Se siete a Berlino in questi giorni, vi sarete senz’altro imbattuti in installazioni luminose sparse per l’intera città.
Fino al 23 ottobre la capitale tedesca ospita infatti la settima edizione del Festival of Lights, evento artistico fra i più rilevanti al mondo sul tema “illuminazioni”. Con la direzione artistica di Birgit Zander, dal 2005 la manifestazione è cresciuta di popolarità, spessore e pubblico, trovando l’appoggio di istituzioni e sponsor commerciali che consentono l’organizzazione di un evento cittadino completamente gratuito, aperto ed economicamente sostenibile. Sono infatti gli spazi urbani i protagonisti assoluti del Festival: strade, piazze, palazzi e interstizi metropolitani trasformati in spazi espositivi che prendono vita grazie a performence, installazioni, projection mapping. Il quartier generale del Festival of Lights si riconferma la centralissima Potsdamer Platz.
Per entrare nello spirito dell’evento, riporto nella gallery il mistico “Time guards” di Manfred Kielnhofer. Per avere aggiornamenti costanti e foto in tempo reale, è invece possibile consultare la pagina Facebook del Festival a questo link. In alto, infine, ecco il trailer: devo dire che non mi piace molto, ma lo stile evidenzia la volontà di creare e comunicare un evento pop destinato a un pubblico completamente trasversale e non di settore.
Il Freedom Park di Berlino è un progetto nato dalla collaborazione tra Dudes Factory e 50 street artist per commemorare il 50° anniversario della costruzione del muro di Berlino (13 agosto 1961). E’ una mostra a cielo aperto, fatta di blocchi originali del muro che in origine sorgevano presso la famosa Porta di Brandeburgo e che ora si trovano sull’ex linea di separazione tra est e ovest della Germania, nel parco del Nhow Hotel. Inaugurato con una cinque giorni di live paint, dove 13 artisti di fama internazionale hanno dipinto un totale di 17 pezzi di muro, il Freedom Park è visitabile e aperto a tutti e gli eventi correlati, così come le opere d’arte, continueranno fino al 25° anniversario della costruzione del muro. Quindi niente meno che fino al 9 novembre 2014, data in cui si terrà un’asta di beneficenza, i cui ricavi (ma solo per il 50%) saranno devoluti alle organizzazioni per i diritti umani.
Ecco alcuni degli artisti che hanno collaborato al progetto: Miss Van, Thierry Noir, Nunca, mcbess, Superblast, Anton Unai e Low Bros. E’ stato chiesto loro di rappresentare il concetto di libertà, in particolare in un contesto come quello di Berlino, in cui è stata negata per decenni e dove il muro ha diviso la città per 28 anni. Il Fredom Park è stato ideato per stimolare nei visitatori un esame critico delle cause e delle conseguenze della divisione tedesca. Ma, soprattutto, dovrebbe servire come promemoria di tutto ciò che la caduta del muro ha portato, compresa la negazione della libertà che ne è derivata. il progetto riutilizza appositamente pezzi del Muro di Berlino come simbolo di speranza e per una risposta pacifica a dittature e sistemi repressivi. E per la Germania, soprattutto, ha la funzione di “memento” : mai più dittature.
Continua a leggere: Il Freedom Park di Berlino e la street art

Ormai si moltiplicano i casi di ‘street art archeology‘, graffiti e pezzi su strada che vengono restaurati o riportati alla luce. Vi avevamo già parlato del Gorilla rosa di Banksy, che era stato erroneamente coperto ed adesso è in corso di restauro.
La notizia di oggi invece arriva da una galleria di Berlino, la Kuenstlerhaus Bethanien, dove alcuni restauratori hanno raschiato via diversi strati di vernice da un muro interno, per far riemergere uno dei vecchi lavori di Banksy. Realizzato dall’artista nel 2003, quando ancora la sua fama stava per esplodere, il pezzo era scomparso sotto diversi strati di nuova pittura, come d’uopo ad ogni vernissage.
