“L’arte rende tollerabile la vista della vita ponendo su di essa il velo del pensiero non puro.”
Friedrich Nietzsche
Friedrich Nietzsche ritratto da Munch


Rubrica | Cos’è l’arte

“Che il segreto dell’arte sia qui? Ricordare come l’opera si è vista in uno stato di sogno, ridirla come si è vista, cercare soprattutto di ricordare. Ché forse tutto l’inventare è ricordare.”
Elsa Morante
Rubrica | Cos’è l’arte
L’artista più di tutti ha il compito di creare segni differenti, differenti prima di tutto da quanto è funzionale all’omologazione del mercato e della comunicazione globale, in questo senso capaci di differimento, di rinvio al di là dell’attuale, arricchendo e rinnovando continuamente sia l’arte sia la vita.
L’artista per vocazione sa porsi al di fuori dell’attuale, della contemporaneità così da rimanere immune da questa omologazione e refrattario all’inganno dei segni di differenza.
Artista è appunto colui che sa situare la sua attività di ricerca fuori dalla contemporaneità, colui che differisce, che non resta prigioniero dell’attuale, colui che “non soltanto dall’interno partecipa alla vita (pratica, sociale, politica, morale, religiosa) e dall’interno la comprende, ma che anche l’ama dal di fuori, in un’attività extralocalizzata e avulsa dal senso” (Bachtin).
[Foto in alto: Luciano POnzio, “Omaggio a Roland Barthes”, cm 100×70, acrilici e collage su tessuto nero]
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“La scienza rompe l’unità della vita in due mondi: natura e spirito. L’arte, cercando la forma della totalità, deve fondere nuovamente questi due aspetti della vita. Non c’è nulla che sia solo materia, la materia stessa è un’idea; non c’è nulla che sia solo spirito, il sentimento più delicato è una vibrazione nervosa.
Per realizzare questa funzione, l’arte deve partire da uno di questi mondi e da esso dirigersi verso l’altro. È questa l’origine delle varie arti. Se procediamo dalla natura verso lo spirito, se partendo da figure spaziali cerchiamo l’emotività, l’arte è arte plastica: pittura. Se dall’emotività, dall’effettività che fluisce nel tempo aspiriamo alla plasticità, alle forme natura, l’arte è spirituale: poesia e musica. Alla fine, l’arte è sia una cosa che l’altra; ma il suo sforzo, la sua organizzazione, sono condizionati dal punto di partenza.”
Josè Ortega y Gasset, Meditazioni del Chisciotte (1914)
[Immagine in alto: Joaquín Sorolla y Bastida - Ritratto José Ortega y Gasset]
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Abbiamo visto che un individuo, cosa o persona, è il risultato di tutto il resto del mondo: è la totalità delle relazioni. Alla nascita di un filo d’erba collabora tutto l’universo.
Si riesce ad avvertire l’immensità del compito che l’arte si assume? Come rendere manifesta la totalità delle relazioni che costituisce la vita più semplice, quella di quest’albero, di questa pietra, di quest’uomo? In «realtà» ciò è impossibile; proprio per questo l’arte è prima di tutto artificio: deve creare un mondo virtuale. L’infinità delle relazioni è inattingibile; l’arte cerca e produce una totalità fittizia, una specie di infinitezza. È questo che il lettore avrà sperimentato mille volte di fronte a un quadro famoso o a un romanzo classico; ci sembra che l’emozione ricevuta ci apra prospettive infinite e infinitamente chiare e precise sul problema della vita.
Josè Ortega y Gasset, Meditazioni del don Chisciotte (1914)
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“L’arte non è soltanto comunicazione, piuttosto è un’anomalia della comunicazione stessa. La sostanza di cui si nutre l’arte è certamente il mondo, e diventa interessante quando si innesta nei buchi neri delle certezze. Quando invece l’opera ha una funzione direttamente politica, educativa o comunicativa diventa didascalica o puramene simbolica. Il fascino dell’arte è che ha sempre svolto un ruolo incomprensibile e ha tempi di digestione molto lunghi. Al potere, politico ed economico, infatti, non interessa l’arte, ma la televisione e la pubblicità, che hanno un linguaggio diretto al controllo dell’opinione pubbica.”
Salvatore Lacagnina, intervista di Stefania Galegati tratta dal volume “FAME. Leggi in inglese, read in italian”, Premio Querini Stampiglia - Furla per l’Arte, Quarta Edizione 2003, a cura di Chiara Bertola.
