Botero festeggia gli 8o anni a Pietrasanta, cittadina della Versilia, meta prediletta dei suoi viaggi nel nostro Paese. Si tratta di un’anticipazione, perchè la mostra, che ha tutta l’aria di un vero e proprio evento, avrà inizio il 7 Luglio 2012 e si concluderà il 2 Settembre 2012. La cittadina sarà vivacizzata dalle sue corpulente sculture in bronzo,come tante città d’Europa, mentre nella chiesa e nel chiostro di Sant’Agostino ci saranno in mostra sculture di medie dimensioni, acquarelli inediti e 40 disegni degli anni ‘70 mai esposti. L’occasione si prefigura già come un appuntamento artistico molto importante soprattutto per Pietrasanta che ha nominato l’artista “cittadino onorario”.
Ma l’amore per l’Italia da parte di Botero non è nuovo. Un legame che ha avuto inizio in Toscana, negli anni ‘50 quando si reca a Firenze per studiare arte. Qui apprende le lezioni di Roberto Longhi, e tramite il maestro riesce ad apprezzare l’arte rinascimentale, da cui riprenderà l’esaltazione della forma e farà proprie le tecniche dell’affresco di Giotto e Andrea del Castagno. Lo stile di Botero, colombiano, è un mix di tutto questo: tradizione sudamericana, quella europea e in primis quella italiana da cui assorbirà le forme monumentali e l’espressione enigmatica dei suoi personaggi.
E’ interessante leggere l’ammirazione di Botero per l’arte italiana, confrontando la quattrocentesca famosa Camera degli sposi di Mantegna a Mantova, con la sua Camera degli sposa del 1961, dove ritrae i personaggi di corte in un modo tutto contemporaneo. Lo spazio è compresso, i volumi dei corpi, sono sovrapposti fino a creare la simultaneità temporale e spaziale. La scena rispetto a quella mantegnesca diventa più sobria, ma tipica di chi dall’ideale classico fa emergere la complessità tutta intellettuale dell’uomo contemporaneo.
Foto| Dal sito Covers e Citation e da Flickr imm.1, imm.2, imm.3.
Provo sempre una soddisfazione inspiegabile quando mi trovo a parlare di una donna artista del secolo scorso. L’occasione me la dà la mostra che fino al 12 Settembre il Moderna, in Svezia, nella sede di Malmoo, le dedica, una di una lunga serie, dal titolo The, girl, the monster and the goddess. E’ una ricca retrospettiva che celebra la carriera di Niki Saint de Phalle fin dai suoi esordi,attraverso installazioni, disegni, opere grafiche e sculture. Si potrà così gustare a pieno il suo universo in direzione dell’arte come scappatoia privilegiata dalle difficoltà.
Spesso fatta rientrare nella corrente del Nuovo Realismo, a volte invece di quello Pop per l’uso dei colori shock, nessuno delle due definizioni a mio parere la rappresentano totalmente. A questo si deve aggiungere che i giudizi su di lei sono stati influenzati dalla vicinanza con l’artista Jean Tinguely, di cui alcuni pensavano addirittura che Niki de Saint Phalle fosse un eternimo dello stesso.
Famosa prima per i Tirs performance in cui lei sparava su dei calchi in gesso da cui sgorgava il colore, Niki de Saint Phalle è conosciuta oggi soprattutto per le Nana, donne simili a dee primordiali che portano in sè tutta la carica vitale dell’abbondanza. Quando all’arte si unisce la necessità terapeutica, ecco che le sculture si trasformano in mosaici di colore in un miscuglio di forme, che seppur contrastanti, o chiuse dentro l’armonia di linee curve, trasmettono un sentimento di riconciliazione con il mondo.
A metà strada tra le Donne che corrono sulla spiaggia di Picasso e le donne della Danza di Matisse, la particolarità delle sue sculture sta nel loro slancio verso l’alto, in contrasto con la pesantezza della loro stazza. Donne in movimento pronte ad agire e cambiare continuamente, che vincono le leggi gravitazionali e razionali per trasformare con sè anche un pò il mondo.
Contrariamente a tutti i pareri di chi la vedeva solo un’appendice di Tinguely, cosa sarebbe la fontana di Stravinksky a Parigi realizzata col marito, senza le sculture di Niki de Saint Phalle? Semplicemnte un marchingegno automatico senza poesia.