Ora che è stato recuperato, resterà in mostra fino al 22 ottobre. Si tratta di un dipinto murale dal titolo Every picture tells a lie. Il progetto di recupero fa parte della mostra dell’artista americano Brad Downey, What Lies Beneath, che riflette proprio sulla dimensione degli strati di vernice che si sovrappongono.
Ora dietro al murales ci sono già diversi interessi, non ultimo quello della casa d’aste Bonhams. Ma Stephane Bauer, il gallerista, sembra essere più orientato a lasciare che il pezzo faccia la sua strada e venga nuovamente ricoperto. Sarà vero?
Sweza è un artista urbano di base a Berlino che ha lavorato spesso in Italia, a Bologna. Il suo è un lavoro di ‘modifica dello spazio pubblico’. Già in passato aveva utilizzato il QR Code per far sì che la gente, per strada, potesse visualizzare i graffiti che erano stati coperti o rimossi.
QRadio è l’ultimo progetto di Sweza: cinque installazioni audiovisive e interattive nelle strade della capitale tedesca. Si tratta di un omaggio vintage in onore della vecchia musicassetta: cinque poster a forma di mangianastri, al centro un codice QR. Leggendolo con uno smartphone abilitato, la cassetta comincia a girare e parte un’applicazione che suona un brano musicale. Si tratta di Beat Bounce di Deniz Kahn.
Se siete a Berlino, o avete intenzione di farci un salto entro la fine di agosto, vi consiglio di visitare una doppia mostra sul fotografo ungherese Gyula Halász, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Brassaï.
Organizzata dalla National Gallery, la mostra In the Studio e On the Street sarà visitabile fino al 28 agosto. La prima parte (costituita con la collezione del Berggruen Museum) ci conduce alla scoperta del rapporto tra Brassai ed i contemporanei: Braque, Picasso e i surrealisti. La seconda ci porta all’interno di quello che Henry Miller definì l’occhio di Parigi, la personalità di un vero e proprio poeta prestato alla fotografia.
Grazie a lui abbiamo testimonianza dei veri e propri graffiti scolpiti sulle mura di Parigi ai primi del novecento. Sono testimonianza di un’arte primitiva, spontanea, di cui, dopo Brassai, si innamoreranno in molti, tra cui Jean Dubuffet.

Il 12 e 13 marzo a Berlino OCCULTO FEST è una due giorni di festival dedicata ad artisti e musicisti che nei loro lavori mostrano modi atipici, creativi e inusuali di racogliere e usare dati. Si tratti di suoni, dati scientifici, linguaggi di programmazione, racconti, circuiti o immagini selezionate sul web, il punto di contatto fra i partecipanti è che la loro arte è consacrata alla filosofia DIY (Do It Yourself), ovvero che sia anche accessibile e riproducibile da user e appassionati.
La suggestione di OCCULTO FEST parte dall’idea che la ricerca artistica offra risultati sorprendenti non solo per il fruitore, ma anche per l’autore: il cambiamento inaspettato, le deviazioni, le distorsioni sono parte integrante del percorso artistico e intellettuale e possono essere anche non inenzionali senza perdere il loro valore euristico.
Il festival si propone come un’esplorazione a cavallo fra sperimentazione scientifica, suggestioni inconscie, realtà fisica usando musica, video e altri media. Il programma è molto serrato, dividendosi fra performance, workshop, seminari e proiezioni video: maggiori informazioni a questo link.
[Immagine in alto: Detection, workshop creato e diretto da Martin Howse and Martin Kuentz, diviso in due parti]
La Open Zone è in assoluto lo spazio più emozionante del festival, nonostante sia riuscita a viverlo per pochi stralci. Pensata come luogo di attraversamento e formazione continua, Open Zone ha ospitato una straordinaria quantità di gruppi, workshop, performance e installazioni, occupando e riempendo tutta la sala cenrale della Hause.
