Il geotagging per la street art non è certo una pratica nuova. Su Google Maps e Google Street View si trovano informazioni relative ad alcuni murales e su alcuni servizi di sharing di fotografie come Flickr o lo stesso Facebook, gli utenti già da tempo forniscono tag geolocalizzate.
Oggi arriva però un’applicazione dedicata su iPhone, si chiama Bomb It ed è stata creata da Jon Reiss. L’intento è quello di creare un grande database di street art e graffiti in tutto il mondo. Chiunque può collaborare inserendo immagini e riferimenti di geo-tagging, commentare, votare i pezzi (con l’opzione ‘rating’) e magari dare informazioni aggiuntive, su ciò che si trova nelle vicinanze.
Bomb it si serve di GoogleMaps e nella tecnologia non differisce molto da TAGRS, la piattaforma sviluppata dalla polizia di Los Angeles. Nelle prossime settimane proprio LA sarà invasa da nuovi murales, con la mostra Art in the Streets e la gente potrà esprimersi: disco verde o disco rosso permetteranno a tutti di condividere o meno le scelte di Jeffrey Deitch.

A Los Angeles la guerra ai graffiti tag è ormai senza quartiere. Da poco è in fase di lancio un database digitale per schedare i taggers. L’operazione di tracking dei graffiti interessa quattro zone della città e, novità delle novità, avviene con la partecipazione dei cittadini.
Con Tagrs, chiunque infatti potrà caricare le fotografie dei graffiti incriminati sul database, tramite Facebook, previo utilizzo di apposite tag (e qui mi soffermerei a notare la polisemia del termine ‘tag’, che ormai fa parte, da più parti, della nostra vita quotidiana).
Nel promuovere l’operazione di sensibilizzazione collettiva, il sindaco di LA Antonio Villaraigosa e il consigliere Jose Huizara hanno ricordato agli abitanti che il Comune spende 10 milioni di dollari l’anno nella rimozione e nella pulizia dei graffiti.
I graffitari di Los Angeles sono dunque avvisati… le fotografie dei loro concittadini potranno costituire elementi di prova nei processi a loro carico per imbrattamento di proprietà pubbliche.
Photo via Wikipedia.
Nelle ultime settimane sta progressivamente crescendo l’attenzione dei media internazionali verso Banksy e Mr Brainwash, il protagonista del suo film. Il regolamento degli Oscar prevede che i premiati siano presenti personalmente al momento della consegna delle statuette e questo non è un problema di poco conto per l’artista (ed adesso regista) di Bristol, che ha fatto dell’anonimato e del mistero la sua cifra stilistica.
In attesa della Notte degli Oscar del 27 febbraio 2011, sembra che Banksy (o qualcuno della sua crew) sia in California e ne stia combinando delle belle. A partire da lunedì scorso sono apparsi diversi pezzi in giro per Los Angeles. A Westwood sulla parete esterna dell’Urban Outfitters (un negozio di vestiti), un ragazzino di origine asiatica impugna una mitragliatrice in un campo di fiori disegnati in stile infantile. Le pallottole sul caricatore ripercorrono un’intera palette dei colori. A Sunset Boulevard, Charlie Brown sta per diventare Charlie Burn, rovesciando in terra benzina, tiene una sigaretta accesa in bocca.
Più giù, a Little Santa Monica Boulevard, il cane di Banksy, segna il territorio, e fa pipì sulla recinzione esterna di una casa fino a emettere un gran flusso di urina che ricopre tutta la parete. Ma uno degli interventi che hanno fatto più scalpore è un’operazione di guerrilla art in piena regola. Banksy ha preso di mira un cartellone pubblicitario su Sunset Boulevard, vicino a Crescent Height.
In questo caso non ha usato gli stencil ma la bomboletta spray, per dare vita a Topolino e Minnie, nelle vesti di due irriverenti personaggi intenti a ubriacarsi e fumare. Il Topolino disegnato interagisce con la modella della pubblicità, toccandole il seno.
Banksy a Los Angeles. Nuovi pezzi incendiano la corsa per gli Oscar!










