Spesso torno a chiedermi quale sia il confine tra arte e non-arte. Il parametro della bellezza o dell’interesse non funziona sempre. Se pensiamo che spesso molti pezzi abbandonati, assemblaggi spontanei o configurazioni casuali di oggetti nello spazio sono belli e interessanti dal punto di vista artistico.
Così torno spesso a darmi una risposta, provvisoria e incompleta, ma che comunque colma momentaneamente il mio dubbio. L’intenzionalità del creatore, dell’artista, di colui che anche solo nomina o evidenzia quella porzione di realtà per renderla più visibile e comunicabile. Questo è un discrimine che rende qualcosa un’opera d’arte. Nel senso la rende eventualmente interessante per l’opinione pubblica e commerciabile per il mercato. Ma niente vieta che la bellezza di un ferro arrugginito abbandonato in un campo sferzato dal vento abbia valore artistico, al di là dell’autorialità.
Questa lunga premessa mi serve per introdurvi ad un singolare episodio avvenuto due giorni fa a Padova. All’interno di Ram – Ricerche artistiche Metropolitane, per Artisti al Muro, alcuni autori erano stati chiamati a presentare installazioni nello spazio pubblico. Isabella Facco, 53enne padovana, ha proposto il suo Legg-io, un’installazione composta da un mobile e alcuni oggetti.
Nottetempo però gli addetti al prelievo della spazzatura l’hanno caricata come ‘rifiuto speciale’ e portata via, per destinarla al macero. Quando l’artista se ne è accorta ha subito riportato sul luogo una copia dell’opera, questa volta ponendola su un piccolo piedistallo e inserendo un’etichetta.
Come dire, l’arte viene riconosciuta come tale solo se indicata, solo se ‘elevata’ al di sopra delle cose, su un piedistallo… Alla fine della vicenda, cosa rimane? La Facco si sarà fatta un bel po’ di pubblicità, ma, mi chiedo, non si pone il problema della comunicabilità del suo lavoro artistico?
astediarte
15 dic 2010 - 13:00 - #1La targhetta non c’era?
edoo bannato
15 dic 2010 - 17:32 - #2mi chiedo: dov’è l’arte in questa opera? dov’è l’idea? il messaggio?
orbis-pictus
16 dic 2010 - 16:46 - #3Mi fa piacere che la questione venga posta in questa sede. Non per la prima volta, mi sembra. La questione è evidentemente complessa, ed ha una storia lunga: da Duchamp ad oggi; per questo è difficile mettere in discussione il presunto valore di “opere” che l’autorità di un contesto renderebbero tali (”opere d’arte”). Inoltre, la “storia” che ha reso possibile che sembri bastare l’intenzionalità per produrre l’opera è in realtà assai più lunga: è la lunga evoluzione che ha disgregato l’organicità delle retoriche classiche rendendo possibile l’indipendenza della narratività e delle emozioni soggettive (e con essa l’intenzionalità) dalle regole della composizione, in una progressiva laicizzazione della cultura - si partirebbe quindi addirittura dal Rinascimento passando attraverso il Romanticismo e così via. Ciò ha prodotto nel tempo episodi assai interessanti, non sta a me dirlo… tuttavia i tempi sono oggi maturi per una riflessione.
Si sono creati sufficienti equivoci sull’argomento: è giunto il momento di riproporre il tema delle regole e della complessità, senza pregiudizi. L’artista ha un compito e una responsabilità (diversamente di che si tratta, allora?), quelli di proporre temi in un contesto autosufficiente, cioè funzionante, e di creare macchine visuali che propongano soluzioni e riconducano la cosiddetta “realtà” ad un piano differente che sia anche danza collettiva e poesia, recuperando vere regole formali e intenti “sacri”. La mia convinzione è che senza questi l’arte non sia data. In questo ambito: necessità, equilibro, fine, relazione, dinamiche, contesto, ecc. dovrebbero venir gestiti sapientemente, cioè “con arte”. Roba non da tutti.
In realtà la questione è stata da te mal posta, a mio giudizio: infatti è vero, assemblaggi spontanei e configurazioni casuali di oggetti nello spazio possono essere assai belli ed interessanti, è lo sguardo di un artista a saper cogliere bellezza ed interesse, e quello sguardo equivale ad un’opera, se realizzato ed esplicitato come tale. In arte l’alea è sempre “alea controllata”: l’artista utilizzerebbe l’alea, con competenza, come fattore di un gioco che condurrà ad un risultato tuttavia rigoroso (già Leonardo aveva notato il valore di questa prassi). Non credo dunque sia questo il punto.
L’arte deve possedere (e di fatto possiede) regole oggettive, tra le quali regole estetiche formali che la rendono possibile e intenzionalità non solo autoreferenziali.
Sarebbe giunto il momento di mettere in questione - distinguendo - il fattore della “discrezionalità soggettiva” nelle opere d’arte, basata su un’autorità che poggia su fragili basi e su convenzioni svuotate - la cui componente intrinseca di narcisistica autoreferenzialità genera ormai (diciamolo!) una noia mortale in episodi ben più importanti di questo di cui si parla - e il giudizio di valore.
Per attenerci allo specifico, gli addetti al prelievo della spazzatura ci avevano visto bene…
nabis
16 dic 2010 - 22:03 - #4Ciao orbis-pictus, grazie davvero per il tuo contributo, molto interessante. Torna a trovarci quando puoi e, se sei interessato, segnalaci iniziative, eventi e quant’altro (segnalazioni@artsblog.it) …su Artsblog cerchiamo di tenere aperta la discussione sull’identità e i confini dell’arte, la consistenza della spazzatura e le sue cause, il grande movimento del riciclaggio ecologicoe del riuso creativo che sta pian piano portando pubblico e artisti ad una riflessione sull’essenziale, su ciò che è sano.