All’interno del fenomeno dei libri d’artista, potremo dire ‘oltre’, si collocano alcuni episodi di book-art che sono stati avvistati negli ultimi mesi in giro per l’Europa. L’aspetto interessante è che non tutte le installazioni sono segnalate all’interno delle biblioteche e ciò crea un grande meccanismo di sorpresa.
Mi è capitato qualche mese fa alla Kulturhuset di Stoccolma, ero lì che giravo tra gli scaffali della sezione arte e tecnologie ed all’improvviso, quando meno te l’aspetti, spuntano libri-scultura e libri interattivi. Si tratta appunto di piccoli eventi espositivi spesso non segnalati, a volte di vere e proprie micro-installazioni non autorizzate. Quale miglior supporto a livello di visibilità e praticità che gli espositori delle biblioteche pubbliche, al cui fianco transitano centinaia di persone quotidianamente.
Un tentativo arte pubblica, che in molti casi viene progettato di concerto con le biblioteche, in altri avviene più spontaneamente, assomigliando al fenomeno del bookcrossing. Nelle scorse settimane alla Biblioteca Nazionale di Scozia è stato scoperto un ‘poetree‘ su uno scaffale. Il ‘poetree’, un libro/albero con numerose pagine tagliate per diventare una scultura e una nota allegata con una citazione di Patrick Geddes e il nome Twitter della biblioteca, @byleaveswelive.
Un altro dei pezzi che e vedete nella galleria fotografica qui sotto è stato trovato nella stanza di Robert Louis Stevenson, presso il Centro di Narrazione con una strana nota, quasi da caccia al tesoro: “C’era una volta c’era un libro, e nel libro era un nido, e nel nido era un uovo, e l’uovo era un drago, e il drago era una storia“.
Domenica scorsa 25 giugno si sono aperti per Folkstone (UK) tre mesi intensissimi di immersione nell’arte contemporanea. Tra sculture, installazioni, video e opere sonore, la seconda edizione della Triennale di arte pubblica durerà infatti per tutta l’estate fino al 25 settembre, riempiendo vicoli, piazze, antichi edifici e spiagge della città, situata sulla coste sud-est dell’Inglilterra, con le opere di 19 artisti internazionali.
A cura di Andrea Schlieker, questa Triennale chiede in sostanza agli artisti di utilizzare lo spazio urbano come “tela”. Le opere sono site specific e pubbliche: per l’edizione del 2008 ben otto opere sono diventate parte di una collezione permanente che al posto di “riposare” in un museo, continua a vivere nella città diventando un patrimonio condiviso dai cittadini ogni giorno.
Il tema di quest’anno è “A Million Miles from Home” (Un milione di miglia da Casa), tentativo di interpretare il continuo essere fra più mondi, la dislocazione, il dover trovare un posto in un luogo sconosciuto. Gli artisti selezionati provengono da paesi differenti quali Algeria, Kosovo, Israele, Guyana, India, Brazil, Danimarca, Svizzera, Spagna, Norveggia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti: gli artisti locali sono coinvolti in una collettiva. Il progetto è sostenuto dalla Creative Foundation.
[Nel video in alto, un riasunto-reportage ell’edizione 2008.]

Do you feel a sense of community where you live? Percepisci una sensazione di comunità nel luogo in cui vivi? É la domanda che si pone Tim Devin nella sua ‘street survey‘, un’indagine condotta con gli strumenti dell’arte pubblica partecipativa.
Un’indagine collocata all’altezza dell’asfalto, che utilizza mappe, statistiche, poesie ed anche, come vedete qui sopra, semplici domande, a cui si può rispondere sì, prelevando un talloncino di carta. E il semplice gesto di non staccare il tagliandino, cosa rappresenta? Un’indifferenza verso questo tipo di domanda, una disattenzione verso un semplice foglio di carta attaccato a un palo o forse un semplice no?
Di Tim Devin, artista di Somerville – Massachussets, avremo modo di riparlarvi presto. I suoi progetti, tanto semplici quanto intriganti, hanno molto da suggerirci rispetto alle modalità di essere cittadini e alle possibilità individuali di contribuire alla rappresentazione e alla costruzione della città.
Li abbiamo incontrati solo qualche giorno fa ed è con grande piacere che vi presento oggi un’intervista con i giovanissimi di Guerrilla Spam!
Non ho indagato volutamente sull’identità del gruppo, riporto nell’articolo solo alcune informazioni di dominio pubblico: come sappiamo dalle loro azioni, possiamo geolocalizzarli in Toscana (Firenze sembra il centro propulsore), mentre sul loro profilo di FaceBook come data di nascita ritroviamo 1986. Ma è di gran lunga più importante scoprire cosa fanno, come lo fanno e le motivazioni che spingono i ragazzi di SPM!. Di tutto questo abbiamo parlato in questa intervista che si è rivelata un bellissimo dialogo.
