Nei periodi di crisi economica forse anche il mercato dell’arte è attraversato da un diffuso ’sentimento di amor patrio’. In tutto il mondo i collezionisti “di fascia alta” si interessano agli autori locali. Certo, Clyfford Still, pittore dell’espressionismo americano scomparso nel 1980, ha conosciuto un riconoscimento internazionale, ma nessuno si sarebbe aspettato che un suo quadro astratto venisse battuto per 61,7 milioni dollari da Sotheby’s a New York ieri sera (superando il precedente record dell’autore di 21,3 milioni, raggiunto da Christie’s nel 2006).
Dietro all’asta c’è stato anche un buon fine: parte del ricavato dei quattro lotti dell’autore che vedete in galleria qui sotto (114,1 milioni dollari in totale) andrà al proprietario, il Comune di Denver, che sta raccogliendo fondi per il Clyfford Still Museum, che apre a Denver la settimana prossima.
Nonostante ciò, ieri sera un gruppo di manifestanti si è riunito fuori dalla sala d’aste al grido di “Vergogna!”. La Evening Sale ha infatti totalizzato 315,8 milioni di biglietti verdi, mentre fuori c’era gente a cui mancano 300 dollari per pagare le bollette.
Dopo il salto su Continua trovate un video sulle proteste.
La mostra Art in the Streets a Los Angeles diventa lo spunto per girare un documentario sulla storia del movimento dei graffiti e della street art. Si chiama Outside In, è stato diretto da Alex Stapleton e verrà proiettato in prima mondiale domani sera all’Urbanworld Film Festival di New York.
La mostra voluta da Jeffrey Deitch al Moca di Los Angeles diventa l’occasione per fermarsi un attimo a riflettere: perché portare la street art nei musei e nelle gallerie? Perché tutto ciò che è stato prodotto è poi inesorabilmente scomparso, la memoria storica latita e ci sono moltissimi casi di crew, artisti, personaggi che, eventualmente, potrebbero non essere mai esistiti. Nessuno ne ha documentato l’esperienza.
Ecco come si giustifica questo passaggio ‘dal fuori al dentro’ (Outside in), dove la presenza fisica di un’opera nel tempo disegna un altro spazio di riflessione sopra il movimento della street culture. Dentro al video (che speriamo possa arrivare presto in Italia), troverete Shepard Fairey che si chiede “Perché un’espressione pubblica, non commerciale, viene considerata criminale?” e farete conoscenza con artisti più o meno famosi: Lee Quiñones, Swoon, Futura, Mister Cartoon, Revok, Martha Cooper, Invader e un italianissimo Gusmano Cesaretti, che dà Luccca raggiunse Los Angeles e poi Chicago, e divenne un pioniere della graffiti art americana, documentando, da fotografo, l’età dell’oro del movimento.
Non è la prima volta che capita. Già in passato un muro dipinto da Banksy a Kingston, in Giamaica, era stato rimosso e privatizzato. Oggi però fa paura che questa operazione sia stata compiuta sotto l’egida di due gallerie d’arte e e filmata in questo “bel” video che vedete qui sopra.
Senza chiedere il permesso allo street artist di Bristol, le galleria Keszler di Hamptons a New York, in collaborazione con la Galleria Bankrobber di Londra, hanno prelevato o per meglio dire rubato, due murales realizzati a stencil. Si tratta di Wet Dog e di un pezzo molto forte, in cui una bambina perquisisce un soldato, capovolgendo simbolicamente quella situazione aberrante che la popolazione palestinese vive ogni giorno, obbligata a passare attraverso numerosi checkpoint per transitare nella propria terra.
Nonostante che i murales siano stati certificati come opera prodotta da Banksy, non sono ufficialmente autenticati e chi si accinge ad acquistarli verrà ritenuto moralmente responsabile di un vero e proprio saccheggio. I murales sono parte del paesaggio culturale della Cisgiordania e la loro rimozione è un gesto deprecabile, che fra l’altro crea un brutto precedente.
Naturalmente, come potete ben vedere dal video, anche alcuni uomini palestinesi hanno collaborato alla rimozione e guadagneranno la loro fetta di torta. Il valore dei singoli murales è di oltre 400mila dollari.
145 Ludlow Street, NYC: “The Grassy Lot” from MaNY Project on Vimeo.
A New York negli anni settanta è nato il movimento del graffiti writing e, pochi anni dopo, la street art. Oggi sono altre le metropoli che contribuiscono a ricombinare l’immaginario estetico e concettuale della street culture, ma la Grande Mela continua ad essere crocevia di esperienze.
Basta fare un giro a Manhattan, più precisamente nel Lower East Side, al 145 di Ludlow Street troverete una bella galleria a cielo aperto, realizzata Crest Arts , MaNY e Brooklyn Street Art. Niente di gigantesco o colossale, ma vi si possono trovare opere di artisti del calibro di Bishop 203, Creepy, Gaia, General Howe, Jake Klotz, Laura Meyers, Nanook, Over Under, QRST, Quel Beast, Shandor Hassan, Travis Simon, Veng, XAM e Yok.
