Beware the eyes that paralyze and take a picture of them (Fai attenzione agli occhi che paralizzano e catturali in una foto). Con questa frase Ojo Seňor!, collettivo di base a Barcellona, ci accoglie sul proprio sito.
L’attività del gruppo è cominciata nel maggio di quest’anno. L’idea, non nuova ma sicuramente ancora poco sviluppata, è quella di fare street art con piccole luci a LED colorate. Fulminati nel cammino dalla visione del film Il Villaggio dei dannati (pellicola di Wolf Rilla del 1960, rifatto da John Carpenter nel 1995), questi matti catalani hanno cominciato a piazzare i LED sui poster con le immagini tratte dal film.
Le luci sono state applicate in corrispondenza degli occhi dei bambini alieni. Il risultato, soprattutto per chi viene sorpreso da questi poster mentre cammina per strada, è inquietante ed affascinante allo stesso tempo.
Lasciamo per un attimo da parte le polemiche che hanno accompagnato l’apertura del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia e vediamo di capire come si sviluppa il Padiglione Italia nel Mondo. La piattaforma internazionale dedicata all’arte contemporanea italiana nel mondo, è stata voluta sempre dallo stesso Vittorio Sgarbi, nel 150esimo anniversario del nostro paese. Si tratta di un progetto del MAE - Ministero degli Affari Esteri, in cui gli 89 Istituti Italiani di Cultura nel mondo ospitano altrettante mostre di artisti italiani che operano in quei contesti.
Nel video che vedete qui sopra, realizzato da Michele Bajona e Federico Ferrario per l’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona, i protagonisti sono Antonio Violano (scultura), TVBOY (street art), Daniel Arvizu (fotografia e video), Benedetta Tagliabue (architettura).
Interessante mi sembra soprattutto il taglio documentaristico che gli autori hanno scelto. Il video, seppur nella sua brevità, chiama in causa molti fattori: il rapporto individuale con la produttività artistica, lo spazio e i materiali con cui gli artisti operano, la dimensione creativa in cui ciascuno si immerge.
I negozianti di Barcellona credevano di fare bene, assoldando per poche centinaia di euro alcuni graffiti artist per decorare le proprie serrande di sicurezza. Me le autorità cittadine hanno posto il veto, sostenendo che i graffiti ‘degradano il tessuto urbano’.
Così sono arrivate le prime multe, decisamente ’salate’. 600 euro per ‘comportamenti antisociali’, ed a pagarle sono già stati circa 150 commercianti della capitale catalana. Da una parte, il Comune non fa niente per chi stende i panni in pieno centro storico, dall’altra, reprime una forma legale di graffiti, senza fare distinzione tra taggaroli e artisti, sostengono alcuni cittadini.
C’è chi con questo tipo di commissioni ci campa, come il gruppo Enrotlla’t e ha dato vita ad un vero e proprio immaginario urbano. Uno dei fondatori, Jordi Llobell dà la colpa di questo momento di criminalizzazione, alla crescita esponenziale del tagging selvaggio, iniziata dieci anni fa. Piuttosto che dedicarsi ad un bel dipinto murale, i grafiteros hanno optato per uno scarabocchio veloce che permette sempre di scappare in tempo.
Comunque si svilupperà la vicenda, è certo che il divieto di dipingere negli spazi pubblici, con il permesso dei proprietari, non fa una bella pubblicità a Barcellona, città che ama presentarsi come tranquilla e liberale.

