
La collezione Solomon R. Guggenheim Museum sbarca al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Una selezione di opere dell’avanguardia americana, in un arco di tempo che va dal 1945 al 1980, attraverso le più importanti tappe evolutive dell’arte americana in un secolo di grandi e veloci trasformazioni, economiche, politiche e culturali.
Il percorso espositivo prende le mosse dagli anni dell’immediato dopoguerra, con la nascita dell’Espressionismo astratto, che pose all’attenzione internazionale il lavoro di una cerchia di artisti attivi a New York. Da qui si prosegue con la straordinaria moltiplicazioni di correnti che determinarono l’evoluzione del panorama artistico americano: dalle contaminazioni provocatorie della Pop art alle riflessioni estetico-teoriche che caratterizzano l’Arte concettuale degli anni Sessanta; dall’essenzialità del Minimalismo alle rutilanti immagini del Fotorealismo.
Per il direttore del Palaexpò, Mario De Simoni,”non è un best of della collezione Guggenheim, ma una mostra che vuole dare uno sguardo speciale su questa storia americana. In più, credo che in questa città sei Pollock tutti insieme non si siano visti mai”. Nel considerare quest’epoca nodale della storia dell’arte americana, la mostra rivela anche il ruolo fondamentale svolto da Solomon R. Guggenheim Museum, che con il suo mecenatismo favorì non poco l’affermazione degli artisti giovani ed emergenti. Tra le altre opere sono esposti i lavori fondamentali di Jackson Pollock e Arshile Gorky appartenenti alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, e lo spettacolare Barge [Chiatta] (1962–63) di Robert Rauschenberg, dal Guggenheim Museum Bilbao (foto in alto).

Una battaglia legale su un presunto commercio di quadri contraffatti sta rivelando il lato più oscuro del mercato dell’arte. Da documenti di tribunale emerge che una delle gallerie d’arte leader a livello mondiale, la Knoedler di New York, è coinvolta nella vendita di presunte opere false di importantissimi artisti del Novecento americano, tra cui Jackson Pollock, Richard Diebenkorn e Robert Motherwell.
Anche la Fondazione Dedalus - dedicata proprio all’opera di Motherwell, uno dei massimi esponenti dell’espressionismo astratto - è coinvolta nel caso. Il mercante d’arte Julian Weissman sostiene che la Fondazione gli autenticò un dipinto di Motherwell, della serie Elegia spagnola (1953), il che gli consentì di vendere l’opera nel 2007 per 650mila dollari alla Killala Fine Art, una società irlandese, che ora ha sporto denuncia nei confronti di Dedalus e Weissman. La Dedalus ha ritirato la sua autenticazione soltanto in un secondo momento e i test scientifici effettuati quest’anno hanno rivelato in effetti la presenza nel dipinto di un tipo di colore che nel 1950 non era in uso.
Dedalus dice che il dipinto è un falso senza alcun valore. E accusa Weissman di “frode e disonestà”, perché non rivelò di aver acquistato l’opera da un mercante legato a persone accusate pubblicamente di presunto traffico di falsi. Weissman, dal canto suo, sostiene di averlo avuto da una principessa del Kuwait e nota collezionista. Il dipinto è solo uno dei sette Motherwells di dubbia autenticità che vengono citati nei documenti legali, tre venduti attraverso Weissman e quattro attraverso Knoedler. Killala Fine Art ora protesta per aver ricevuto un quadro senza valore, acquistato in seguito al giudizio positivo espresso dalla Fondazione Dedalus, espressamente “deputata a autenticare le opere di Motherwell” secondo Killala. Dedalus risponde di aver rilasciato soltanto una lettera con la propria, opinabile, valutazione e non una garanzia con valore legale, negando così ogni responsabilità.
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Alla U of I, la University of Iowa, c’è una ricca collezione d’arte moderna e contemporanea, che comprende un murale di Jackson Pollock del 1946, donato da Peggy Guggenheim al museo universitario nel 1951. Il pezzo considerato un vero masterpiece (capolavoro) ha rischiato più volte di essere messo in vendita per ripianare i debiti dell’università..
Il dipinto è alto 2,5 metri e lungo 6 e, secondo una stima del 2008, il suo valore si potrebbe aggirare attorno ai 100 milioni di euro. Proprio in questi giorni la questione della possibile vendita del pezzo è tornata di grande attualità. Una nuova legge aumenta la tassazione a carico della U of I e la cessione potrebbe garantire u minimo di stabilità economica.
Subito però sono tornate ad alzarsi voci contrarie. L’American Association of Museums ha dichiarato che “un’opera d’arte non può essere trattata come un bene finanziario usa e getta” e d’altronde è vero che una vendita di questo tipo mortificherebbe la fiducia di quanti hanno contribuito alla nascita di un museo dentro l’università, per non parlare del contenzioso che gli eredi di Peggy Guggenheim potrebbero aprire.
Dall’altro lato bisogna anche considerare che la vendita andrebbe a finanziare i fondi dell’università per le borse di studio e quindi gli studenti ne trarrebbero un beneficio istantaneo. Voi cosa ne pensate?
Un murale di Pollock all’Università dell’Iowa rischia di essere venduto

