
Ormai si moltiplicano i casi di ‘street art archeology‘, graffiti e pezzi su strada che vengono restaurati o riportati alla luce. Vi avevamo già parlato del Gorilla rosa di Banksy, che era stato erroneamente coperto ed adesso è in corso di restauro.
La notizia di oggi invece arriva da una galleria di Berlino, la Kuenstlerhaus Bethanien, dove alcuni restauratori hanno raschiato via diversi strati di vernice da un muro interno, per far riemergere uno dei vecchi lavori di Banksy. Realizzato dall’artista nel 2003, quando ancora la sua fama stava per esplodere, il pezzo era scomparso sotto diversi strati di nuova pittura, come d’uopo ad ogni vernissage.
Ora che è stato recuperato, resterà in mostra fino al 22 ottobre. Si tratta di un dipinto murale dal titolo Every picture tells a lie. Il progetto di recupero fa parte della mostra dell’artista americano Brad Downey, What Lies Beneath, che riflette proprio sulla dimensione degli strati di vernice che si sovrappongono.
Ora dietro al murales ci sono già diversi interessi, non ultimo quello della casa d’aste Bonhams. Ma Stephane Bauer, il gallerista, sembra essere più orientato a lasciare che il pezzo faccia la sua strada e venga nuovamente ricoperto. Sarà vero?
La saga King Robbo vs Banksy, che abbiamo ampiamente seguito sul blog, continua.
Questa volta però non si tratta di un tenzone urbana fra leggendari street artist, e ci sono di mezzo gli avvocati. In agosto l’emittente Channel 4 ha mandato in onda il documentario Graffiti War (video in alto) e la redazione non troppo tempo dopo si è vista recapitata una denuncia a firma di Banksy. Lo street artist di Bristol punta il dito su diversi aspetti della produzione: i personaggi indicati come suoi collaboratori non avrebbero mai fatto parte del suo staff, il graffito di Robbo da lui ricoperto (quello per intendersi che ha dato il via alla “guerra” fra i due) era deteriorato tanto da non potersi considerare un “attacco” al collega, ma soprattutto il documentario lascerebbe intendere un suo coinvolgimento nell’aggressione di King Robbo avvenuta ad aprile (l qualo, lo ricordiamo, si trova ancora in ospedale in gravi condizioni).
Per adesso Channel 4 si è limitata a rettificare le notizie inerenti lo staff, ma respinge tutto il resto. Ho quardato i 47 minuti di video e devo dire che il documentario soffre di una certa parzialità. C’è inoltre un’intervista allo street artist francese Blek Le Rat, pioniere della stencil art, il cui stile ricorda effettivamente quello di Banksy. In buona sintesi si lascia intendere che Banksy abbia attinto a piene mani (o meglio “copiato”) ciò che Blek Le Rat faceva 20-30 anni fa, a partire dai topi sino alle sue celebri figure politicizzate in bianco e nero (sul sito potete farvene un’idea)
Se citare le fonti della propria ispirazione (e le fonti tout court) è sacrosanto e si apprezza sempre l’etica e l’estetica del gesto, questo marcare l’accento sulla “originalità” dell’opera da un lato - e sull’ego dell’artista dall’altro - diventa pernicioso: siamo tutti “copie originali”, espressioni del contesto in cui viviamo, remix di qualcosa che c’era prima e materiale per quanto verrà dopo. Nessuno “inventa” nulla da zero. E a dirla tutta, se Banksy è quotato da Sotheby’s o arriva nei musei, non è tanto per la sua “originalità”, quanto perchè ha saputo trasformare la sua arte in un ottimo prodotto di comunicazione.
Via | Artribune.com
I fan di Banksy si saranno chiesti: come è possibile che un personaggio di rottura come Banksy omaggi in questo modo, con una sua opera, un’icona pop e mainstream come Amy Whinehouse?
D’accordo: la cantante è morta in circostanze che hanno a che vedere con un certo qual maledettismo interiore ed è stata un personaggio in qualche modo “di rottura”. Ma Banksy si occupa d’altro.
O forse, i veri fan di si saranno subito accorti che la foto pubblicata da Art Happy qualche giorno fa non era assolutamente un Banksy? Perché a guardarla bene, di Banksy quell’immagine ha poco o niente: non basta fare stencil (o simili) per essere lui. In quel caso, complimenti a chi ha capito.
Anche perché la firma c’era: un piccolo cavallo alato accanto al polpaccio della cantante, usato come una tag per indicare uno street artist di nome Pegasus. Che aveva inteso lasciare così il suo ricorto alla Winehouse, nelle strade di Londra. Precisamente a Camden Lock. Online c’è anche il suo Facebook ufficiale, con una serie di lavori. Dove appare anche il curioso santuario creato da Pegasus per Amy.
