
Maledetta lontananza. Ci pensavo quando mi è capitato sotto gli occhi il post su Aldo Tagliaferro, indimenticabile protagonista della Mac Art. Mi trovavo sul blog del critico Flaminio Gualdoni, quando mi si è accesa la lampadina, solo che stavolta non era gialla ma bianca e nera (e anche un po’ grigia naturalmente), come ne “L’io ritratto”, l’opera di Aldo Tagliaferro che mi ha letteralmente “fulminata”.
Tagliaferro, un nome che ritorna più presente negli ultimi tempi grazie a “L’immagine trovata (opere 1970-2000)”, la retrospettiva, nata dall’accordo con l’Archivio Aldo Tagliaferro e curata da Giulia Formenti, visibile al Maga di Gallarate fino al 29 gennaio. Un riconoscimento che finalmente gli rende giustizia (a poco più di due anni dalla morte) riunendo alla parte oggettiva dei suoi lavori, una preziosa serie di riflessioni metodologiche, annotate dall’artista stesso durante la realizzazione dei suoi progetti fotografici.
Perché è innegabile che Tagliaferro abbia pagato a lungo lo scotto dell’emarginazione, di quella posizione stretta che non comprese pienamente il suo spessore, come fa invece Gualdoni, preciso come un ago ipodermico nella sua definizione, e nel riconoscimento dello spazio teorico ritagliato dall’artista.
[…] Molto vicino per certi approcci alle coeve pratiche di verifica di Mulas, Tagliaferro è meno attratto dalla specificità dello statuto linguistico della fotografia e più della sua funzione di rappresentazione che si presume obiettiva, oltre che di congegno che innesca un rapporto con lo spettatore, con l’individualità variabilissima dell’esperienza di fruizione.
Via | flaminiogualdoni.com

Un ritratto commemorativo composto di 13.138 dadi, ecco l’idea di Frederick McSwain per commemorare la morte del suo caro amico Tobias Wong, scomparso a soli 35 anni (ovvero 13.138 giorni). Il mastodontico ritratto porta il titolo “Die” ed è stato esposto alla mostra BrokenOff BrokenOff presso la galleria d’arte newyorkese R Pure.
Dice McSwain (uno dei nove artisti in esposizione) che l’uso dei dadi sta a significare l’imprevedibilità della vita, e l’installazione è stata posizionata sul pavimento piuttosto che sul muro, proprio per il discorso dell’interazione con essa.
Tutte le nostre esperienze contribuiscono a creare l’immagine di noi stessi, e ogni singolo dado in questo caso, compone una parte di ciò che era Tobias Wong; un tributo commovente al designer scomparso nel maggio 2010, alla cui vita e opere, la mostra della R’Pure Gallery era dedicata (una tre giori dal 14 al 17 maggio 2011).
Immagini | MyModernMet