A metà fra un laboratorio, un hacker space e un’esposizione, considero quest’area e questo concept un deciso successo per la capacità di coinvolgere il publico in attività pratiche e concrete: un modo reale di portarsi dietro un pezzo di festival, ma anche di creare dialoghi e collaborazioni fra gli artisti e i gruppi coinvolti. Delizioio ad esempio la Open Design City allestita dal collettivo Open Design; Identity Bureau, il laboratorio di Heath Bunting dedicato ad una riflessione radicale sull’identià e sul potere; The Wanted & For Sale Office, progetto ideato dal collettivo com.post per promuovere un’econmia basata sul dono e sullo scambio (nel bel mezzo dlla Hause è stato inoltre allestito un vero e proprio mercatino del baratto aperto ai visitatori); interACTicons - Workstation, progetto di Ursula Endlicher dedicato ad una riflessione filosofica, partecipata e teatrale sul scial web che ha coinvolto i partecipanti con workshop e performance live (mi sarebbe piaciuto partecipare…); lo spazio CoS, una pubbblicazione cross-mediale che ha originato una mappa emozionale globale in realtime, esplorando attraverso workshop temi collegati al publishing ubiquo, l’identità, il tempo e lo spazio digitale; Response:Activities, parallelo e complementare al titolo del festival (Response:Ability), uno spazio di workshop dedicato ai media tattici e all’attivismo politico.
Un via vai di gente composito che ha potuto beneficiare di contatti diretti con gli artisti, scegliendo secondo le proprie attitudini wprkshop, presentazioni, performance: ogni festival secondo me dovrebbe implementare moduli di questo tipo nella sua programmazione.
Un po’ tardi per postare, ma mi trovo a Berlino, proprio dentro la House of Culture, dove mi godrò questa lunga settimana di transmediale festival, con tanto di connessione per scrivere
Vi avevo promesso che il blog ci “sarebbe stato” e infatti eccomi qua con le prime immagini. Iniziamo forse con le più belle, quelle che rimangono nascoste all’occhio del pubblico: lo spazio si sta creando sotto i miei occhi. Sono le sette ad è ancora tutto un calno e strutturato fermento. Artisti, tecnici, organizzatori stanno ultimando le istallazioni. C’è un tranquillo chicchiericio che si diffonde insieme a rimori di martelli, scotch strappato, passi di gente che sale e scende da grandi scale, sound check e suoni elettronici improvvisi che si espandono delle installazioni.
Oggi non parleremo di contenuti, ma solo dello spazio. La soluzione architettonica scelta par l’allestimento privileggia un semplice bianco e nero: lo stesso minimalismo che domina il logo, il sitto e in generale il consolidato stile grafico di transmediale. Sono tre le aree principali di cui si compone il festival: il grande auditorium che ospita le conferenze; l’area espositiva (l’exhibit); una open zone pensata come luogo del’”imparare facendo” in cui si svolgono workshop, presentazioni, performance. Semplici teli di nylon bianco, in tensione su assi di metallo, si srotolano in modo labirintico lungo l’architettura della House of Culture, fungendo da separé: è questa l’anima del progetto di allestimento. Il resto (blocchi, cubi, struttire in legno) è tutto nero.
Adesso vi lascio con una gallery che sarà certo più efficace della mia spiagazione. A domani per l’opening del festival.
transmediale.11 RESPONSE:ABILITY from transmediale on Vimeo.
Dal 1 al 6 febbraio prossimi, torna a Berlino la storica kermess dedicata all’arte e alla cultura digitale, transmediale. Fra performance, workshop, open lab, incontri, la location principale del festival si conferma presso la Berlin’s House of World Cultures. Vi anticipo che, come l’anno scorso, ci sarò, e con me anche il blog con foto e reportage.