Anche se alcuni storceranno il naso, è interessante rinvenire elementi comuni negli stili, tra artisti che operano a diverse longitudini. Trent’anni dopoi suoi inizi, la street art è un movimento globale che sta in equilibrio tra under- e overground. Come dire, tra ciò che proviene dal basso e ciò che emerge. Il processo di emersione non deve essere per forza un andare indiscriminato verso le masse, verso il mercato, una perdita di potenza espressiva.
Certo, anche in questo mondo negli ultimi anni hanno fatto il loro ingresso i mercanti e la speculazione, ma, come vi segnaliamo spesso su Artsblog, esistono eventi, spazi, persone, che lavorano nell’ottica della riqualificazione urbana, puntando sulla socialità, sulla cultura che la street art promuove. L’idea che l’arte sia essenzialmente condivisibile e la città sia una costellazione di segni e linguaggi in continua ibridazione, ‘the city as a playground‘ direi.
Photo credits → Lois Stavsky
New York, Manhattan: una riflessione sulla street art a più di 30 anni dalla nascita








Ecco cosa mi piace prima di tutto di questo evento: il modo in cui è costruito.
“The Influencials” si svolgerà a New York fra il 26 agosto e il 21 settembre prossimo, presso la Galleria della School of Visual Arts (SVA). Una mostra dedicata alle 19 allieve più promettenti della Scuola distintesi durante l’anno, ma anche alle artiste che hanno influenzato il loro percorso. Un ponte generazionale, dunque, che crea legami di filiazione e riconoscimento fra artiste emergenti e affermate e allo stesso tempo un omaggio alle seconde, il più sincero che si possa immaginare: aver lasciato un segno così profondo in un’altra persona, al punto di influenzare ciò che essa produce, di essere una fonte di ispirazione. Ma non c’è solo questo.
Oltre a raccgliere fra le più note artiste della scena newyorchese (come Katherine Bernhardt, Inka Essenhigh, Aïda Ruilova, Phoebe Washburn), ognuna delle 19 alunne ha potuto indicare un’artista o una persona di particolare”influenza” le colleghe più anziane. Il gruppo di “influenzatori” così formato è a sua volta entrato a far parte della mostra, come la nonna di Phoebe Washburn, che con la sua saggezza ha ispirato la nipote nell’uso di materiali riciclati. Le relazioni di influenza fra i lavori delle giovani artiste e delle artiste affermate sono mostrate grazie ad una visualizzazione web, che mette in luce un modello di collaborazione fra artiste contemporanee e, allo stesso tempo, il tipo di networking che avviene oggi fra studi, gallerie e piattaforme digitali, “connettendo generazioni, generi, razze, religioni e strutture di potere” come afferma la curatrice Carrie Lincourt.
La mostra comprende quadri, foto, installazioni, video e performance, inclusi una serie di panel e incontri di approfondimento critico, che completano il progetto.
[Video in alto: Marilyn Minter, Green Pink Caviar, 2009]
Qui su Artsblog conosciamo già il lavoro della street artist newyorchese Swoon, il cui vero nome è Callie Curry. In occasione del terremoto di Haiti Swoon aveva progettato un modulo abitativo sostenibile, oggi invece il suo ultimo progetto si chiama Dithyrambalina: una casa/strumento musicale ispirata all’architettura dei cottage a Bywater, il quartiere creolo di New Orleans ancora pieno di casette ed edifici abbandonati (dopo la devastazione di Katrina).
La Dithyrambalina è un edificio/installazione, che sarà prodotto attraverso una campagna fondi su Kickstarter: 12.000 dollari è l’obbiettivo e, grazie all’impegno di oltre 230 sostenitori, la quota è quasi raggiunta. Dai resti di un decrepito cottage creolo, nascerà quindi una musical-house: sembrerà una casa, ma funzionerà come uno strumento musicale. Un gruppo di musicisti locali sta progettando strumenti interattivi che possono essere costruiti all’interno delle pareti e dei pavimenti della casa.
L’installazione temporanea che ne verrà fuori prenderà il nome di Music Box - Un Laboratorio del suono a Shantytown.
La Dithyrambalina: a New Orleans una casa che suona progettata da Swoon



Liu Bolin, l’artista mimetico, colpisce ancora. Lo scorso 20 giugno è arrivato dalla Cina a New York, deciso a mescolarsi con un opera su strada. Il murale prescelto è stato quello realizzato nel novembre 2010 a Soho, all’incrocio tra Houston & Bowery, da Kenny Scharf pop artist californiano classe 1958.