Arriva dalla Califoria il primo ristorante completamente dedicato alla cucina fotosintetica. Il suo creatore è l’artista concettuale Jonathon Keats, che forse qualcuno di voi ricorderà per un’altro singolare esperimento: la Banca dell’Antimateria, che ho recensito qualche tempo fa.
Ma capiamo meglio la nuova avventura di Keats, che questa volta di presenta nei panni di chef. Il ristorante fotosintetico è stato inaugurato il 16 aprile scorso presso il Crocker Art Museum di Sacramento, che per l’occasione ha messo a disposizione i suoi rigogliosi giardini. Per secoli le piante sono state (e continuano ad essere) la base della nostra alimentazione, oltre che di ogni catena alimentare. Ma non solo: le piante, se ci riflettete un attimo, provvedono al loro sostentamento in modo completamente autonomo servendosi di un unico elemento, la luce. La cucina fotosintetica parte da questo spunto: imparare l’arte culinaria delle piante per arivare a costruire una vera e propria dieta… a base di fotoni.
Nasce così il primo ristorante fotosintetico: il menù ci presenta una serie di piatti realizzati filtrando e mixando la luce del sole, come vedete nelle foto gentilmente inviteci dall’artista. Keats, che per il progetto ha lungamente studiato botanica e fisiologia delle piante presso US Department of Agriculture la Siberian Academy of Sciences, non è nuovo a questo tipo di provocazioni: nel passato ha ad esempio prodotto pornografia per piante da appartamento proiettando sulle loro foglie video di impollinazioni all’Armand Hammer Museum. Il tutto nello sforzo di condividere aspetti della cultura umana con alre specie con l’obiettivo di spingerci a riflettere e a mettere in questione i nostri stessi valori.
Chiudiamo l’articolo con due notizie. La prima è che per chi fosse interessato Keats ha creato un libro di ricette fotosintetiche in modo ch l suo ristorante sia riproducibile e possa arrivare “alle masse”, metre lavora alacremente all’ambizioso progetto di una vera catena di ristoranti, in cerca di partner e sponsorizzazioni: ci riuscirà?. La seconda è che nel frattempo la cucina fotosintetica arriverà in Italia a Mestre, al centro PaRDeS, proprio quest’estate: magari sarà l’ocasione per mttere alla prova il mnu e intervistare questo singolare artista.
Della serie ‘anche questa è street art’, e di buona fattura aggiungo io. L’autore è Brad Downey, artista americano che vive a Berlino, che lavora con sottile ironia e squisite costruzioni concettuali negli spazi pubblici.
I forget what I wanted to say (Mi sono dimenticato cosa volevo dire) è apparso a Vienna, nella parte superiore di un locale ascensore. Si tratta anche del titolo della personale di Downey, curata da Sydney Ogidan nello spazio Dieausstellungstrasse.
Di questo artista avremo sicuramente modo di riparlarvi presto, nel frattempo datevi un’occhiata alla galleria di immagini qui sotto.

Internet Archaelogy cerca di esplorare, recuperare, archiviare e mostrare areifatti trovati all’interno della Cultura Internet. Fondata nel 2009, il principale obbiettivo di Internet Archaeology è quello di preservare questi artefatti e comprenderne l’importanza per capire gli inizi e la nascita della Internet Culture. Ci concentriamo soltanto su artefatti grafici, perché crediamo che le immagini siano più rivelanti e immediate.
Le righe che avete appena letto sono quelle con cui si apre il manifesto di Internet Aercheology, un sito creato da una giovane artista, berlinese di residenza ma scozzese di nascita: Emma Balkind. L’idea di Emma è semplice: raccogliere, in giro per la rete elementi grafici che caratterizzavano i primi siti della storia del web.
Armata di uno scalpello digitale Emma recupera le immagini dai siti e poi le divide per generi, esattamente come farebbe un biologo: animali, piante, uomini, paesaggi etc…etc… al fine di realizza delle vere e proprie gallerie, esposizioni virtuali di materiale di archeologia visiva.
Continua a leggere: Internet Archaeology: tra net-art e conservazione della memoria