Arriva a Siena, nelle sale medievali dei Magazzini del Sale, il lavoro di Herbert Murrie. L’artista di Chicago, esponente dell’espressionismo astratto e dell’action painting, la tecnica pittorica performativa portata alla ribalta da Jackson Pollock, è da stamani mattina nella città toscana per la conferenza stampa di presentazione del progetto espositivo.
La mostra che apre ufficialmente i battenti da sabato 24 aprile a domenica 16 maggio 2010 è la prima personale italiana di Murrie. Ci saranno più di venti tele realizzate con smalti alchidici e resine polimeriche, tra il 2006 e il 2009. In Italia e in Europa Murrie c’è stato spesso come visitatore e opere come Sunrise, Sunset del 2008 o Yellow Fields with Twisted Oak del 2009, sono la testimonianza più viva del suo rapporto con il vecchio continente.
Dal 5 giugno al 26 settembre il Mart di Rovereto apre le porte alla mostra “Arte americana 1850-1960”, attraverso la collaborazione con la Philips Collection di Washington, con la quale si era già allestita la mostra “Da Goya a Manet, da Van Gogh a Picasso. Moltissimi gli artisti che, nell’arte americana di quegli anni, hanno rivestito un ruolo di primaria importanza.
Si va da Edward Hopper ad Arthur Dove, da Adolph Gottlieb a Philip Guston, da Jackson Pollock a Clyfford Still, fino a Mark Rothko. Una panoramica di pittori che, più di tutti, hanno contribuito a creare uno stile espressivo tipicamente americano. La mostra, infatti, può essere letta come un percorso di comparazione con l’arte nostrana.
Sembra tanto lontana dalla nostra tradizione l’action painting, lo stile espressivo di Hopper e l’espressionismo astratto. La mostra può rivestire infatti anche un interesse di tipo storico-sociologico: è l’occasione per effettuare un confronto tra una nazione, gli Stati Uniti d’America, diventata nazione molto prima dell’Italia e un Paese, il nostro, che nel periodo considerato ha lottato per la propria indipendenza e ha subito più direttamente i grandi conflitti del Novecento.

Pat Steir è un’ artista americana classe 1940 nata a Newark nel New Jersey. Si tratta di una delle figure più importanti dell’arte americana che discende direttamente dalle conquiste degli anni 1970, ma la sua ricerca è poco conosciuta in Italia.
Oggi una mostra curata da Jan Howard e Susan Harris, intitolata “Pat Steir: Drawing Out of Line” presenta quaranta anni di attività, una sorta di esplorazione del vocabolario del suo disegno. L’esposizione andrà in scena dal 19 febbraio al 3 luglio al Museum of Art RISD – Rhode Island School of Design.
Amica di Sol LeWitt, Lawrence Weine e di molti artisti concettuali, il suo lavoro ad un primo sguardo può essere accostato a quello di Jackson Pollock per l’utilizzo di una tecnica compositiva a gocce e schizzi. Una visione più approfondita ci porta poi a considerare che il lavoro della Steir non ha molto a che vedere con l’Action painting, ma scopre nella gestualità una tensione lirica e ne realizza le forme.

