Antony Gormley lo avevamo incontrato in occasione della FIAC 2011, quando mi sono letteralmente ritrovata faccia a faccia con due delle sue “figure” posate nei Jardin des Tuileries. E’ stato ricordato anche qualche settimana fa, a proposito di quelle sue sculture posizionate al Collins Park insieme a quelle di Anish Kapoor, Damien Hirst e Rachel Feinstein, in occasione della decima edizione dell’Art Basel Miami 2011.
Oggi puntiamo l’obiettivo direttamente su di lui. Le sue sono opere di pieno, a tratti dalle grandezze monumentali, ma di una tale bizzarra natura che in realtà ne definisce le forme e le dimensioni solo nel vuoto. In una specie di ironico e paradossale comporre per sottrazione, insomma, di lavoro di fine cesellatura dell’aria che giunge a produrre magiche trasparenze attraverso una de-costruzione di materia che si fa al tempo stesso e nel tempo stesso, costruzione di senso e sua disposizione nello spazio.




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Il decano della cattedrale di St. Paul, forse preoccupato da un calo di visite alla chiesa (senza dimenticare quello più complesso di natura spirituale), ha avviato un programma che unisce arte e fede, il St Paul’s Cathedral Arts Project.
Il progetto consiste nel commissionare nuove opere di arte contemporanea, che vengono poi inserite all’interno della cattedrale. I lavori non devono necessariamente essere a carattere religioso, come dimostra Flare II l’installazione di Antony Gormley attualmente in mostra fino alla fine del 2010.
L’opera, una spirale che sembra sospesa nel nulla e discende dal soffitto, è stata studiata per confrontarsi con la scalinata geometrica costruita da Wren. Un complesso gioco di proporzioni, tra arte antica e moderna.
Recentemente sono stati inseriti due lavori dell’artista inglese Mark Alexander, Red Mannheim, questi a carattere invece più contemplativo, visibili nel periodo estivo.
Il progetto, che nel futuro vede protagonista anche Bill Viola, è un esperimento interessante che potrebbe riportare interesse in luoghi sacri storici, che in pochi anni hanno perso parte del loro fascino antico a vantaggio del contemporaneo. Perché se è vero che si viene attratti dall’opera nuova, è anche vero che parte del fascino sta in questa nuova e temporanea combinazione.
Chi preferisce la montagna al mare, potrebbe trovare una piacevole sorpresa in una delle sue esplorazioni. Antony Gormley ha infatti piazzato 100 sculture sulle alpi austriache, coprendo, con i suoi uomini, una tratta di ben 150 chilometri.
La bellezza delle sculture di Gormley risiede nella loro semplicità e nella loro collocazione. Ma la cosa più impressionante è che le sue opere vengono valorizzate da ogni tipo di contesto: dal paesaggio metropolitano di New York (ve ne abbiamo parlato qui) a uno montano, come in questo caso.
Le sue opere fanno riflettere: sono spettatori muti di fronte a una vastità, che può essere quella dei grattacieli come quella delle montagne. Ma soprattutto sono spettatori soli.
Le statue di Antony Gormley sulle alpi austriache
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Non sono ancora riuscita ad andarla a vedere, ma il tempo passa e non manca molto alla chiusura di Test Sites, la mostra di Antony Gormley alla White Cube di Londra (chiude il 10 luglio).
Per lo spazio l’artista ha realizzato una serie di opere site specific che investigano il tema del corpo nello spazio circostante, la luce e il tempo. Oltre a nuove sculture in ferro, è visibile anche la terza e più grande installazione della serie Breathing Room III, che occupa infatti interamente la sala sottostante la galleria. L’opera considera come parte attiva il visitatore e la sua mobilità all’interno delle cornici luminose, unico elemento che interrompe il buio.
Mi piace questa interazione con il pubblico, elemento spesso assente (anche per tipologia di opere), nelle mostre.
Devo dire che qui in Inghilterra Antony Gormley è una presenza che si sente. Le sue statue, o meglio, le riproduzioni si se stesso, sono visibili in molti luoghi sia per progetti temporanei, sia per progetti permanenti.
Proprio l’altro ieri ho visto una sua statua a testa in giù alla Wellcome Gallery (e qui è in forma permanente), e sono in attesa di vederlo anche alla White Cube (qui in forma temporanea). Senza contare Critical Mass e i tetti di New York. E adesso leggo che la Scottish National Gallery of Modern Art ha commissionato all’artista un progetto di 6 statue intitolato 6 Times.
6 sculture che sono state posizionate tra il museo e il mare (4 si trovano immerse nella Water of Leith, e a seconda della marea sono più o meno interamente visibili; 2 si trovano nella città di Edimburgo). Il primo progetto permanente per la città della Scozia.
E forse, anzi certamente non si fermerà. Si dice già che la prossima meta sia Glasgow…
Via | guardian.co.uk
Antony Gormley 6 Times - Scottish National Gallery of Modern Art