Per la loro prima personale in terra di Svizzera gli artisti inglesi Jake e Dinos Chapman hanno scelto il mitico Cabaret Voltaire, in Spiegelgasse a Zurigo. Die Dada Die inaugura il rossimo giovedì 10 giugno in collaborazione con Triumph Gallery (Mosca) e RS & A Ltd (Londra).
I Chapman Brothers, ormai ex giovani artisti lanciati nei primi anni novanta da Charles Saatchi, con questa operazione vogliono “assumere sulla loro testa” l’eredità Dada e quale posto migliore per farlo che il celebre Cabaret Voltaire, fondato da gente come Hugo Ball e Tristan Tzara?
I due presenteranno una rivisitazione parassitica di Breughel il Giovane, prendendo uno dei dipinti del maestro, una scena della crocifissione Breughel completata nel 1506, e rendendo il proprio contributo unico direttamente sulla superficie del vecchio maestro. Oltre a questo atto di sacrilegio artistico i fratelli affronteranno anche la de-Dadaizzazione di Dada in una serie di collage.
Ma nel decostruire l’idea di Dada, dopo una ricerca negli archivi Dada del Kunsthaus di Zurigo, i fratellini dell’arte concettuale sono giunti alla conclusione che questo movimento non potrà mai essere ricondotto ad un’unica matrice. L’unica cosa che si può fare oggi è far capire come tutti gli elementi contenuti in un Dada ideale dovrebbe essere ricomposti.
Si è aperta lo scorso venerdì a Berlino Dream Passage, una grande retrospettiva sull’artista americano Bruce Nauman ospitata alla Galleria Nazionale di Hamburger Bahnhof - Museum für Gegenwart. L’apertura ha coinciso con l’installazione della scultura Room with My Soul Left Out, Room That Does Not Care from (1984), donato alla Galleria Nazionale dal collezionista Friedrich Christian Flick.
A partire dalla metà degli anni 1960, Bruce Nauman ha lavorato con una vasta gamma di media: sculture, film e video, fotografie, opere al neon, stampe, installazioni e opere vocali. Si è poi spinto a creare ambienti visitabili approfondendo la ricerca delle “architetture dell’esperienza”. A berlino ci saranno quindi lavori come il suo Corridoio, dove i visitatori sono registrati da una telecamera e poi invitati a confrontarsi con la propria immagine.
L’artista 69enne dell’Indiana è una delle voci di spicco dell’arte concettuale a livello mondiale. Nella sua indagine affronta tematiche legate alla comunicazione e all’uso dei linguaggi. Una delle sue oper che maggiormente ricordo è la spirale d neon colorati che compone la scritta “The true artist helps the world by revealing mystic truths” (”Il vero artista aiuta il mondo rivelando verità mistiche”).
La mostra sarà visitabile fino al 10 ottobre 2010.
Up There non racconta la storia di uomini che creano la pubblicità a tavolino durante lunghe sessioni di brainstorming. Racconta la storia di uomini che la pubblicità la creano con le proprie mani. Dipingendola sospesi a decine di metri di altezza su immensi fogli bianche con infinita perizia e pazienza. Per questo, aldilà del contenuto pubblicitario dell’immagine (un bicchiere di una notissima marca di birra), credo valga la pena dare un occhiata questo video.
Si discute spesso se la pubblicità possa essere arte. Se una cosa realizzata per scopi commerciali possa essere considerata degna di questo statuto. Se pensiamo a quello che scriveva Kant nella sua Critica del giudizio estetico (”il giudizio estetico sul bello è un giudizio senza scopo che trova la bellezza nell’oggetto senza considerarne il fine” cito e riassumo a braccio) si direbbe di ni, se non di no. Però guardando un video come questo che vi propongo la questione si ribalta.
Si può guardare da una nuova, inedita prospettiva il dibattito sull’annosa dicotomia tra pubblicità e arte, richiamandosi magari a quel senso, antico e perduto, per cui arte è soprattutto “tekne” ovvero tecnica e perizia prima e oltre qualunque concettualità. Gli autori, The Ritual Project ci raccontano tutto nel loro sito.

Uno straordinario risultato per diversi lotti composti da litografie, oggetti e vario materiale grafico ad opera di Marcel Duchamp, battuti tutti questa settimana da Christie’s New York.
Sette su otto dei lotti del grande maestro del dadaismo (e precursore del concettuale) presentati all’asta, hanno superato - e non di poco - le valutazioni massime che Christie’s aveva fornito. Il ricavato dai lavori di Duchamp è un fondamentale apporto ai 8,06 milioni di dollari totali dell’asta in questine, durata due giorni e incentrata sul lavoro grafico di maestri come Picasso e Munch.
In particolare, il pezzo forte dell’asta tutta è stato un raro cofanetto, intitolato da Duchamp stesso: “De ou par Marcel Duchamp ou Rrose Sélavy”, conosciuto anche come “Boîte-en-Valise”, che contiene la bellezza di 80 riproduzioni delle sue opere più famose. Ne sono stati realizzato 300 esemplari e quello di New York è stato venduto per 92.500 dollari, superando le aspettative di 50.000, massimo 70.000 dollari.
Sarà con tutta probabilità un record la vendita che Christie’s New York realizzerà per un’opera dell’artista concettuale francese Yves Klein, risalente al 1960.
Si tratta di un’opera della serie “Anthropometrie” (la numero 93) intitolata “il Bufalo”. Valore stimato: 10 milioni di dollari. La messa all’asta avverrà l’11 maggio e l’attesa è tanta. E’ il secondo dipinto più grande della serie: 2,7 metri.
Il bufalo in questione è stato ottenuto usando il corpo nudo di una modella come pennello, intinto nel “blue Klein”, come da marchio di fabbrica del grande maestro francese.