[Foto in alto: Salvatore Lacagnina durante un’intervista]
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“Il dialogo tra arte e vita, il dialogo tra testi, tra i testi della vita ordinaria e quelli artistici, tra rappresentazione e raffigurazione, consiste nel loro reciproco rispondere l’uno all’altro. L’arte è provocata dalla vita e la vita è provocata dall’arte. Si tratta di rivolgere al mondo uno sguardo indiretto, sgombro e non appesantito da punti di riferimento né, tanto meno, ostruito dalle abitudini che impediscono di vedere, sino al punto che, solo attraverso una tavolozza composta di arte e vita, si possano organizzare tonalità e sfumature dalle intensità giuste e dagli accordi giunti alle segrete alleanze che caratterizzano un testo di scrittura che voglia sbalordire e sorprendere le strategie convenzionali.
La raffigurazione del testo artistico è inconcepibile fuori dal dialogo con testi non artistici, fuori dalla responsabilità nei loro confronti, in base alla quale soltanto il testo artistico può pretendere che quello non artistico possa sentirsi responsabile, possa sentirsi colpevole, possa smetterla con gli alibi della rappresentazione e con le giustificazioni della buona coscienza.”
Luciano Ponzio, “I sepolcri imbiancati e la tempra della scrittura. Artaud, Barthes, Pasolini”, tratto dal volume “White Matters. Il bianco in questione” (pag 289) a cura di Susan Petrilli, Meltemi Editore, Roma (2007)
[Foto in alto: Luciano Ponzio, ricercatore in “Filosofia e Teoria dei Linguaggi” della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università del Salento di Lecce, scrittore e artista, dal 2004 insegna “Semiotica del testo artistico”]
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“L’arte è l’espressione della personalità: io, l’artista, io sono importante nell’arte: io mi devo esprimere, eventualmente, io devo comunicare. Questo è tutto quello che è importante nell’arte. Ciò ha rovinato l’arte.”
Karl Raimund Popper
[Foto in alto: Twitter Issues, Francesco Masci, Olio su tela, 2009]
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“Solo nell’arte succede ancora che un uomo, consumato dai desideri, riesca a creare qualcosa che somigli al soddisfacimento e che, in virtù dell’illusione artistica, questo spasso, come fosse una cosa reale, dia luogo a conseguenze affettive. Giustamente si parla di incantesimo dell’arte e si paragona l’artista all’incantatore. Questo confronto è forse più significativo di quanto vorrebbe essere.
L’arte, che non è di certo iniziata come «arte per l’arte», si trovava in origine al servizio di tendenze che in gran parte sono oggi venute meno. Si può a ragione affermare che tra queste siano parecchie intenzioni magiche.”
Sigmund Freud
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“L’arte è se stessa e il e altro di se stessa (non diciamo, altro da sstessa) Perciò con ironia dialettica […] volevamo opporci sia alla tesi della morte dell’arte, sia alle tesi della vita dell’arte. Per noi l’arte è insieme viva e morta. Diciamolo meglio: non ci persuadono le querele di coloro che continuano a fare arte, sostenendo che è morta (è un’affermazione piena di alibi, di felici colpe); nè ci convincono le compiacenze di coloro che continuano a fare arte, sostenendo che è viva, di un’altra vita. […] Non ci si può acquietare nella certezza dell’affermazione o della negazione. Semai “sopportare la contraddizione” del “doppio stato”: negare l’arte, fare l’arte… L’arte è una decifrazione della propria contraddizione nel mondo del “doppio”, cioè contraddittorio. La doppiezza è la sua unica viziosa virtù. […]
L’opera d’arte, come la merce, è reale e irreale, concreta e astratta, “sensibilmente sovrasensibile”, è “valore” nel senso marxiano, nel senso della metamorfosi. La constatazione delle coppie non è l’angoscia della doppiezza. L’arte non finisce di essere arte, cominciando ad essere merce; non comincia ad essere alrte, finendo di essere merce.
Ci chiedevamo: di che vivono gli artisti e perchè si continua a fare arte? Perchè è un “bisogno”: come la merce, nella società del capitale. […] Il capitale non condanna, non distrugge, non espelle l’arte dalla sua “repubblica”. Anzi celebra, esalta, moltiplica, difende e diffonde l’arte. L’arte è un lavoro “produttivo”; l’artista un produttore estetico.
Tratto da: Signor capitale e signora letteratura (1973-1976) di Gianni Scalia (pg 17-18)
[Foto in alto: Roberto Roversi, primo a sinistra, con Angelo Romanò, Pier Paolo Pasolini, Francesco Leonetti, Gianni Scalia e Franco Fortini]
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