
Si protrarrà fino all’8 gennaio 2012 l’esposizione dedicata alle opere del pittore e scultore elvetico Alberto Giacometti. La mostra, organizzata presso la Pinacothèque di Parigi, in partenariato con numerosi “attori della comunicazione e della cultura” d’oltralpe (Métrobus, Fnac, Paris Match, BFMTV, France Info) è dedicata all’analisi dei rapporti tra i lavori scultorei dell’artista svizzero e i profondi echi dell’arte etrusca che lo ispirarono. Rappresenta inoltre il coronamento di una lunga attesa (durata più di cinquant’anni) da parte di appassionati e specialisti del settore, che riaccende una nuova luce sugli elementi che permeano le figure longilinee di Giacometti. Un fil rouge che emerge netto nell’attacco dell’articolo di Florence Besson per Elle France:
Senza saperlo, gli Etruschi facevano come Giacometti e il contrario. Questa corrispondenza a 3000 anni di distanza salta magicamente agli occhi.
Se l’interesse per la figura primitiva è un topos che compare molto presto nei lavori di Giacometti, è con l’incontro diretto con l’arte dell’antica popolazione vissuta tra Lazio e Toscana, che si produce un “considerabile sconvolgimento”, imprimendo una caratterizzazione incomparabile alle sue sculture. Un faccia a faccia costruito attraverso le visite al dipartimento di archeologia del Louvre e durante l’esposizione sull’arte e la civiltà etrusca tenutasi a Parigi nel 1955, per completarsi con un viaggio a Volterra.
Nel cuore dell’Etruria, Giacometti scoprirà l’Ombra della sera (nome attribuitele dal poeta Gabriele d’Annunzio), statuetta votiva conservata al museo Guarnacci che costituisce uno dei simboli emblematici del mondo etrusco e influenzerà attivamente la serie delle donne di Venezia e L’uomo che cammina (assegnata recentemente per una somma pari a più di 74 milioni di euro). E’ nei guerrieri slanciati appartenenti a un popolo misterioso che risiede lo spunto della scelta volta ad esaltare la verticalità, è nel loro tratto sottile che si gioca la cifra emaciata all’estremo di quelle che sono diventate le sue opere più rappresentative. Centocinquanta oggetti etruschi e una trentina di sculture di Giacometti si mostrano in questo “eccezionale avvicinamento” dando prova tangibile della loro fraternità.
Via | pinacotheque.com

Il modellismo è un’arte dal sapore inquietante. Dai lavoratori in miniatura posti nelle antiche tombe egizie in modo da servire il defunto nell’aldilà, alle famiglie col volto di porcellana chiuse nelle case di bambole dell’epoca vittoriana, c’è sempre un senso magico e feticistica, per cui l’artista sembra catturare l’anima di persone e luoghi imprigionandoli in una miniatura. L’artista francese e regista Charles Matton, coetaneo di artisti come César e amico di filosofi, tra cui Paul Virilio, ha trasferito le strane proprietà del modellismo in una forma d’arte elevata. I suoi interni in miniatura, che saranno in mostra a Londra il mese prossimo, sono precisi simulacri tridimensionali degli studi di alcuni grandi pittori e scultori moderni.
In realtà, molti artisti contemporanei si sono dedicati alla costruzione di piccoli mondi come in un’intesa e personale ricerca di significati segreti. Come le scatole di Joseph Cornell, le opere di Charles Matton sono evidentemente il frutto di intenso lavoro. Non sono solo il tributo di un grande appassionato, ma anche il desiderio di avvicinarsi allo spazio vissuto da quei grandi artisti. con la consapevolezza di poter rivivere la loro grandezza soltanto in piccolo. Qui sopra vi proponiamo tre foto dei suoi lavori, riuscite a indovinare gli artisti che hanno lavorato in questi studi? Ecco gli indizi contenuti nelle didascalie, da sinistra a destra: 1) Chi è l’artista che è andato giù al pub e ha lasciato questo casino? 2) Un artista che ha azzardato, ha amato ed era un genio 3) Chi ci ha lasciato delle figure sottilissime e un’aria di disperazione esistenziale? Se non sapete rispondere continuate a leggere e guardate in fondo all’articolo.
Via | The Guardian
Continua a leggere: Sapresti indovinare a quale artista è appartenuto questo studio?
In più avevano predetto bene, quando avevano parlato di segnali di ripresa del mercato d’arte e della collezione Brody. Stanotte c’è stata a New York la conferma con l’asta di Christie’s che ha segnato vendita record per Picasso, il cui dipinto del 1932 Nude, Green Leaves and Bust, è stato venduto per la cifra di 81 milioni di euro.
Ma è stata in generale un’ottima serata per molti lotti. La Treille, opera del 1953 di Georges Braque, è stata venduta per più di 10 milioni di dollari (contro i quasi 3 di stima). Le Chat di Giacometti è stato battuto per più di 20 milioni (contro una stima tra i 12 e i 18). Tutte e tre provenivano dalla collezione di Mrs. Sidney F. Brody.
Via | Corriere.it
Una delle maggiori collezioni d’arte americane è pronta ad essere messa all’asta da Christie’s New York. Sidney and Frances Lasker Brody, di Los Angeles, hanno messo insieme una fortuna in opere d’arte valutata almeno 150 milioni di dollari.
La collezioni comprende nomi del calibro di Henri Matisse, Alberto Giacometti, Henry Moore, Georges Braque, Edgar Degas e Edouard Vuillard. Ma il vero fiore all’occhiello della stessa è un nudo di Picasso. Si tratta di una delle più grandi e preziose raccolte di arte moderna mai messe insieme da una singola generazione di collezionisti.
Solo il Picasso (intitolato “Nudo, foglie verdi e busto”) potrebbe valere più di 90 milioni di dollari. Raramente è stato visto in pubblico. La collezione cominciò con una scultura di Henry Moore che Sidney Brody mise sotto l’albero di Natale per sua moglie. Da lì, si è fermata solo oggi.