Foto| Dal sito del Moderna Museet di Malmoo.

Più che la luce sono le ombre ad esercitare un’immutata impressione di fascino. Ombre che nell’arte rischiano di diventare pericolosamente intriganti, come dimostrano alcune sale del Musée des Beaux Arts di Lione. Tra sottili arabeschi e ricami fantastici, il tempo sembra aver regalato, al pacifico esercito di statue, che popola muto, come in una sonnolenta reminescenza di guerrieri di terracotta, lo spazio solenne e silenzioso del museo lionese. Da Maillol a Rodin, passando per tutti gli stilemi della statuaria clasica, fino ad arrivare alle tenzioni malcelate di quella moderna.
Passeggiando lentamente tra le pietre e i vuoti della collezione permanente, resi freschi dalla spesse mura antiche e dalla materia dei personaggi che lo popolano, si ha la sensazione di esser sbarcati in un luogo nel quale il tempo, con i suoi dolori e i suoi insulti alla carne, è stato semplicemente asportato. Splendide fanciulle concupite da Giove, corpi di eroi, rappresentazioni plastiche di celeberrimi miti classici e grandi simboli della scrittura, giaciono fianco a fianco, senza farsi ombra, ma proiettando affascinanti pizzi sui muri circostanti.
Via | mba-lyon.fr

Sorriso beato, divisa d’ordinanza con cravatta sartoriale allentata (arriva da Napoli, “perché a Napoli tutto è cominciato, con Noemi Letizia e la lettera di Veronica Lario”); la mano destra che simboleggia la parte pubblica del personaggio e poggia su “Una storia italiana”, l’opuscolo inviato nelle case di tutti gli italiani nel 2001; la sinistra che rappresenta la sfera privata, l’ossessione per il sesso, che si insinua nei pantaloni slacciati. A chiudere la figura un paio di pantofole di Mickey Mouse, che alludono al suo lato giocoso. Si chiama “Il sogno degli italiani” ed è la controversa scultura che ritrae Silvio Berlusconi addormentato (anche se sembra morto) all’interno di una teca di vetro.
Il riferimento - nemmeno tanto sottile - del titolo prende spunto alla definizione che si è dato in più occasioni l’ex premier durante le conversazioni con le sue protette-amiche. L’opera d’arte, che è esposta nelle prestigiose e sontuose sale di Palazzo Ferrajoli a Roma, a pochi passi da Palazzo Chigi (scelta non casuale) fino al 30 maggio, è opera di Antonio Garullo e Mario Ottocento, coppia sia nell’arte che nella vita. Berlusconi poggia su velluto e raso, come se fosse un papa o un lider maximo. Basta dare un’occhiata alle foto per rimanerne impressionati. I due artisti raccontano come la scultura non sia una mera provocazione:
“Berlusconi è stata una incredibile icona pop, mediatica. Come tale abbiamo voluto rappresentarla. Senza alcun giudizio politico o morale. Abbiamo deciso di esporre quest’opera oggi, anche se è nata nel 2010, perché volevamo prendere una distanza dagli eventi, storicizzarla, allontanarci dalla cronaca. La teca è anche il contenitore di un’epoca.”
La tecnica che l’ha reso famoso sul web è quella che ha battezzato come Screws Art, “l’arte delle viti” da cui fa nascere i suoi soggetti. Myers che spazia dai disegni alle sculture, privilegia quelli umani, emotivamente assorti. La Screws art da lontano fa apparire l’opera compatta come l’immagine di una fotografia, da vicino invece i volti si “puntinizzano” in centinaia di viti a diverse altezze in modo da creare la tridimensionalità.
Andrew Myers utilizza trapano, e chiodo alla stregua di un esperto artigiano.Le viti si liberano dal concetto dell’utilità per diventare opere d’arte dove ad essere sfruttata è la brillantezza del metallo. Dopo secoli di ritratti tutti uguali, il genere della ritrattistica si allontana finalmente dalla monotonia e si sperimenta. L’opera infatti con questo giovane artista americano, laureato all’università di Design diventa autodinamica creando uno spazio che includa la realtà dello spettatore.