Prima di lasciarvi alle loro parole, vorrei spendere qualche riga di commento personale. Sono diverse le cose che mi hanno colpito dell’ateggiamento di SPAM!. Una di queste è il loro quesi rifiuto a definire i loro intervnti come “arte”: il loro obiettivo principale sembra essere comunicare, creare un’imprevisto capace di rompere la routine in cui siamo immersi quotidianamente. Il secondo è una radicale accettazione della transitorietà, che si sposa ad una relazione ecologica con l’ambiente urbano, come ci spiegano perfettamente in questa frase: “Insomma niente di ciò che facciamo vuole imporsi permanentemente nelle strade. La città è di tutti, e qui tutti possono dire la loro. Anche noi. Noi diciamo la nostra, ma lo facciamo alla pari del cittadino comune, che può essere ascoltato come ignorato.”
Per rappreentarli ho invece scelto il video di una delle loro ultime perfoemence “BEVIMI”. Per avere un’idea complessiva del loro lavoro consiglio invece di visionare il sito: vi accorgerete come questo giovanissimo gruppo sia riuscito a creare un’iconografia molto forte e definita, a mio avviso capace di comunicare e farci riflettere. Buona lettura.
Continua a leggere: Il mondo di Guerrilla SPAM!: abusivo, piacevole e provocante - Intervista

Masat (Madrid Street Takeover Advertising) è un interessante progetto di arte pubblica che utilizza gli spazi dedicati alla cartellonista pubblicitaria. In corrispondenza di 53 fermate di autobus e tram nella capitale spagnola, a fine marzo sono stati installati 106 poster elaborati da altrettanti artisti, sociologhi, insegnanti, avvocati e galleristi. Non si tratta di fotografie o elaborazioni grafiche, ma di “semplici” testi, nero su bianco.
L’operazione, dichiaratamente di disobbedienza civile e non autorizzata, ha preso di mira le pensiline gestite dalla società di affissioni Cemusa. Ne è nato un dialogo pubblico importante e uno sguardo collettivo alle reali possibilità comunicative nello spazio pubblico.
Tra gli artisti che hanno partecipato c’è il torinese BR1 (che avevamo conosciuto per i suoi poster), lo stencil artist americano Logan Hicks, il pop-artist americano Ron English, Remed, Swoon e molti altri. I testi affissi non sono stati firmati (a volte una scritta anonima ha più forza, perché chiunque se ne può “impadronire”), ma potete vedere la lista completa dei lavori e dei rispettivi autori a questo link.
Candy Chang è un’artista che vive e lavora a New Orleans. Le sue opere si conentrano su interventi di arte publica, design e pianificazione urbana. È infatti co-fondatrice del Civic Center, organizzazione che nasce con lo scopo di rendere le città un posto più confortevole in cui vivere per le persone.
I suoi lavori, freschi e originali, ne sono una testimonianza concreta, di cui apprezzo in modo particolare un desiderio esplicito e onesto di “occuparsi” del proprio vicinato, del quartiere in cui lei stessa abita.
Ce lo dimostra, ad esempio, la sua ultima opera “Before I die” (Prima di morire). Non fatevi ingannare dal titolo, non vi è traccia di malinconia in quello che vedremo. Candy Chang ha individuato un edificio decadente e abbanonato del suo quartiere. In un mese e mezzo circa di lavoro indefesso, che ha coinovolto amici “vecchi e nuovi” (come ci informa nella descrizione), l’edificio è stato completamente ricoperto e trasformato in una superficie pubblicabile dove i residenti (ma anche i passanti) hanno potuto lasciar scritto un desiderio: la cosa che vogliono realizzare (o vedere realizzata) prima di morire.
Molto belle le foto, mentre i personaggi che incontriamo danno la sensazione di un luogo vivace e frequentato.
Il Cursore Urbano (Urban Cursor) è un intervento di arte pubblica realizzato da Sebastian Campion, meglio noto al secolo come Guerrilla Inovation.
L’opera consiste in un cursore da computer tridimensionale di grandi dimensioni, che sbuca dallo schermo per posizionarsi direttamente sul mondo fisico in piazze e strade trasformandosi in un’installazione urbana mobile. Dentro l’oggetto si cela un GPS che consente di tracciare i movimenti del cursore su una mappa virtuale. L’idea è semplice e bellissima: lo spazio virtuale di internet e quello urbano si incontrano per stimolare forme ibride di socializzazione e reinventare i confini e l’uso degli spazi pubblici. La gente è infatti invitata ad interagire con il cursore giocandoci, spostandolo in punti diversi della città e stimolando a loro volta negli altri nuove interazioni. In questo modo si ottiene una mappa che dalla strada ritorna alla dimensione dei pixel.
