L’architetto Richard Meier ha dato l’ok per la rivisitazione del suo progetto dell’ara pacis, contestato sin dai suoi primi esordi. Il punto principale della rivisitazione sembra essere proprio l’abbattimento di quel muro che tanto aveva infastidito i romani e le autorità cittadine, in modo da dare visibilità all’edificio e farlo respirare con l’ambiente che lo circonda.
La piazza verrà pedonalizzata: il traffico verrà fatto confluire in un sottopasso, rendendo così possibile l’abbattimento di quel contestato muro. Sono dodici anni che l’ara pacis è soggetta a cambiamenti, modifiche, rettifiche, e a capo dei progetti c’è sempre l’architetto Richard Meier.
Il quale architetto ha candidamente affermato: “avrei avuto il piacere di proporre io [questo progetto] se avessi saputo che era possibile interrare il lungo Tevere”. Mi chiedo: ma una persona tanto qualificata come Meier, si informa solo adesso sulle possibilità di intervenire sul territorio? Speriamo almeno che i lavori procedanonel modo migliore.

Ila Beka e Louise Lemoine continuano a far danni, coi loro documentari, nel mondo ultrasnob della grande architettura contemporanea europea. Tutto iniziò con “Koolhaas Houselife“, nel 2008.
Un film dedicato alle difficoltà di coniugare l’idealismo di certi architetti e le esigenze delle vita pratica. In quel caso, l’idealismo di Rem Koolhaas e le esigenze del padre paraplegico di Louise stessa.
Oggi per il duo si annunciano nuovi ed entusiasmanti traguardi e “vittime”. Un documentario in mostra in questi giorni a New York (allo Storefront for Art and Architecture) riguarda il Guggenheim di Bilbao, un altro la chiesa Dives in Misericordia di Roma (progetti di Frank Gehry e Richard Meier, rispettivamente).
Macchie di colore verde e rosso sul bianco dell’Ara Pacis di Roma, la teca di Richard Meier che involontariamente fa sempre parlare di sé. Le discussioni intorno alla costruzione sembravano assopite, ma un atto vandalico o di firma culturale (come detto da Graziano Cecchini a Repubblica) ha risvegliato l’attenzione sulla teca.
Su di lei sventolava oggi una bandiera tricolore particolare. Nella notte appena passata qualcuno si è divertito ad imbrattare/dipingere (punti di vista) una parte di muro esterno dell’Ara Pacis, lasciando oltre alla macchie di colore e gli schizzi sui sampietrini, un water e 40 rotoli di carta igienica.
Un’allusione sottile da parte del/degli autori che l’Ara Pacis sembra un cesso? Un messaggio di protesta rivolto a qualcuno? Una denuncia di tipo artistica? O semplicemente uno che non riesce a trovare altro palcoscenico se non questo per diventare famoso? Bò, ma penso che Meier non si sarebbe mai aspettato tanta attenzione (positiva e negativa) legata alla sua architettura. Certo è che crea azione, ed è sempre meglio parlare di arte, che dimenticarla.
Via | Repubblica.it

Lo aveva detto già due anni fa, lo ha ripetuto a pochi giorni dalla sua elezione. Il nuovo sindaco di Roma Alemanno proprio non vuole la teca dell’Ara Pacis realizzata da Richard Meier e inaugurata nel 2006.
Non è una priorità ma il fatto che lo abbia ricordato significa che l’argomento gli preme e saranno chiamati i romani a dare il proprio giudizio con un referendum.
Altro che Mimmo Paladino e Brian Eno, addio rinascita romana, se queste sono le premesse tempi neri aspettano la capitale e non è un gioco di parole.
Secondo “La Repubblica”, Julian Schnabel, durante l’inaugurazione della sua mostra a Roma, di cui artsblog si occuperà a breve, ha definito il nuovo museo dell’Ara Pacis di Richard Meier un grande “impianto di aria condizionata”.
Vittorio Sgarbi, noto detrattore dell’opera firmata dall’archistar americana, è stato visto aggirarsi sornione intorno a Schnabel. Interpellato in merito, ha affermato di non aver parlato dell’argomento con il pittore-regista newyorkese.
La critica di Schnabel è severa ma, secondo me, condivisibile. Le incongruenze di questa architettura sono molte e periodicamente sono oggetto di feroci dibattiti.
Per quanto mi riguarda, ad esempio, non ho ancora capito l’infelice posizionamento della fontana. Oltre a sminuire l’accesso allo stesso museo, nega inspiegabilmente la presenza della facciata di San Girolamo degli Illirici, opera, scusate se è poco, di Martino Longhi il Vecchio. Tutto ciò dopo aver nascosto (ma si poteva fare altrimenti?) anche l’adiacente facciata di San Rocco, progettata dal Valadier.