Let Us Face the Future (Lasciateci affrontare il futuro oppure Guardiamo in faccia il futuro), un’affermazione che suona come un campanello d’allarme in questi giorni in cui l’Europa è attraversata dalle legittime proteste di studenti e giovani disoccupati. Ma questo non è lo slogan sullo striscione di una manifestazione, ma il titolo di una mostra che prende il via oggi alla Fondazione Joan Mirò di Barcellona.
Si tratta di un viaggio attraverso l’arte britannica dal dopoguerra alla fine degli anni Sessanta (1945-1968). Ottantotto opere di artisti del calibro di Henry Moore e Francis Bacon, David Hockney, Anthony Caro e Bridget Riley. C’è spazio anche per i collages di Eduardo Paolozzi, scozzese di origine italiana precursore della pop art, Peter Blake (nella foto sopra) e Richard Hamilton.
Poi i pittori della scuola di St. Ives (villaggio di pescatori della Cornovaglia), Peter Lanyon e Roger Hilton, i costruttivisti (Victor Pasmore su tutti) e il nuovo figurativismo di Lucian Freud, Leon Kossoff e Frank Auerbach.
Insomma, la più grande mostra sulla pittura inglese mai realizzata in Spagna, ricca di incontri ed eventi collaterali, che andrà in scena fino al 20 febbraio 2011.
Ecco Pintalla, un grande happening di action painting e live painting che si è svolto qualche settimana fa a Barcellona. Si dipinge e si ridipinge sopra, poi si cambia tela. All’opera i membri del collettivo artistico Democracia Urbana (Ovni, Kafre, Zosen, Sensible, Kenor, H101, Gola, Pez, tom14, Neuroticca y Mui).
Una piattaforma abbastanza distante dalle classiche crew di writer in lotta tra di loro per gli spazi. Qui abbiamo a che fare con artisti realmente consapevoli del loro ruolo nel tessuto sociale, la cui ricerca parte dall’esplorazione urbana, la progettazione di murales e la cultura di strada come modalità partecipativa ed educativa.
Ecco il manifesto del collettivo. “Democrazia Urbana riconosce l’essere umano come protagonista della città e dello spazio pubblico, palcoscenico aperto di tale partecipazione. Si tratta di una strada aperta, un incontro tra architetti, pittori, attori, giardinieri, musicisti, ingegneri … agenti attivi in grado di rigenerare gli spazi perduti della città. “
Da labirinto a labirinto, è arrivata da pochi giorni al CCCB di Barcellona la mostra Per Laberints.
Che l’uomo sia da sempre affascinato dal tema, è un fatto provato, ma noto una nuova ondata di interesse. Che la ragione sia da spiegarsi nei tempi?
Secondo Eco, che ha curato il catalogo, la passione verso il soggetto, dimostrata da migliaia di anni di storia, ha origini quasi psicologiche, in quanto il labirinto rappresenta un aspetto della condizione umana. Il fatto cioè di trovarsi spesso in situazioni in cui è facile entrare, ma da cui è difficile uscire o che per uscirne, non si sa quale strada prendere. Questa interpretazione, a cui in effetti non avevo mai pensato (ho sempre visto il labirinto come intrattenimento puro) mi fa vedere questo tipo di costruzioni sotto una luce nuova.
La mostra è un viaggio attraverso i diversi modelli costruiti nel tempo. Non tutti i labirinti sono uguali, e i curatori hanno fatto una vera distinzione tra quelli con un solo percorso, quelli con più scelte e i dedali intricati con passaggi che non portano a niente. A suffragio di studi e teorie, sono stati raccolti pezzi archeologici, incisioni, disegni, illustrazioni, fotografie, mappe, installazioni contemporanee e modelli virtuali, come quello realizzato nel cortile del museo.
Fino al 9 gennaio 2011.
Per Laberints - CCCB - Barcellona




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Herbert Baglione è un artista che seguo sempre con piacere perché sa rinnovarsi, inventare nuove tecniche, innamorandosi di un particolare colore, lasciandosi affascinare da quelle linee che lui stesso crea. Ciò che rimane è la sua abilità nel dare forma e spazio alle figure e all’ambientazione in cui sono immerse, che risulta come un prolungamento della loro anima.
L’artista brasiliano è giunto ad aprile a Barcellona, dove ha realizzato alcuni lavori in loco per l’apertura della sua personale alla Iguapop Gallery, che avverrà questo giovedì 22 aprile. Last Chance for a Slow Dance (L’ultima occasione per un ballo lento) è il titolo del progetto, che prende il nome di una canzone dei Fugazi, band degli anni ‘90 che ha portato avanti la sua ricerca indipendente negli ambiti del punk e del rock.
Come potete vedere dalla galleria di immagini qui sotto, per questo solo show catalano (che sarà visitabile fino al 29 maggio 2010), Herbert ha utilizzato tinte scure e linee sottili. Disegno e decorazione si confondono grazie alla sua abilità di rendere esteticamente “conturbanti” anche linee che, a prima vista, potrebbero avere solo una funzione organica nell’equilibrio estetico della composizione.