Se me lo avessero detto dieci anni fa avrei stentato a crederci. Un operaio comunale di Bristol, incaricato di ridipingere alcune zone della città, ha erroneamente coperto un pezzo di Banksy. Adesso il City Council sta valutando tutte le ipotesi per rimuovere lo strato di vernice bianca e riportare lo stencil alla luce.
Conosciuta come il ‘gorilla rosa’, la scimmia con la mascherina colorata era comparsa ormai quasi un decennio orsono nell’Eastville, all’ex-North Bristol Social Club, un centro culturale islamico nell’Eastville. Il proprietario dell’edificio, Saeed Ahmed, non conosceva Banksy e, dopo aver saputo il valore che il pezzo poteva avere, s’è mangiato le mani.
Secondo Richard Pelter, direttore e conservatore dell’International Fine Art Conservation Studios, il pezzo può essere ‘resuscitato’ ma ci vorranno un bel po’ di soldi. Il City Council di Bristol ha tutta intenzione di spenderli e per farlo ha incaricato proprio il team guidato da Pelter, che in passato ha lavorato al restauro di Kensington Palace e della Cattedrale di Westminster… della serie, siamo veramente giunti all’assurdo!
Photo credits –> SWNS.com
Bristol, coperto per errore il ‘gorilla rosa’ di Banksy. Ora il Comune tenta il ripristino




L’ingresso alla mostra costa troppo? Ve lo offre Banksy! La mostra in questione è Art in The Streets al Moca di Los Angeles, il cui biglietto d’ingresso costa 10 dollari. Forse veramente magnanimo, oppure soltanto interessato a mantenere alta l’attenzione dei media nei suoi confronti, l’artista di Bristol dal prossimo lunedì 13 giugno fino a lunedì 8 agosto offrirà l’ingresso gratuito a tutti i visitatori.
“Non ritengo giusto che si debba pagare per vedere graffiti. Si deve solo pagare se si vuole eliminarli”, ha dichiarato Banksy. Nel frattempo girano voci che sia ‘in forse’ la trasferta a Brooklyn nel 2012 della mostra preparata da Deitch.
Da quando la street art è entrata nelle gallerie e nel mercato, emergono con più frequenza situazioni di contenzioso legate a diritti d’autore. Era successo tra Shepard Fairey e Associated Press per il ritratto di Obama, poi al pupillo di Banksy Mr Brainwash. Oggi il protagonista è un artista che lavora sul confine tra arte e tecnologia, Andy Baio di Portland, Oregon.
Qualche giorno fa Baio è stato citato in giudizio dal fotografo Jay Maisel, che gli ha chiesto per 150.000 dollari. Baio aveva creato Kind of Bloop, un tributo a 8-bit all’album di Miles Davis Kind of Blue. La querela riguarda la copertina dell’album tributo di remix, ricavata attraverso un’operazione di pixel art dalla cover originale, su cui appare una foto scattata da Maisel.
Per produrre l’album e retribuire i cinque musicisti che vi avevano suonato, Baio aveva fatto partire nel 2009 un progetto sulla piattaforma di crowfunding Kickstarter raccogliendo 8mila dollari. Mai si sarebbe aspettato che Maisel, ormai multi-milionario, lo avrebbe portato in tribunale costringendolo a pagare 32.500 dollari.
Così è nata, da un gruppo d’artisti vicini al per niente facoltoso Andy Baio, l’idea di questa campagna di street art. L’affissione di alcuni poster con un’immagine di Miles Davis e la scritta All Art is theft, Tutta l’Arte è un furto, a rimarcare, come dicevano in molti, che tutta ll’arte è in qualche modo riappropriazione di lavori di precedenti autori.
‘L’Arte è un furto’, il manifesto di Miles Davis a sostegno di Andy Baio



Banksy torna a portare scompiglio nella sua città, Bristol. Nel video che vedete qui sopra c’è la lunga coda delle persone che si sono messe in fila per aggiudicarsi la sua ultima stampa, una molotov realizzata con una bottiglia di Tesco e venduta per cinque euro alla Bristol Anarchist Bookfair (Fiera del Libro Anarchico).
Il pezzo cita con ironia gli scontri avvenuti nella zona di Cheltenham Road lo scorso 22 aprile, quando alcuni manifestanti hanno danneggiato proprio un punto vendita Tesco Express. Il ricavato delle vendite (la stampa è in 2.000 copie) andrà ai gruppi di giovani residenti a Stokes Croft, per pagare le spese legali delle occupazioni e degli arresti (trenta in tutto) e sostenere progetti di arte.