Da Sotheby’s Londra, ieri è stato battuto il recordo di prezzo mai raggiunto da un’opera d’arte venduta a un’asta. Si tratta di una scultura del “nostro” Alberto Giacometti ed è stata assegnata per una somma di 65 milioni di sterline, pari a più di 74 milioni di euro.
L’asta era delle più prestigiose mai registrate, con rare opere d’arte del XX secolo, fra cui proprio questa scultura a grandezza naturale di un classicissimo “uomo che cammina”, in bronzo. Questo record supera il precedente attribuito a un dipinto di Picasso, aggiudicato nel 2004: il “Ragazzo con pipa”.
L’augurio che facciamo ai fortunati acquirenti, naturalmente, è che questo Giacometti tedesco non rientri fra quelli, falsi, di cui vi abbiamo parlato quest’estate.
Si respirerà l’aria fine dell’arte dei maestri a Ferrara, a Palazzo dei Diamanti, dal 28 febbraio al 2 giugno 2010, dove una mostra celebra Aimé Maeght (nella foto insieme ad André Breton), editore e gallerista nella Parigi del secondo novecento. Amico di gente come Bonnard, Georges Braque, Alexander Calder, Marc Chagall, Alberto Giacometti, Fernand Léger e Joan Miró, fondò a Saint-Paul de Vence, vicino Nizza, la Fondazione che porta il suo nome, crocevia di artisti da tutto il mondo.
I curatori Tomàs Llorens e Boye Llorens hanno proposto per la mostra di Ferrara una cifra stilistica che guarda alla storia dell’arte dalla prospettiva di mercanti e galleristi. Circa 100 opere tra disegni, sculture, fotografie e ceramiche create nel periodo compreso tra il 1945 (anno dell’inaugurazione della galleria parigina) e il 1964, anno di nascita della Fondazione Maeght.
Vicino a Francoforte, a Magonza, è stato scoperto un deposito dove un 59enne nascondeva almeno mille sculture in bronzo “di” Alberto Giacometti. I falsi, pare di buona fattura, venivano venduti sia in Germania sia nel resto d’Europa a (veri) prezzi di mercato milionari, con tanto di certificato di autenticità. La banda era composta anche da un mercante d’arte, che diceva di essersi impossessato delle statue trovandole in un nascondiglio segreto, scoperto nel 1966 alla morte di Giacometti.
Continua fino al 3 agosto nel nuovo spazio espositivo Bipielle arte di Lodi, la mostra “Cameraphoto. Il volto del Novecento”.
Si tratta di un’esposizione che comprende 100 ritratti in bianco e nero, di personaggi dell’arte e dello spettacolo alla Biennale d’arte e al Festival del Cinema di Venezia. Il materiale fa parte dell’archivio Cameraphoto di Venezia, l’agenzia fotogiornalistica presente alle Biennali dal 1946 al 1976.
Le immagini che catturano l’attenzione sono quelle di Sofia Loren, Alberto Sordi, Vittorio De sica, Alberto Giacometti, Salvator Dalì, fotografati a Venezia durante gli anni d’oro della città, ma non sono loro gli unici protagonisti e neanche le Biennali. Il tema principale della mostra è la città di Venezia, i suoi piccioni, le sue gondole e le vedute che sono divenute parte dell’immaginario collettivo che si è costruito in quegli anni.
L’appuntamento rappresenta l’avvio di un progetto triennale promosso dalla Banca Popolare di Lodi, dove si trova lo spazio espositivo Bipielle arte. Per informazioni più dettagliate, data la mancanza di un sito diretto, infoline: +39 02 45496874 e email: segreteria_organizzativa@alefcultural.com.
Cameraphoto. Il volto del Novecento - Bipielle arte - Lodi




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