Ieri Michele vi ha raccontato della mostra di Paul McCarthy alla Fondazione Trussardi, oggi torniamo sul tema con qualche immagine che ho scattato e una recensione più approfondita della mostra. Nei sotterranei di Palazzo Citterio, nel cuore di via Brera, viene messo in scena un autentico teatro guignolesco della contemporaneità. Il teatro di Paul McCarthy, uno dei nomi più importanti del panorama artistico mondiale dei giorni nostri.
Attraversando Pig Island ci si aggira tra visioni pop e politiche, panorami grotteschi e sculture dalle sembianze mostruose, una rilettura forte, esplicita e irriverente di tutto quello che si trova nel mezzo tra il sogno e l’incubo americano. In particolare colpiscono per forza e impatto estetico tre videoinstallazioni: Pirate party, Houseboat party e F-fort Party in cui McCarthy gioca con un ribaltamento in senso esplicitamente violento e carnale della ficiton cinematografica, impastando il grottesco della fiaba con il gore e il pulp.
Addentrandosi nelle viscere di Palazzo Citteri si arriva alla maxi-installazione che dà il nome alla mostra: Pig Island. A prima vista sembra una riproduzione caotica dello studio dell’artista, piena com’è di sculture incomplete. In realtà è una piattaforma in cui i dettagli e gli oggetti, il ciarpame del kitsch americano si inseguono e sovrappongono fino a costituire delle vere e proprie zone tematiche…
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Fino al 4 luglio palazzo Citterio di Milano ospita “Pig Island”, l’irriverente mostra di Paul McCarthy. E il visitatore verrà accolto nel settecentesco palazzo in zona Brera (ora quasi abbandonato, per motivi di normative, ed è uno scandalo) da un’enorme bottiglia di ketchup, opera del 1945 che riassume in parte quella che è la poetica di McCarthy.
Di sicura estrazione pop, Paul McCarthy (classe 1945) è uno degli artisti americani più in vista, capace di unire sessualità, protesta sociale, svelamento del moralismo americano in opere di immediata percezione. McCarthy ha lavorato circa 7 anni all’”Isola dei porci”, un’enorme scultura che occupa 100 metri quadrati, nel quale si vedono uomini che si comportano come se fossero maiali, feste e pirati che hanno messo da parte ogni inibizione
Alla mostra sarà presente anche una selezione dei lavori che McCarthy ha realizzato dal 1978 al 2010. Una mostra da vedere, sia perché la fondazione Trussardi, che ha organizzato l’evento, ci fa scoprire sempre nuovi luoghi di Milano, sia perché, per la sua irreverenza e la sua immediata percezione, l’arte di McCarthy ci pone davanti a grandi quesiti.

Il termine Eat Art fu inventato da Daniel Spoerri per indicare arte interattiva fatta con prodotti alimentari. Due anni dopo l’apertura del suo ristorante a Düsseldorf al Burgplatz, l’artista svizzero fondò la Eat Art Gallery, esattamente nel 1970. Questo posto ha ispirato numerosi artisti a produrre varie edizioni di materiali commestibili e di opere ricavate da rifiuti alimentari. La mostra “Eating the Universe” naque da un’idea di Peter Kubelka, ex professore di Cinema e Cucina al Städelschule di Francoforte, per un TV-show di cucina pensato come un happening artistico.
Fino al 28 febbraio 2010 la Kunsthalle di Düsseldorf ripropone Eat Art, una mostra che illustra l’attrazione continua nei confronti del grande tema del cibo, visto come interfaccia fondamentale fra arte e vita. Al giorno d’oggi questo tema ha una rilevanza enorme, sul particolare sfondo di questioni come la ricchezza e la fame, l’anti-consumismo e i movimenti anti-globalizzazione, la dietologia moderna e show cooking, maniaci della salute e fast food.
La mostra è strutturata in due sezioni, sulla base della selezione delle opere seminali di Daniel Spoerri, così come alcune delle serie più importanti create per la Eat Art Gallery. Una piccola parte storica ripercorre le origini della Eat Art e presenta una ricostruzione della galleria e delle sue attività. La parte principale della mostra offre una vasta gamma di lavori più recenti che riguardano l’uso di materiali commestibili. Lavori che comprendono a livello scultoreo la rilevanza estetica del cibo. La cucina come luogo creativo e sociale della produzione e l’impatto mediatico degli spettacoli gastronomici.
Al Museo d’arte contemporanea di Berlino è possibile ammirare questa scultura di Paul McCarthy che rappresenta Michael Jackson con la scimmietta Bubbles. Si narra che nel 1985 Michael salvò da una clinica medica lo scimpanzè Bubbles e lo portò a Neverland. L’animale divenne per Jackson un amico inseparabile fino a quando fu allontanato per paura che potesse attaccare il figlio del cantante, Prince Michael II.
L’opera in questione, tuttavia, non è la prima che McCarthy ha dedicato al re del pop. Ce n’è un’altra, risalente al 2002, dal titolo “Michael Jackson Fucked Up (Big Head)“, che, a sua volta, reinterpreta in modo ironico la celebre opera di Jeff Koons del 1998 “Michael Jackson and Bubbles“, una scultura d’oro raffigurante ancora una volta il cantante e la scimmietta Bubbles.
La nuova versione del soggetto proposta da McCarthy sembrerebbe assumere diversi significati. Rimane l’ironia e la critica di fondo, ma l’opera acquista anche un’ambigua valenza celebrativa.

Paul McCarthy ha praticamente trasformato la galleria Maccarone di New York in uno stabilimento dolciario, capace di produrre un migliaio di pezzi al giorno, producendo migliaia di Babbo Natali su rulli meccanici pronti per l’imballaggio.
Chi è di New York può godersi lo spettacolo di vederne la produzione, chi non è di New York, e non ha intenzione di andarci, può comprare uno di questi cioccolatini d’artista online e farli trovare sotto l’albero di Natale di quelche fortunato. Ammesso, che siate abbastanza ricchi…