
Ha qualcosa a che fare con l’arte del subvertising (letteralmente ‘rovesciare’ i manifesti pubblicitari) il lavoro di MoustacheMan. Ultimamente si era divertito ad intervenire su diversi cartelloni nella metropolitana di New York: solo una piccola modifica, una firma con la scritta moustache, piazzata proprio sopra la bocca, all’altezza dei baffi.
Joseph Valdo, in arte MostacheMan è stato colto in flagranza di reato e arrestato nei giorni scorsi. Le sue micro-azioni hanno unito la pratica situazionista del defacement con un’evoluzione ‘genuina’ del graffiti writing e più precisamente del taggin’. Intelligente e divertente, forniva uno spunto per una risata ai pendolari in viaggio sulla metro. Dopo un po’ però Valdo è diventato troppo prolifico e popolare per i gusti della polizia di New York.
Dopo l’arresto però, sono molte le voci critiche nei confronti dell’operato del NYPD: perché spendere tanti soldi ed energie per arrestare chi non fa nulla di male?
Proprio di recente su queste pagine vi ho parlato di Insideout, l’ultimo progetto di JR (dopo la Tunisia, adesso è a New York). L’idea di affiggere sulla superficie della città ritratti di persone comuni, uomini e donne presenti per strada, non è certo nuova. Tra gli street artist lo fanno in molti, mi viene subito da pensare a Vhils, C215, El Mac (ma la lista potrebbe essere moto più lunga), un po’ anche a Sten & Lex, che però attingono ad altri tempi ed altre culture, quindi viene a mancare la presenza dell’uomo comune.
Trasformare una persona in un personaggio è in fondo anche quanto aveva in testa Andy Warhol, quando nel 1968 al Moderna Museet di Stoccolma dichiarò: “in futuro, chiunque diventerà famoso per 15 minuti”. Ma sulle mura, le scalinate, i palazzi delle città, i ritratti fotografici durano molto di più di 15 minuti e, quando collocati all’interno di processi comunitari e meccanismi artistici partecipativi, assumono un valore aggiunto.
Eccoci quindi a parlare del protagonista di questo articolo. Jorge Rodriguez-Gerada, artista di origine cubane attivo a New York e Barcellona da quasi vent’anni, nonché culture jammer e guerrilla artist ante litteram. Nel video che vedete qui sopra, Ana Alvarez-Errecalde documenta il progetto Identitad/Identity, realizzato Da Jorge a Madrid nel 2007. Partendo da un’indagine antropologica e sociologica, l’artista ha cercato i suoi ‘protagonisti’ tra le persone che sentono un forte senso di appartenenza al luogo in cui vivono.
Il risultato è un’indagine piena di significati che si mescolano. I due piani che principalmente si intersecano sono quello dell’identità individuale e quello dell’identità urbana, intesa come fitta trama di relazioni fra più comunità di individui. La parte più visibile della ricerca di Jorge Rodriguez-Gerada è sorprendente: niente poster con stampe fotografiche, ma vernice e pennello, mano libera.

La scena l’avrete presente un po’ tutti, state tornando alla macchina e scorgete un ‘ospite indesiderato’ sul parabrezza. Quando va bene si tratta solo di un volantino pubblicitario, quando va male di una multa. Subito vi assalgono brutti pensieri, la colpa, il rammarico, le scadenze… ma ecco che qualcuno, se abitate a New York, vi viene in aiuto, per riportare i vostri pensieri sulla giusta direzione.
PTERP è un progetto di guerrilla art, si svolge nei parcheggi e mira a ristabilire l’equilibrio emotivo di molti cittadini di New York. Si chiede ad artisti, persone normali e bambini di disegnare, dipingere alcune buste. Una volta pronte il gruppo di PTERP va in giro in città in cerca di autovetture multate e mette la contravvenzione dentro alla busta d’autore.
Una piccola trovata per addolcire episodi tristi e spesso piuttosto ricorrenti nelle nostre vite. L’arte pubblica al servizio della sensibilità emotiva della collettività.
‘The Parking Ticket Emotional Reclamation Project’, la multa dolce di PTER Project