Se Castellani negli anni ‘60 rende la superficie pittorica puntiforme dal retro, Myers invece di creare solchi, realizza rilievi. Il ritratto diventa da bidimensionale un bassorilievo. La volontà di far partecipare emotivamente lo spettatore e riuscirci attraverso un movimento che parte dalla tela e attraverso la materialità. Concavo e convesso creano contrasti di luce, ma per non allontanarci troppo dalla tradizione, Myers pensa bene di dargli forza con un tocco di pittura.
Foto | Dal sito di Meyer Andrew
La serie di opere dello scultore Jamie McCartney non ha bisogno di molte spiegazioni: è un muro di vagine. In quattro anni l’artista inglese ha prelevato i calchi in gesso degli organi genitali di 400 donne, ora esposti in grandi pannelli. La mostra di McCartney in cui si inserisce il Grande Muro si intitola Skin Deep ed è stata da poco inaugurata nella galleria Hay Hill di Londra. Mera provocazione? Pornografia? Nulla di tutto ciò. Anzi, quasi un’opera a scopo sociale, che l’artista inglese ha fortemente voluto per esorcizzare ansie da prestazione, fisime e complessi derivanti dall’abuso della pornografia e dalla moda della vaginoplastica scoppiata in Inghilterra negli ultimi anni. Ecco come spiega la serie di sculture:
“È un modo per andare oltre le allusioni alla pornografia. I genitali, se considerati al di fuori del corpo, non sono per niente sexy, e quando sono così numerosi lo sono ancora meno. Inoltre i calchi completamente bianchi eliminano ogni questione di razza o colore. La gente mi chiede com’è stato lavorare con 400 vagine. Mi piace sottolineare il fatto che in realtà ho lavorato con 400 donne. Ho sentito un sacco di storie e di opinioni che di certo hanno influenzato la mia comprensione su svariatedi questioni femminili. Mi piace pensare che mi abbia aiutato a crescere un po’.”
L’idea di The Great Wall of Vagina è nata in seguito ad un’altra scultura murale dell’artista, The Spice of Life, in cui metteva a confronto 18 coppie diverse di genitali maschili e femminili e seni, compreso il suo pene:
“Temevo di non essere all’altezza, perché non nascondevo un arnese da film porno nelle mutande. Dopo aver realizzato quella scultura, mi sono reso conto di non avere nulla di cui preoccuparmi. Le donne che si sono prestate per i calchi si sono sentite esattamente come me, quindi ho pensato che potesse essere una cosa terapeutica”.
Continua a leggere: "The Great Wall of Vagina": le vagine secondo Jamie McCartney
Il 25 Marzo si è festeggiato il compleanno di un grande artista contemporaneo Matthew Barney, classe 1967 nato in California. A festeggiarlo “artisticamente” anche lo scultore Barry X Ball con una mostra nella galleria parigina di Nathalie Obadia, dal titolo Matthew Barney / Barry X Ball Dual Portrait, al quale dedica un doppio ritratto. La mostra che durerà fino al 16 Maggio espone le sculture di Barry dalla natura matamorfica, realizzate con diversi marmi colorati e agganciate al soffitto tramite dei cavi. Le due sculture fanno parte di una ricerca artistica che ha avuto inizio nel 1998 e dove convivono qualità tecnica e motivi fantasiosi. Chi meglio del volto di Matthew Barney può prestarsi ad esserne il protagonista?
Se la parte superiore delle teste non richiamasse l’attenzione sulla qualità tutt’altro che malleabile del marmo grazie a una decorazione simile all’intarsio, l’artista riuscirebbe a farci credere che il marmo si possa tramutare facilmente in cera e vinto dalla forza di gravità liquefarsi al suolo. I due volti affrontati terrificanti come il viso di medusa, sia nella versione mansueta che in quella inquieta sembrano l’opera di raffinati artigiani vichinghi.
Matthew Barney poliedrico e criptico artista non poteva che essere il modello migliore anche per il filo conduttore che avvicina la sua produzione artistica a quella di Barry: nella sua serie The Cremaster, seppur di difficile interpretazione, emerge chiaro l’interesse per le trasformazioni del corpo, deformato, ibridato e unico centro di un luogo personale pronto a ridefinirsi. La materia gelatinosa e e gommosa che utilizza Matthew sembra della stessa consistenza del marmo di Barry X Ball. E sembrano racchiudere lo stesso motivo-chiave che vede nella resistenza l’ unico principio che permette la crescita.