Come sapete lo scorso weekend mi trovavo a Berlino per Transmediale 10 e come sapete negli stessi giorni si svolgeva il festival The Influencers: scelte complicate che spesso vengono decise daeel prenotazioni aeree e purtroppo non ho ancora il dono dell’ubiquità.
Saranno questi un sabato e una domenica all’insegna del reportage (a seguire arriveranno i pezzi di Transmediale), del racconto vivo di un evento che rimane forse il documento più prezioso di un lavoro giornalistico. Grazie a Luca Lo Coco, che ha acconsentito a rispondere ad alcune mie domande, ecco dunque un racconto vivido e brillante della tre giorni di Barcellona: lo ringraziamo anche per le gli scatti che ci ha generosamente regalato.
Detto ciò, prima di lasciarvi alle sue parole, mi sento di dover fare una parentesi: conoscevo il lavoro di Luca tramite la piattaforma QuitMag, ma questa intervista mi ha colto un po’ di sorpresa. Vengo infatti a sapere che Luca è coinvolto in una diatriba legale a causa di un suo lavoro, che va avanti dal 2007 e che si concluderà nel 2010, come leggerete nelle presentazioni: cercheremo eventualmente di saperne di più di questa storia.
Intanto buona lettura.
The Influencers 2010 by Luca Lo Coco




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Scultore catalano classe 1955 Jaume Plensa comincia utilizzando materiali pesanti, come bronzo e ferro. Col tempo sperimenta nuova materie plastiche di sintesi che gli consentono di giocare con nuovi volumi e prospettive di luci. Molte delle sue più famose creazioni rappresentano una figura umana seduta, con le ginocchia raccolte attorno al busto. L’unità minima compositiva sono segni alfanumerici, disposti casualmente, secondo varie dimensioni.
Le sue opere, che sono state piazzate nei più svariati contesti pubblici in tutto il mondo sono attraversate dalla luce del sole o magari illuminate artificialmente. Innescano sempre un dialogo con lo spazio circostante, perché anche l’arte di plasmare le forme e di renderne i volumi è contingente. Plensa collabora con il gruppo di ricerca La Fura Dels Baus.

The influencers - Arte, comunicazione guerriglia, Radical Entertainment è un progetto di Bani Brusadin, Eva e Franco Mattes (aka 0100101110101101.org), che va in scena dal 4 al 6 febbraio a Barcellona. Presentazioni, proiezioni, workshop ed azioni con la partecipazione di alcune delle voci più interessanti nell’utilizzo dei tactical media e della guerrilla art.
The Yes Men, ZEVS, James Acord, Donkijote, Black Label Bike Club, Joan Leandre (Retroyou) e Critical Art Ensemble saranno protagonisti di una tre giorni di riflessione che affronta il potenziale di comunicazione non convenzionale nella società contemporanea. Zone di confine, esperimenti di ibridazione fra culture, dove collassa il sistema l’utente tattico si inventa nuove vie d’uscita.
Il festival The Influencers va in scena dal 2004 e raccoglie burloni, celebrità, media artist, giochi per computer, gruppi di ciclisti pazzi (nella galleria) e molto altro. Che si tratti di opere d’arte o di progetti di vita a lungo termine, queste pratiche sono alimentate da un gusto visionario per la bizzarria e da un forte desiderio di cambiamento sociale.
Nella foto più sopra un lavoro di Blu, il cui lavoro è stato ampiamente approfondito e celebrato nelle passate edizioni del festival.