Prima di leggere questo articolo prendetevi cinque minuti in piena tranquillità per vedere The Sandpit di Sam O’Hare (si apprezza al meglio a schermo intero e in modalità HD). Non vi sembra incredibile come sia riuscito a ricostruire in miniatura canali, strade, palazzi e movimenti degli uomini? Certo che vi sembra straordinario, perché in realtà O’Hare non ha ricostruito proprio niente, ma ha realizzato questo filmato mettendo insieme 35.000 scatti fotografici realizzati a New York, utilizzando la modalità del timelapse.
Folgorato dalla trilogia di Godfrey Reggio Koyaanisqatsi, Powaqqatsi e Naqoyqatsi (tre meravigliosi documentari tra antropologia e visionarietà artistica), Sam O’Hare ha pensato bene di riprendere l’idea e svilupparla secondo la propria prospettiva: un giorno nella vita della Grande Mela, in miniatura. Nato come progetto indipendente, girato in appena cinque giorni e montato dallo stesso autore con musiche di Human (humanworldwide.com), oggi The Sandpit ha vinto molti premi (tra cui il Prix Ars Electronica - Distinction Award 2010).
I nostri lettori più esperti si chiederanno come ha fatto. La risposta è tutta in un’intervista che l’artista ha rilasciato ad Aerofilm. Riassumendo, Sam ha utilizzato una Nikon D3 con due obbiettivi: un Tamron 17-50mm f / 2,8 e un Sigma 50-150mm f/2.8 a 4fps. Alcune scene sono state catturate con un frame rate più lento, ma il vero segreto che fa l’effetto miniatura è una lente da 24mm tilt-shift, che non è stata usata in fase di riprese, ma è stata ricreata in fase di post-produzione, per permettere maggiore mobilità proprio nelle shooting. D’altronde Sam non poteva portarsi dietro pesanti treppiedi, perché per catturare queste scene è stato sospeso sul bordo di tetti, ponti e davanzali di case di gentili persone che l’hanno ospitato.
La reginetta dell’uncinetto, l’artista Olek, il cui vero nome è Agata Oleksiak, ha colpito ancora in giro per New York. Dopo aver ricoperto il toro di Wall Street con il suo tessuto colorato, nei giorni dell’Oscar ha voluto rendere omaggio a Banksy.
Su un edificio al 358 di Broome Street è apparsa la silhouette di una ragazza che viene trasportata in alto da un mazzo di palloncini. Si tratta della versione in tessuto mimetico rosa e viola di una Girl with Baloons, un’immagine abbastanza famosa realizzata dallo street artist di Bristol. Secondo Olek, si tratta di un “omaggio e una dichiarazione circa l’autenticità dell’arte“. Il pezzo è il primo di cinque, che dovrebbero fare la loro comparsa in questi giorni in tutta la Grande Mela. Il secondo è apparso sabato nell’angolo a nordovest tra Chrystie e Delancey.
Olek non è nuova ai tributi verso altri artisti. Quando aveva “protetto” con l’uncinetto la ruota di bicicletta sullo sgabello, aveva voluto rendere omaggio a Marcel Duchamp. I suoi lavori sono in mostra fino al 15 maggio alla Henry Christopher Gallery di SoHo, mentre un altro progetto espositivo, Suffolk Deluxe Electric Bicycle I” (got all that?), aprirà i battenti il 12 Marzo 2011 alla NY Studio Gallery.
La ragazza coi palloncini in mimetica rosa, omaggio di Olek a Banksy