Come potete vedere nel video, Bolin arriva, indossa la sua speciale tuta e si fa scattare qualche foto dai suoi fidi collaboratori. Dopo aver scelto i colori, resta immobile e si fa dipingere, immergendosi lentamente nel murale. Il progetto, di fatto il primo intervento dell’artista cinese in Amercia, è stato organizzato da Wooster Collective e Eli Klein Fine Arts.
Da quando la street art è entrata nelle gallerie e nel mercato, emergono con più frequenza situazioni di contenzioso legate a diritti d’autore. Era successo tra Shepard Fairey e Associated Press per il ritratto di Obama, poi al pupillo di Banksy Mr Brainwash. Oggi il protagonista è un artista che lavora sul confine tra arte e tecnologia, Andy Baio di Portland, Oregon.
Qualche giorno fa Baio è stato citato in giudizio dal fotografo Jay Maisel, che gli ha chiesto per 150.000 dollari. Baio aveva creato Kind of Bloop, un tributo a 8-bit all’album di Miles Davis Kind of Blue. La querela riguarda la copertina dell’album tributo di remix, ricavata attraverso un’operazione di pixel art dalla cover originale, su cui appare una foto scattata da Maisel.
Per produrre l’album e retribuire i cinque musicisti che vi avevano suonato, Baio aveva fatto partire nel 2009 un progetto sulla piattaforma di crowfunding Kickstarter raccogliendo 8mila dollari. Mai si sarebbe aspettato che Maisel, ormai multi-milionario, lo avrebbe portato in tribunale costringendolo a pagare 32.500 dollari.
Così è nata, da un gruppo d’artisti vicini al per niente facoltoso Andy Baio, l’idea di questa campagna di street art. L’affissione di alcuni poster con un’immagine di Miles Davis e la scritta All Art is theft, Tutta l’Arte è un furto, a rimarcare, come dicevano in molti, che tutta ll’arte è in qualche modo riappropriazione di lavori di precedenti autori.
‘L’Arte è un furto’, il manifesto di Miles Davis a sostegno di Andy Baio




Ha qualcosa a che fare con l’arte del subvertising (letteralmente ‘rovesciare’ i manifesti pubblicitari) il lavoro di MoustacheMan. Ultimamente si era divertito ad intervenire su diversi cartelloni nella metropolitana di New York: solo una piccola modifica, una firma con la scritta moustache, piazzata proprio sopra la bocca, all’altezza dei baffi.
Joseph Valdo, in arte MostacheMan è stato colto in flagranza di reato e arrestato nei giorni scorsi. Le sue micro-azioni hanno unito la pratica situazionista del defacement con un’evoluzione ‘genuina’ del graffiti writing e più precisamente del taggin’. Intelligente e divertente, forniva uno spunto per una risata ai pendolari in viaggio sulla metro. Dopo un po’ però Valdo è diventato troppo prolifico e popolare per i gusti della polizia di New York.
Dopo l’arresto però, sono molte le voci critiche nei confronti dell’operato del NYPD: perché spendere tanti soldi ed energie per arrestare chi non fa nulla di male?
Proprio di recente su queste pagine vi ho parlato di Insideout, l’ultimo progetto di JR (dopo la Tunisia, adesso è a New York). L’idea di affiggere sulla superficie della città ritratti di persone comuni, uomini e donne presenti per strada, non è certo nuova. Tra gli street artist lo fanno in molti, mi viene subito da pensare a Vhils, C215, El Mac (ma la lista potrebbe essere moto più lunga), un po’ anche a Sten & Lex, che però attingono ad altri tempi ed altre culture, quindi viene a mancare la presenza dell’uomo comune.
Trasformare una persona in un personaggio è in fondo anche quanto aveva in testa Andy Warhol, quando nel 1968 al Moderna Museet di Stoccolma dichiarò: “in futuro, chiunque diventerà famoso per 15 minuti”. Ma sulle mura, le scalinate, i palazzi delle città, i ritratti fotografici durano molto di più di 15 minuti e, quando collocati all’interno di processi comunitari e meccanismi artistici partecipativi, assumono un valore aggiunto.
Eccoci quindi a parlare del protagonista di questo articolo. Jorge Rodriguez-Gerada, artista di origine cubane attivo a New York e Barcellona da quasi vent’anni, nonché culture jammer e guerrilla artist ante litteram. Nel video che vedete qui sopra, Ana Alvarez-Errecalde documenta il progetto Identitad/Identity, realizzato Da Jorge a Madrid nel 2007. Partendo da un’indagine antropologica e sociologica, l’artista ha cercato i suoi ‘protagonisti’ tra le persone che sentono un forte senso di appartenenza al luogo in cui vivono.
Il risultato è un’indagine piena di significati che si mescolano. I due piani che principalmente si intersecano sono quello dell’identità individuale e quello dell’identità urbana, intesa come fitta trama di relazioni fra più comunità di individui. La parte più visibile della ricerca di Jorge Rodriguez-Gerada è sorprendente: niente poster con stampe fotografiche, ma vernice e pennello, mano libera.