe anche essere considerata una reazione di sfiducia nei confronti delle istituzioni educative. Anche in ambito artistico esistono questo genere di realtà (il S.A.L.E. di Venezia, ad esempio). Lei cosa pensa di questa alternativa forma didattica? Quali aspetti positivi e/o negativi si porta?

In linea di principio, fatta salva la serietà di queste offerte formative, sono favorevole a situazioni didattiche che cercano strade diverse rispetto alle istituzioni. Perché nascono dall'accertamento di insufficienze presenti nelle istituzioni e perché possono essere di stimolo alle istituzioni stesse, che spesso devono sottostare a vincoli e limiti, burocratici, economici, didattici, formativi, culturali.

- Ho apprezzato in particolar modo le sue lezioni per il modo in cui spinge i suoi studenti a ragionamenti su tematiche molto complesse, usando metafore e linguaggi molto semplici. Sembra, in qualche modo, seguire i presupposti della maieutica tramite uno scambio di feedback. Questo è il metodo che predilige? È dunque più importante il processo di ragionamento piuttosto che una conoscenza statica e mnemonica?

La ringrazio molto dei complimenti In effetti quello di affrontare argomenti teorici anche molto complessi e profondamente interdisciplinari, come sono quelli della contemporaneità, non solo artistica, mediante metafore, esempi e un linguaggio comprensibile senza sacrificare la scientificità è un metodo che uso da lungo tempo, e che nonostante mi venga abbastanza naturale, forse anche per formazione, ha dovuto essere affinato nel tempo. Lo ritengo molto efficace, anche mediante l'ausilio di slides e altri strumenti e materiali. Il feedback degli studenti è fondamentale non solo per farli entrare all'interno delle problematiche, ma anche per rendersi conto di quali aspetti sono di maggiore difficoltà, operando di conseguenza.

E sì, naturalmente sono convinto che sia molto più importante il processo di ragionamento che la dimensione mnemonica. La conoscenza è sempre un processo dinamico, un declinare e collegare dei saperi che non si può imporre ma deve essere condiviso, discusso. Tra l'altro mediante questo processo gli studenti si rendono anche conto facilmente di quali conoscenze sono loro necessarie, andandole a cercare, se non le posseggono, anche in maniera autonoma, all'interno di un quadro definito.

- Un aspetto giustamente imprescindibile che riguarda l'ambito scientifico/tecnologico, è la visione orientata sempre verso il futuro. E' anche vero che l'uomo per sua natura agisce in funzione di una proiezione di se stesso verso il futuro (dal breve al lungo termine). Con questa tendenza non si rischia però di dimenticarsi del presente e delle sue priorità?

La visione orientata al futuro non riguarda solo l'ambito scientifico-tecnologico, ma direi tutta la sfera esistenziale umana. Chiedo spesso ai miei studenti perché sono iscritti all'istituzione di cui seguono i corsi. Per il passato? Per il presente? O perché pensano – più o meno consapevolmente – che le lezioni delle discipline che seguono possano prepararli al futuro? Ma, se ci pensiamo, tutti noi abbiamo già un piede nel futuro, tutte le nostre attività sono rivolte al futuro. La stessa etimologia di progetto è "gettare al di là". Ma al di là di che cosa? Certamente al di là delle difficoltà, dei problemi, ma soprattutto al di là del tempo. È grazie a questa incessante attività rivolta al futuro che cerchiamo di dare forma a quello che poi diventerà il presente. Quando affermiamo di trascurare il presente implicitamente ammettiamo che nel momento in cui lo abbiamo progettato come futuro abbiamo tralasciato – per incapacità, ignoranza, risorse insufficienti, incuria, dolo – delle variabili significative. Tutto ciò non significa affatto dimenticarsi del presente o trascurarlo, al contrario: riflettere sul presente, lasciarci riempire da esso, viverlo fino in fondo, analizzarne le mancanze, i limiti, è il motore più potente per migliorare quel futuro che sarà il presente di domani.

- Dall'anno accademico 2007/2008, lei ha iniziato il corso di "Sistemi Interattivi" presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara che svolge in videoconferenza. Come si è rivelata questa esperienza? Quali limiti e quali potenzialità offre questo genere di tele-didattica?

Nell'anno accademico 2007/08 ho svolto il corso di "Sistemi interattivi" in teleconferenza (non in videoconferenza, dunque trasmettendo solo la voce) per il 50% circa delle lezioni. Credo che si tratti di una delle prime esperienze in Italia, che devo principalmente alla sensibilità nei confronti delle innovazioni e alla fiducia del direttore della scuola di Nuove Tecnologie dell'Arte, Tommaso Tozzi. Naturalmente prima la cosa è stata studiata bene, dal punto di vista dei contenuti, tecnico, della fattibilità, dell'organizzazione... La teleconferenza presenta dei vantaggi: quello più evidente è che non è necessario che gli studenti siano in aula (anche se per chi voleva c'era l'aula attrezzata), ma solo che siano temporalmente compresenti. A Carrara alcuni studenti non potevano venire a lezione perché erano impegnati in Erasmus all'estero o per impedimenti di altro tipo. Lo svantaggio principale è che la compresenza spaziale e l'interazione diretta per molte occorrenze sono – per varie ragioni che non sto ad elencare – fondamentali: per questo una metà del corso prevedeva la modalità didattica più tradizionale. Io penso che questa forma di insegnamento misto, che tecnicamente si chiama blended learning, se si appoggia a un learning system appropriato e in condizioni logistiche adeguate sia molto interessante per l'insegnamento delle mie materie. Dato il riscontro positivo ho intenzione di ripetere l'esperienza anche quest'anno accademico.

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