The Fourth Plinth atto II. A Trafalgar Square ieri è stata inaugurata la seconda opera selezionata come installazione temporanea sul plinto della piazza londinese per il 2009/2010.
Dopo l’opera partecipativa One & Other di Antony Gormley, ora è la volta della nave di Yinka Shonibare.
Inizialmente avevo avuto dei dubbi, quando questo progetto aveva vinto a parimerito, ma una volta svelato, devo ammettere che è di grande effetto.
L’installazione, Nelson’s Ship in a Bottle, riproduce in miniatura-gigante la nave inglese. Un messaggio simbolico alla piazza, che commemora la battaglia di Trafalgar, e in linea diretta con la colonna dedicata a Nelson. Ma non è espressione solo della cultura inglese. L’artista ha voluto omaggiare, attraverso l’opera, la cultura multietnica del paese, iniziata con l’Impero e proseguita fino ad oggi.
E c’è un po’ d’Italia in questo lavoro. La bottiglia che contiene la nave, inclusiva di tappo in sughero, è stata costruita a Roma, da artigiani specializzati nella costruzione di acquari, che hanno applicato una nuova tecnica di modello a stampo. Sarà visibile nella piazza di Londra per 18 mesi.
The Fourth Plinth: Nelson’s Ship in a Bottle di Yinka Shonibare




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Dai tetti di Londra a quelli di New York al tetto del De La Warr Pavilion. Antony Gormley sembra inarrestabile, con la forma di sé moltiplicata in ferro per il mondo. E in contemporanea.
Infatti Critical Mass, l’esposizione a De La Warr, Bexhill on Sea, East Sussex, Inghilterra, è visibile da maggio fino ad agosto contemporaneamente a quella di New York.
Si potrebbe pensare ad un tema ripetitivo, ma dopo aver visto le sculture in diverse occasioni, trovo che ogni volta, esposte in contesti diversi, riescano ad esprimere concetti diversi.
Antony Gormley - Critical Mass - De La Warr Pavilion




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Succede anche questo nella Grande Mela. Almeno 10 sono state le chiamate di emergenza rivolte alla Polizia newyorkese in seguito alle installazioni dell’artista inglese Antony Gormley, che ritraggono 31 misteriose figure maschili - nude - posate in vari atteggiamenti sui tetti di Manhattan.
Sebben la Polizia locale avesse ampiamente informato la popolazione in merito alle statue, soprattutto all’ora del tramonto è molto difficile non spaventarsi, alla vista di quelle figure tetre, abbandonate a se stesse, in procinto di gettarsi nel vuoto. Dall’Empire State Building, molto tristemente, uno studente ha già realizzato le paure dei passanti, togliendosi la vita a pochi metri da una delle opere di Gormley.
La Polizia considera le chiamate ricevute invano, in ogni caso, uno spreco di risorse del personale e ha chiaramente invitato i newyorkesi a convivere nella maniera più pacifica possibile con l’arte di Antony Gormley.
L’artista e scultore Antony Gormley riesce a stupire sempre: fino al 15 agosto, sui tetti e nelle strade di New York si vedranno degli uomini nudi. Molti, notandoli sul tetto di una casa, penseranno a un suicida, e chiameranno la polizia. In realtà si tratta delle sculture di Antony Gormley, realizzate in ferro e fibra di vetro.
Rappresentano lo stesso artista, come spesso accade nelle sue opere, che hanno come punto di partenza proprio la sua figura. Lo scultore inglese riesce a sempre a stupire con le sue iniziative, che pur partendo sempre da una medesima riflessione sul corpo, giungono a risultati sorprendenti.

Avevamo già presentato il nuovo progetto di Antony Gormley, One & Other. I mesi della campagna di reclutamento dei partecipanti per la performance hanno avuto un enorme successo, e, per 2400 posti disponibili, ad oggi sono arrivate a Gormley 11151 richieste (compresa la mia, dato che in quel periodo sarò a Londra).
Ricordiamo che il progetto prevede che le 2400 persone selezionate (random, da un computer) diventino parte dell’opera di Gormley: si tratta di rimanere per un’ora esatta sul piedistallo del Fourth Plinth di Trafalgar Square a Londra, facendo quello che si vuole. 100 giorni dal 6 luglio, 60 minuti a testa, 24 ore al giorno.
Un gruppo su Facebook, Twitter, tanta comunicazione e tanti articoli. Ieri un nuovo messaggio giunto su Facebook ai membri del gruppo: un concorso il cui premio è un “memorabilia” firmato da Gormley. Come fare? C’è tempo fino al 30 maggio per realizzare un breve video di se stessi, mentre si mette in scena quello che si potrebbe fare sul piedistallo. Poi, caricare su Youtube o Vimeo e taggare “One & Other”. Energia, stile e atteggiamento le variabili che verranno valutate. Qualche idea su cosa fare? Guardate qui!