Urban cursor è stato realizzato per la prima volta in Ctalogna (Spagna) presso il Festival Ingràvid (23-27 settembre 2009). Francamente, voto altissimo per questa opera che apre a narrative e interazioni insaspettate la città.

Uno street artist irlandese, Maser, insieme all’amico musicista, Damian Dempsey, hanno dato vita al progetto ‘They are us‘ (Loro sono noi), un progetto di arte pubblica, una mostra nomade per le strade della vecchia, sporca e bella Dublino.
In un omaggio alla capitale irlandese, tra il visibile e il segreto, i due hanno unito le loro abilità, l’arte calligrafica di Maser e i testi di Dempsey. Una serie di messaggi positivi che lavorano su concetti e contenuti interpretabili. Una scrittura colorata, simpatica ma seria, che rimanda al vecchio modo di fare pubblicità, poco invasivo e rispettoso per le forme e l’armonia spaziale.
Ecco alcune frasi degli interventi: “In a world full of Shame, Regret do something to be proud of” (In un mondo pieno di vergogna, ribellati, fai qualcosa per cui essere orgoglioso); “Greed is the knife & the scars run deep” (L’avidità è come un coltello e le cicatrici corrono profonde).
Sul sito del progetto, la cui bellezza è che ha coperto angoli, nicchie e vicoli della città, le fotografie dello stesso Maser e Adam Kelly. They are us produrrà anche un numero di screenprint in edizione limitata, i cui proventi saranno destinati ai senzatetto della Comunità di Simon, forse i primi e i maggiori fruitori dell’intera operazione.

Unframed, senza cornice, è il nuovo progetto di JR, fotografo e street artist francese. Per la prima volta JR lavora con immagini di altri fotografi, qualcuno famoso, altri sconosciuti. Il progetto prende il via da Vevey, cittadina nella parte settentrionale del Lago di Ginevra ed è co-prodotto dal Musée de l’Elysée e dal Festival Images.
JR è partito proprio dalla collezione di fotografie del del Museo del Elysée, trattando allo stesso modo immagini di autori famosi e non. In men che non si dica le foto di Robert Capa, Gilles Caron, Helen Levitt, Mario Giacomelli, Lucia Moholy, John Phillips e Sebastiao Salgado sono apparsi sulle facciate di molti edifici, trasformando la città in un gigantesco museo all’aria aperta. Le immagini, riferimenti forti, ma la loro distrazione, intraprendere un nuovo significato.
Così, nel visitatore appassionato di fotografia, girando per Vevey si compiono degli strani deja-vu. In tutto sono 14 affissioni di grande formato, tra cui spiccano I preti giovani di Mario Giacomelli, ‘appiccicati’ su una chiesa, Donna con i capelli lunghi di Man Ray, sulla Saint Jean Tower, una foto di Robert Capa in cui vediamo cecchini tedeschi durante l’assedio di Lipsia invece è su un edificio in via di ristrutturazione.
Un grande processo di straniamento e ricontestualizzazione, a cui sono chiamati a partecipare tutti gli abitanti. La seconda tappa del progetto Unframed è in corso di svolgimento a Grottaglie, per il FameFestival. Ma avremo modo di riparlarvene presto.
Non si tratta certo del primo caso, ma è interessante vedere quanto cominci a far scalpore. A Milwaukee, area metropolitana di quasi due milioni di abitanti, una professoressa ha deciso di inserire l’arte urbana nel suo programma di insegnamento. In realtà non si tratta di un vero e proprio corso, ma di un approfondimento offerto che è stato inserito nel magazine scolastico, la guida alle attività collaterali che ogni scuola americana promuove.
Il primo ad alzare la voce è stato un politico locale, l’assessore Bob Donovan, che della ‘guerra ai graffiti’ aveva fatto una bandiera nella sua campagna elettorale. Secondo Donovan in questo modo la scuola sta promuovendo atti di vandalismo, ma in realtà c’è un errore di fondo.
La direttrice del progetto, che prende il nome di Milwaukee True Skool, Sarah Patterson, sostiene che l’iniziativa sia stata misinterpretata. Si tratta infatti della creazione una piattaforma dedicata ai giovani, per educare alla legalità e al rispetto degli ambienti urbani. “La differenza tra graffiti e arte è semplice”, sostiene la Patterson, “e risiede nella presenza o meno di un permesso”.