Il tema di quest’anno è “RESPONSE:ABILITY!”, uno sguardo critico su come la cultura digitale stia ridefinendo la nostra presenza fisica con una tensione costante verso la creazione di una comunità globale interconnessa e interdipentdente. Al centro della riflessione le forme emergenti della bio-politica, dell’economia e delle dimensioni affettive di una società che si manifesta in modo sempre più radicale sotto forma di “stream” (live e online), frutto maturo del Web 2.0. “RESPONSE:ABILITY!” lo possiamo leggere su almeno tre livelli semantici: la responsabilità, la necessità di dare una risposta, le “abilities” (capacità e competenze) che come “user” abbiamo non solo nel partecipare, ma anche nel dar forma alla nostra contemporaneità, interrogandoci su essa.
Fra le personalità e i gruppi che interverranno: Kelly Sutton, Heath Bunting, Mushon Zer-Aviv, Elizabeth Stark, Peter Sunde, MODD_R, Angel_F. Franco Berardi (aka BIFO), Maurizio Lazzarato, Tim Etchells, Jordan Crandall, Mark Hansen, Carolyn Guertin, Paul Vanouse saranno i protagonisti della conferenza “BODI:RESPONSE” incentrata sul tema del corpo, della dematerializzazione e della ridefinizione dello spazio. Infine gli artisti (fra questi Les Liens Invisibles, Heather Kelley, Daito Manabe, Ursula Endlicher, ubermorgen.com, Christin Lahr, Evan Roth e il collettivo indonesiano HONF) e l’attesa cerimonia di premiazione di cui vi terrò aggiornata.
Concludo con un invito a consultare il vasto programma per chi fosse interessato, e un piccolo cenno al trailer (video in alto) del festival: veramente molto bello.

Cominciamo oggi questo reportage a puntate dalle strade di Berlino. Se seguite Artsblog saprete che siamo decisamente appassionati di street art e c’è da dire che la capitale tedesca offre molte prospettive al riguardo. Dai vecchi, enormi e bellissimi murales degli anni ‘90, che raccontano la storia politica del presente e rendono viva la memoria collettiva, agli stencil-lapide dedicati alle vittime del muro, passando per coloratissimi graffiti e numerosi campagne di attivismo politico attraverso l’arte urbana.
Il primo sito che mi ero appuntato di visitare è un enorme pezzo di tape-art dello street artist El Bocho. Perché? Anzitutto perché si tratta di un pezzo ‘outdoor’ realizzato col nastro adesivo, destinato, prima o poi, a scomparire. Poi perché El Bocho, uno degli artisti più produttivi e originali della scena berlinese, mi ha sempre incuriosito. Dal centro (Friedrichstrasse) prendo così la metropolitana viola (U6) direzione Alt-Tegel e scendo dopo poche fermate a Wedding. Bastano pochi metri per trovare lo Stadt-Bat, le piscine comunali dove, nel luglio del 2009, si è svolta Urban Affairs Extended, che ha portato l’arte urbana trasformando uno spazio pubblico in una galleria.
Per l’occasione El Bocho ha dato vita al più grande pezzo di tape-art mai realizzato finora. La foto che vedete qui sopra (come quelle nella galleria più sotto) sono state scattate il giorno dell’inaugurazione, il 4 luglio 2009. Io arrivo un anno e quattro mesi dopo e mi trovo di fronte un grande spettacolo, a distanza di dieci metri, sul lato opposto della strada, il pezzo mantiene intatta tutta la sua bellezza. Ha la perfezione di una stampa e il fascino di un lavoro artigianale, di carta. I capelli della ragazza si ingrandiscono fino a diventare la texture dell’intera facciata, su cui campeggia la scritta “And then we take Berlin” (Così ci prendiamo Berlino), ironica e pacifico segnale di una piccola, grande vittoria dell’arte… [Continua]
Photo: Alexander Hüsing (azrael74) via Flickr
Berlin Report 01: la tape-art di El Bocho a Wedding



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