Molti politici locali si sono indignati per la nuova stampa di Banksy, dicendo che “incita al vandalismo”. Sono gli stessi che hanno spedito per fini di promozione turistica in tutto il mondo le cartoline con i suoi pezzi e su scritto ‘Saluti da Bristol’.
Come vi avevamo promesso, andiamo a vedere un po’ più da vicino le opere degli artisti in mostra ad Art in the Streets a Los Angeles. Cominciamo da Banksy che, dopo la personale a Bristol di due anni fa, gode di un ottima reputazione anche per le sue installazioni indoor.
Banksy utilizza il suo registro stilistico, al solito è diretto, non si dilunga in giri di parole. Chi lo segue e capita alla Geffen Contemporary (sede della mostra) a Little Tokyo non può fare a meno di notare come questa sia una grande sintesi del suo lavoro. Un’opera davvero ‘mixed media’, che riprende molti dei topoi figurativi dell’universo banksyano. L’artista si rivela per quello che è, un culture jammer, un manipolatore di codici, un semiologo di strada.
L’installazione di Banksy ha un’area appositamente dedicata. Da lontano si scorgono subito due elementi: lo spazio di una chiesa, dove un bambino in ginocchio prega di fronte ad una vetrata cosparsa di tag e una macchina per la stesura dell’asfalto che sembra appena aver schiacciato qualcosa. Avvicinandosi, c’è spazio per la poesia di un tronco d’albero immerso in un bidone arrugginito, sui cui rami una ‘famiglia di cctv’ (telecamere di sorveglianza) ha fatto il nido intrecciando fra loro piccoli cavi elettrici.
Alle pareti, cartelli recuperati dalla strada e modificati, oggetti, tele. Da una parte si snodano le varie figure e le varie ‘narrazioni’ che Banksy ha proposto negli anni, tra antimilitarismo, attivismo politico, sociale e, soprattutto, artistico. Il meccanismo delle opere dello street artist di Bristol non si risolve solo nella satira o nella trovata tecnica… c’è sempre uno ’scarto creativo’ che il fruitore è chiamato a compiere, diventando esso stesso soggetto artistico e portatore di valori culturali con cui l’opera interagisce.
Photos by Taiyo Watanabe and Arrested Motion.

Uno, nessuno, centomila Banksy. Nonostante la corsa per gli Oscar sia terminata a mani vuote per il “cattivo ragazzo” di Bristol, a Los Angeles sabato scorso sembra essere spuntato un nuovo stencil che i tipi del magazione online ITN hanno descritto come riconducibile al suo stile.
A Beverly Hills, su Robertson Boulevard, una sottile linea rosa sul marciapiede ci conduce al ritratto di un bambino con una maglia a righe, colto di spalle nel mentre fa pipì. Che cosa ci conduce a Banksy? Sempre secondo ITN il graffito somiglia a quello in Old Street a Londra, dove una linea bianca ci porta alla figura di un poliziotto che sniffa cocaina.
Secondo me non si tratta di un Banksy per una serie di motivi. Anzitutto il pezzo non nasconderebbe nessun tipo di critica sociale, neanche velata. In secondo luogo si tratta di uno stencil in scala di grigi, mentre di solito Banksy predilige il bianco e nero (con qualche spruzzo di colore di tanto in tanto). Infine, il pezzo non appare sul suo sito ufficiale (anche se questo è già successo altre volte).
Insomma, secondo il mio modesto parere si tratta semplicemente di un emulo.

Sembra che tutte le coperture di Banksy siano saltate. L’ultima notizia riguarda la scoperta dell’identità della moglie, Joy Millward (nella foto), che dirige un gruppo di pressione parlamentare (lobbying) chiamato Principle Affairs. Sembra che Joy e Robert Gunningham si siano incontrati a Londra nel 2003, quando lei stava lavorando per il deputato laburista Austin Mitchell.
Fino ad oggi, quando qualcuno le chiedeva chi fosse suo marito, Joy rispondeva che “di professione illustra libri di cucina”. Nessuno si curava di questa giovane lobbista che si occupa di progetti caritatevoli, fino a quando qualcuno ha spifferato che si tratta della moglie di uno degli artisti contemporanei sempre più sulla cresta dell’onda.
I due nel 2006 si sarebbero sposati a Las Vegas (davvero o per finta?) e da allora hanno scelto di vivere in una comunità isolata, avendo poco che fare con i vicini, a. Ma proprio qualcuno di loro si è accorto che i due stavano coprendo un grosso segreto ed ha spifferato tutto… a questo punto la coppia starà forse pensando di fare un definitivo outing?