Come è l’essere umano quando è isolato e osservato da centinaia di persone? Un punto di vista interessante lo dà lo scultore australiano Ron Mueck che dopo il grande successo in Messico, all’Antiguo Colegio de San Ildefonso, dal 19 Aprile al 26 Maggio esporrà le sue sculture alla Hauser & Wirth di Londra, con una personale che prevede opere come Still Life, Gioventù e Donna con Bastoni per esplorare i rapporti tra mito, natura tradizione e religione.
L’artista che ha cominciato la sua carriera nel cinema creando effetti speciali e personaggi di fantasia come in Labyrinth, ha scelto Londra come sede di lavoro, non smettendo di stupirci con le sue sculture in silicone. L’ iperrealismo lontano dalla bellezza classica, raggiunge livelli di un mimetismo esasperato che turbano l’osservatore, soprattutto quello più riservato. La sua precisione da antropologo che lo porta a accentuare ogni particolare come sotto una lente d’ingrandimento, ci permette di fare i conti con le situazioni più incomprensibili della nostra realtà. Ron Mueck ricorda i pittori fiamminghi del Rinascimento, come Van Eyck, ma vi aggiunge l’imperfezione tipica della visione contemporanea.
Continua a leggere: Scultura, l'iperrealismo di Ron Mueck a Londra

Fotografia e scultura si incontrano in un curioso esperimento artistico. Per il suo progetto dal titolo Porcelain Figurines, il fotografo Martin Klimas ha lasciato cadere a terra diverse statuine in porcellana da un’altezza di 3 metri, con una fotocamera impostata per scattare foto al momento dell’impatto al suolo. Il risultato sono immagini estremamente nitide di figurine che esplodono, congelate nell’attimo dello schianto - sculture temporanee rese visibili all’occhio umano da scatti fotografici ad alta velocità.
L’effetto è quello di un dinamismo esasperato (tutte le sculture rappresentano già figure in movimento), un conflitto cinetico catturato nell’attimo unico e irripetibile della deflagrazione, che produce opere dal grande fascino visivo e concettuale. Lo stesso procedimento è stato applicato a una serie di vasi con fiori lanciati dall’alto, mentre un progetto simile è stato elaborato dall’artista di Dusseldorf registrando i movimenti delle vernici sottoposte a forti onde d’urto sonore. Per quest’ultimo esperimento, Klimas ha utilizzato 18 litri di vernice impiegando sei mesi di lavoro per catturare gli schizzi provocati dalle vibrazioni sonore. Durante il lavoro ha scattato 1000 fotografia e fatto saltare in aria due altoparlanti stereo.
Le porcellane




Ormai chiunque fa arte nello spazio pubblico, senza chiedere permessi, viene paragonato a Banksy. Giusto perché fa scalpore, fa notizia. Come forse sanno alcuni lettori di Artsblog, la comunicazione guerrilla è però entrata a far parte del vocabolario dell’arte molto prima della comparsa dello street artist di Bristol.
Nelle scorse settimane a Knaresborough, una cittadina di 15.000 anime nella contea del North Yorkshire, in Inghilterra, alcuni abitanti che si recavano a fare l’abituale giretto nel bosco si sono trovati di fronte una bella sorpresa. Gigantesche sculture di legno, realizzate direttamente sul tronco di alberi malati o morti. È l’idea di un artista che solo per pochi giorni è rimasto anonimo (qui l’accostamento ‘forzato’ con Banksy).
Come vedete in galleria, le sculture realizzate in loco raffigurano un drago, un martin pescatore in tuffo e altre figure fantastiche. L’autore è Tommy Craggs e il suo lavoro non è dissimile da quello di molti artisti/artigiani trentini, tanto per fare un esempio. Quello che Craggs ci ha messo in più è l’idea, la libertà: non si è portato le sculture a casa, ma le ha lasciate nel luogo in cui sono nate.
A rivelare l’identità dell’artista (che adesso comincia a vendere di più) è stato un servizio della BBC, che è andata a bussare alla porta di David Brown, il proprietario del piccolo bosco accessibile al pubblico.
Le sculture di Tommy Craggs a Knaresborough nel North Yorkshire



