Nel video qui sopra Marina Abramovich parla delle motivazioni che l’hanno spinta a preparare la sua ultima performance al Moma. In questi giorni, invitata ad uno show televisivo, per circa 50 mila euro ha accettato di rispondere ad una domanda scottante,”Come ha fatto pipì?”
L’artista è rimasta seduta nell’atrio del museo per tre mesi, più di sette ore al giorno, incontrando i visitatori seduta su una sedia senza braccioli, con un buco sotto per fare pipì, ma non l’ha mai usato. “Non ho mai voglia di fare pipì, mi sono seduta su un cuscino”. Per preparare la sua più lunga impresa, 716,5 ore di lunghezza complessiva, la Abramovic è divenuta vegetariana sei mesi prima della mostra, cominciando una dieta basata su cibo leggero e cereali. Una delle pratiche preparatorie era svegliarsi ogni 45 minuti durante la notte, per bere acqua e rimanere idratata.
Durante la performance ha ripercorso le varie fasi della preparazione attraverso gli abiti che indossava. Il primo mese l’abito blu, per “tranquillizzare la sua mente”. Il vestito rosso il secondo mese simboleggiava l’ “enorme quantità di dolore fisico” lei stava vivendo, in particolare dalla sua sedia senza braccia – e il gonfiore alle gambe. L’abito bianco, indossato durante l’ultimo mese, rappresentava “la chiarezza, l’immateriale”. Tutt’intorno a lei, nel museo, 36 artisti/performer mettevano in scena la grande retrospettiva delle sue performance.

A New York il Mad - Museo di Arti e Design è in procinto di aprire Dead or Alive, una mostra che presenta il lavoro di trenta artisti internazionali che utilizzano materia organica o comunque materiali un tempo in vita. Insetti, legumi, piume, pelliccia, conchiglie, ossa, bozzoli dei bachi da seta e molto altro.
Una mostra che lancia anzitutto una scommessa: attirare nuovo pubblico al museo. Si comincia a farlo a partire dall’apertura in anteprima, in cui il pubblico viene invitato a guardare gli artisti nel mentre installano il loro lavoro, dando quiindi uno spazio da ribalta al dietro le quinte.
Dead or Alive prosegue fino al 24 ottobre 2010 con installazioni site-specific di Jennifer Angus (nella foto, una sua opera), Nick Cave, Tessa Farmer, Tim Hawkinson, Jochem Hendricks, Damien Hirst, Alastair Mackie, Kate MccGwire, Susie MacMurray, Shen Shaomin e molti altri. Nelle loro mani la materia inerte viene riportata in vita in maniera ironica e provocatoria.

Il Museo d’Arte di Tyler, nel Texas, si prepara ad ospitare una mostra dedicata al mondo illustrato di Babar. In esposizione dal 6 giugno al 22 agosto 2010 una collezione di acquerelli originali e bozzetti realizzati da Laurent De Brunhoff.
Circa 70 opere originali tratte dal libro per bambini Babar’s Museum of Art, in cui si racconta di come Babar e sua moglie Celeste abbiano trasformato una vecchia stazione ferroviaria in un museo d’arte. Nel libro, De Brunhoff rende omaggio ad artisti come Leonardo da Vinci, Paul Cézanne e Picasso, adornando con le loro opere le pareti della stazione.
Babar naque dalla penna di Jean De Brunhoff. Dopo la sua morte, nel 1937, il figlio Laurent cominciò a portare avanti le sue storie, a cui il Tyler Museum insieme alla Mary Ryan Gallery di New York dedica questa mostra.

Christian Boltanski torna a proporre il proprio monumentale lavoro, questa volta al Park Avenue Armory di New York. No Man’s Land (Terra di nessuno) è il secondo progetto nel programma annuale della struttura, che andrà in scena dal 14 maggio al 13 giugno 2010.
Dopo il grande successo di Personnes (nella foto) al Grand Palais di Parigi, