
Jaša, sloveno nato a Lubiana nel 1978 ma formatosi in Italia, è uno degli artisti più promettenti della scena europea contemporanea. A Milano aveva già partecipato al programma Memories and Encounters presso il VIR e si era distinto con una personale, Dolphin’s dream, che ne rivelava lo spessore artistico. Oggi il capoluogo lombardo gli concede un altro spazio, quello della Jerome Zodo, in via Lambro, con una installazione visibile fino al 10 settembre.
Qui Jaša ha potuto liberare tutta la sua creatività allestendo e reinventando lo spazio della Project Room con il personalissimo stile che lo contraddistingue, muovendo da una riflessione sulla dialettica dentro/fuori e strada/edificio. Una porta basculante separa la strada dall’ingresso del salotto, aperto da un’esplosione di segni - elementi decorativi e figurativi - che fuoriescono dal bianco delle pareti e nel bianco sembrano scomparire e riapparire: lo spazio è sfrangiato e discontinuo, come il concetto di libertà relazionale ed etica che l’artista ha scelto di rappresentare.
“Mi ha sempre affascinato - afferma Jaša - quello che gli spazi piccoli e chiusi possono fare ad un individuo o ad un gruppo di individui, ed è qui che mi viene in mente l’opera teatrale Huis clos (A porte chiuse) di Jean-Paul Sartre. L’autoconsapevolezza ha bisogno dell’Altro per provare la propria esistenza. Ha un “desiderio masochista” di essere limitata, cioè limitata dalla consapevolezza riflessiva di un altro soggetto. Questo viene espresso metaforicamente nella celebre battuta di Sartre: L’inferno sono gli altri”. La particolarità di quest’opera è quella di ricreare le quattro pareti interne, formando così una stanza in una stanza, dove lo spazio si apre ulteriormente con una serie di fessure e passaggi da cui filtrano luci e colori degli anfratti laterali.
La neonata Jerome Zodo Contemporary di Milano (ve ne abbiamo parlato qui), dedicherà dall’ 11 marzo al 17 aprile una mostra all’artista statunitense Andrew Schoultz (classe 1975), dal titolo Crisis.
Dodici opere di grandi dimensioni accoglieranno lo spettatore: quadri dalla tecnica mista, nella quale si fondono pittura, intaglio, collage, graffiti, pittura miniaturistica, e tipici dell’artista americano, famoso anche per le sue sculture e per i suoi murales. Una mostra che vuole innanzitutto essere una critica alla società moderna, o quanto meno il simbolo di una crisi che investe l’uomo contemporaneo.
A rappresentare questo concept, le sale della galleria sono state predisposte in maniera molto particolare: delle lamiere, simili a quelle dei tralicci telefonici, saanno accatastate qua e là a simboleggiare non solo la crisi della comunicazione (almeno, di quella vera), ma anche un disastro naturale (quello di Haiti) e politico.