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Parliamo ancora di musei in costruzione e di design avveneristici, sui quali il pubblico spesso si divide. Proprio nel giorno di Befana, a Los Angeles, il miliardario Eli Broad ha rivelato il primo rendering del nuovo museo che ospiterà la loro collezione di arte contemporanea.
Il nuovo centro espositivo prenderà vita nel cuore di LA, proprio vicino alla Walt Disney’s Concert Hall, ideata da Frank Gehry. Con un bel gioco di parole, verrà chiamato The Broad e sarà quindi un museo “ampio”, nel senso (questo lo ipotizzo io) che avrà una ‘vocazione maggioritaria’. Come potrebbe essere altrimenti, visto che conterrà opere di John Baldessari, Jeff Koons, Jasper Johns, Andy Warhol e Roy Lichtenstein, solo per fare qualche nome all’interno di una collezione di oltre 2.000 pezzi.
Progettato da un gruppo di architetti di New York (Diller Scofidio + Renfro), costerà 130 milioni di dollari ed aprirà i battenti nel 2013.
Downtown LA BLU MOCA Whitewash Protest // 01.03.2011 from jesse trott on Vimeo.
Un gruppo di street artist e writer, insieme ad alcuni veterani di guerra, si sono riuniti nella notte tra lunedì e martedì, per una protesta contro la censura del murales di Blu. Con un proiettore, da un’auto, e una pistola laser, hanno messo in scena le loro videoproiezioni guerriglia, proprio sulla parete del Moca recentemente dipinta di bianco.
Con una pistola laser venivano creati graffiti di luce con effetto vernice e frasi del tipo: “Scaricate Deitch!”; “We love Blu”; “Ridateci i nostri muri!”; “La guerra è finita?”; “Pace, adesso!“. Tra di loro c’era Todd Moyer, un programmatore che si è occupato del software per la pistola, con cui molti si sono cimentati.
Alternate alle scritte in laser taggin’, le proiezioni del pezzo di Blu ormai perduto. Mai prima d’ora un suo lavoro aveva avuto tanta attenzione mediatica.

In un batter d’occhio a Los Angeles se ne sono andati tre collezionisti d’arte importanti, Dennis Hopper, Robert Shapazian, fondaore della Gagosian Gallery e Max Palevsky, pioniere della computer technology. Molti uomini di cultura hanno quindi lanciato l’allarme contro la dispersione delle loro collezioni, ma il processo è inarrestabile. Le istituzioni pubbliche infatti non si possono permettere di acquistarle e stanno andando battute all’asta.
Il 10 novembre da Christie’s andrà battuto il pezzo di Basquiat del 1987 che vedete in foto qui sopra, di proprietà della famiglia Hopper. Dovrebbe fruttare intorno ai 6 milioni di euro. Dopo di lui se ne andranno anche Girl in Mirror (1964) di Roy Lichtenstein della collezione Palevsky (3 milioni di euro) e la Campbell’s Soup Can (1962) di Andy Warhol di Shapazian (5-6 milioni di euro).
Purtroppo, nella West Coast, non esiste una grande tradizione filantropica da parte delle famiglie più abbienti. Soltanto Palevsky infatti aveva donato alcuni pezzi ai musei.
Il video che vedete qui sopra documenta una giornata di allestimento e live painting nella Pop/Lock Gallery di Downtown a Los Angeles. Un vero e proprio art show, cominciato a galleria chiusa e proseguito sotto le luci della ribalta.
Uno spazio molto grande, a metà tra la galleria e l’atelier, che è stato invaso dal pubblico accorso prima solo per partecipare e fotografare, poi per continuare a dipingere e trasformare, coprire
Tutto ciò si è svolto lo scorso 11 febbraio con la presenza di Lexie, Rabi, Devin, James, Snowy, Mike P e molti altri.

Bilancio pesantissimo per una piccola mostra di street art nel distretto di Fairfax, a Los Angeles: diversi colpi di arma da fuoco vengono esplosi e due uomini feriti. Tanto va l’arte alla gang, che la gang ci lascia lo zampino, sembra la triste morale di questo episodio di cronaca.
I due sono stati trasportati in un vicino ospedale e sono stati giudicati guaribili in pochi giorni, ma la paura è ancora dipinta sui volti dei visitatori dell’evento, che si sarebbero aspettati di dilatare le pupille solo gustandosi le opere d’arte esposte, e non il sangue sui vestiti degli attori di una performance inattesa.
Tutto è cominciato da un grave alterco fra due sponsor della mostra e due individui di etnia ispanica armati. Un’altra volta, la vita supera l’arte, nella corsa al realismo che le due ingaggiano da secoli.

Non basta la vita e la carriera di un pezzo da novanta come Banksy a far vincere a Bristol la top 10 delle città più importanti per la street art. Anzi, purtroppo Bristol non compare neanche nella prime 3.
1. Los Angeles
2. Berlino
3. Manhattan
4. San Paolo
5. Bristol
6. Londra
7. Melbourne
8. Parigi
9. Buenos Aires
10. Betlemme (West Bank). Insieme a Bristol, anche la sua presenza è in buona parte merito di Banksy
Voi che ne pensate? Avete delle modifiche da proporre alla classifica? Ne avete una vostra?

Le opere di Banksy sono sempre una sicurezza per le aste di Sotheby’s. ‘Sale ends today’ olio su tela della collezione Lazarides Limited di Londra, dipinto nel 2006 e dalle dimensioni di 213.4 x 426.7 cm è stato infatti venduto per 230 mila e 500 dollari.
Il quadro raffigura un gruppo di suore colte nel mentre pregano e si disperano di fronte a un cartello che avvisa appunto che ‘I saldi finiscono oggi’. L’opera è stata in mostra nel 2006 a Los Angeles per l’esposizione Barely Legal.