Questo qui sopra, è naturalmente, Jackson Pollock, l’artista che voi tutti conoscete, uno dei maggiori rappresentanti dell’espressionismo astratto. In questa immagine è ritratto mentre sta realizzando un’opera con il suo particolarissimo stile, che ha sicuramente contribuito a rendere celebri i suoi quadri. Attraverso un simpatico giochino sul web si può provare a dipingere (quasi) come lui.
Infatti, sul web, un personaggio con (evidentemente) la passione per l’arte si è divertito a creare un programmino grazie al quale chiunque può provare a “dipingere” utilizzando questa tecnica. Il risultato, pur essendo affascinante, non è propriamente lo stesso di Pollock. Ma in compenso non comporta spese per la tela e i colori, non ci si sporca le mani, e ci si mette soltanto qualche minuto.
Ecco come funziona, è divertente: andando su jacksonpollock.org vi comparirà una schermata con un breve video dimostrativo. Sta a voi decidere se guardarlo. Altrimenti cliccate su “Enter jacksonpollock.org”. Vi comparirà una schermata bianca, la “tela”. Attenzione, perché i movimenti del mouse riproducono quelli del pennello! Con un semplice clic cambiate colore, e pigiando un tasto qualsiasi vi comparirà una firma. Buon divertimento!
“Caratteri mobili” è la mostra del writer KayOne che si tiene alla Triennale Bovisa dal 15 settembre al 2 ottobre. I graffiti che vedete qui sopra e nella gallery sono un esempio dello stile di questo artista, presente sulla scena italiana da molti anni, dalla fine degli anni ‘80. Un luogo istituzionale, dunque, per proporre l’arte povera della contemporaneità metropolitana, alla quale Kayone ha reagito con sicurezza e con esperienza.
Alla mostra saranno presenti infatti le opere pittoriche di Kayone, che sorprendono per molti motivi. Innanzitutto per la tecnica e lo stile, così lontani da quelli espressi su muro, per soggetto e per composizione; e poi sorprende la coscienza pittorica di questo artista, che sembra molto sviluppata. Dipingere sui muri e dipingere su tela non è la stessa cosa, e KayOne ne sembra particolarmente consapevole.
I suoi quadri, che potete vedere nella gallery, sono opere astratte, che ricordano vagamente Pollock; i colori creano dinamicità ed espressione; accostamenti cromatici “istintivi” e allo stesso tempo equilibrati evocano una sorta di caos metropolitano: un artista da tenere d’occhio, soprattutto per quanto riguarda la sua produzione su tela.
Continua a leggere: Alla Triennale Bovisa di Milano, i quadri di KayOne

Non c’è crisi finanziaria che tenga per l’incontenibile passione per l’arte di alcuni collezionisti. Certo, in qualche caso (tutti) anche il loro patrimonio risulta relativamente incontenibile, ma bisogna comunque tributare il rispetto dovuto a chi decide di investire tanto nelle opere della creatività e dell’ingegno altrui.
1. François Pinault. Il miliardario francese sposato con Salma Hayek, solo quest’anno, ha aperto un nuovo museo a Venezia, la “Punta della Dogana”, con straordinario successo di pubblico. Se Pinault non è del tutto al top per quantità di investimenti, lo è probabilmente per il coraggio e per la qualità.
2. Philip Niarchos, nipote dell’armatore greco Stavros Niarchos, ad oggi possiede quella che è ritenuta la collezione di maggior valore al mondo, che potrebbe sfiorare i 2 miliardi di dollari di valore. Molto è dovuto a suo padre, che cominciò a raccogliere opere di grande valore fin dagli anni ‘50, ma Philip non è stato da meno, mostrando gusto e abilità. Fino a fare suo l’autoritratto di Vincent Van Gogh con l’orecchio bendato e “Yo, Picasso”, uno dei più famosi autoritratti di Pablo Picasso.
3. David Geffen, tycoon dell’industria dell’intrattenimento (cinema e musica, soprattutto, cofondatore della Dreamworks, insieme a Steven Spielberg). Ha collezionato quasi 1 miliardo di dollari di opere d’arte, fra le quali molti De Kooning, Jasper Jonhs e Jackson Pollock.

Si può non impazzire per un artista che si fa chiamare Colin Colorful? Era dai tempi di Sandy dai Mille colori che non sentivo un nome d’arte così. La risposta è decisamente: si, soprattutto se si considera quale canale Colin Colorful (mi piace riscriverlo) ha scelto per la distribuzione - su scala mondiale - del suo ingegno.
Il suo ultimo lavoro consiste nell’invio, per ora, a 10 milioni di titolari di account email di varia natura e destinazione, di altrettante versioni di una serie post-warholiana di lattine di carne marcata Spam. Quella che ha dato il nome alla posta indesiderata. Non si può dire che non sia un successo.
Che chi lo ha già definito un “clone di Cattelan, al comando di un battaglione di Jackson Pollock digitali”. C’è anche chi, più semplicemente, lo ha denunciato. Fu vera arte? O fu solo finto spam?
Via | emailwire