Vi segnalo questo progetto, perché ha un duplice interesse. Pantheon, a history of art from the streets of New York (Una storia dell’arte dalle strade di New York) è un percorso espositivo, un dialogo tra artisti e membri della comunità, ma anche un nuovo modo di realizzare una mostra.
La mostra parte (o meglio, dovrebbe partire…) il 2 aprile 2011 all’ex Donnell Library, di fronte al Museo d’Arte Moderna della Grande Mela. Intende esplorare segni ed oggetti urbani in un cammino che va oltre l’estetica dell’arte di strada. 35 nuove opere saranno realizzate su 140 metri di facciata della biblioteca, mentre all’interno la rassegna procederà in maniera retrospettiva.
Le novità dell’esposizione, che i curatori Daniel Feral e Joyce Manalo vi presentano nel video, sarà nell’interazione col pubblico - Guerrilla Street Librarians, bibliotecari-guide, gireranno con un catalogo a schede come mezzo per interagire giocosamente e distribuire informazioni. Docenti di strada in incognito con un puntatore laser interverranno dal nulla, incontri, talks e live Sessions di pittura.
Continua a leggere: Pantheon, a history of art from the streets of New York
Della serie ‘come ti reinvento la facciata del negozio’. Un chiavaio newyorchese, di Greenwich, nel West Village, come poteva decorare l’esterno del suo negozio? Con le chiavi, naturalmente, visto che ne aveva a centinaia di quelle venute male.
Si tratta di un negozio aperto nel 1968 e già da diversi anni il proprietario, Phil Mortillaro, voleva renderlo speciale. All’inizio si era affidato al progetto di un architetto, ma era troppo costoso e avrebbe reso la facciata simile a un negozio di giocattoli.
Dopo aver ottenuto il permesso dalla Landmarks Preservation Commission, Mortillaro si è così dedicato personalmente alla decorazione della sua bottega, nei momenti liberi ha costruito questo complicato reticolo di chiavi…tra spirali e segni primitivi. Chissà da cosa avrà tratto ispirazione… forse si tratta solo di arte spontanea…
Photo via Nickscout on Flickr

Un grande quadro di Tiziano, Sacra Conversazione. Madonna, Gesù Bambino, San Luca e Santa Caterina d’Alessandria, è stato venduto per 16,9 milioni dollari ieri da Sotheby’s a New York, battendo il record d’asta per l’artista.
La tela è del 1560 e Tiziano l’avrebbe dipinta con l’aiuto dei suoi assistenti di studio, questo il motivo del ribasso rispetto alle stime di prevendita (20 milioni di dollari).
L’asta Important Old Master Paintings & Sculpture ha totalizzato più di 90 milioni di dollari. Protagonisti insieme aTiziano, Vernet, Brueghel il Giovane, Wtewael, Dou, Van Vliet e Perino.
Vi ricordate di Olek, l’artista polacca che lavora con l’uncinetto? Prima di Natale, l’eccentrica artista urbana si è decisa a portare un po’ di movimento nella zona di Wall Street. Il mitico toro in bronzo che da oltre 21 anni campeggiava nella piazza di fronte alla borsa americana (Bowling Green Park), ha deciso di indossare un maglioncino, anzi una vera e propria tuta! Il Charging Bull, meglio conosciuto come Wall Street Bull è un’opera che lo scultore italo-americano Arturo Di Modica, piazzò illegalmente nella zona ed in seguito venne comprata dall’amministrazione della Grande Mela.
In meno di quattro ore il toro è stato ricoperto di filati color porpora, magenta, verde acqua marina e nero. Una volta completato il pezzo sul profilo Facebook di Crocheted Olek è apparso un aggiornamento di stato: “Happy Bullish…”, che si traduce come “Buoni Rialzi…”
La bravata è stata rapidamente rimossa da un custode del parco armato di forbici e forse anche Olek (con la lacrimuccia agli occhi) non si è opposta, per evitare possibili conseguenze legali. Ma è stato un vero peccato, perché chissà come sarebbe apparso il toro in contrasto con il bianco della città sommersa dalla neve di questi giorni.
Olek colpisce ancora e fa il cappotto al toro di Wall Street




Il presunto Velázquez del Metropolitan Museum of Art è stato validato da un pool di esperti. Fino ad adesso era stato considerato un falso, da quando trentacinque anni fa era stato tolto dalla collezione del museo. Si tratta del ritratto di Filippo IV a 18 anni, appena subentrato al trono, vestito con un abito nero e un collare bianco.
Faceva parte di un gruppo di trecento opere che nel 1973 erano state considerate dubbie dal Metropolitan Museum of Art, tra cui c’erano anche alcuni Rembrandt, Vermeer e El Greco. Ma molti avevano continuato a credere che questo pezzo, arrivato al Met nel 1914 come originale e poi bollato come ‘proveniente dalla bottega di Velasquez’, fosse autentico per davvero. C’era anche una ricevuta emessa nel dicembre 1624, firmata personalmente da Velázquez e pagata dal re.
Per avere prove certe è stata dunque eseguita una ripulitura e poi un’accurata scansione ai raggi X, che ha portato alla luce le pennellate distintive di Velázquez. Oggi, dopo la riattribuzione, si sta procedendo ad un restauro completo del dipinto.
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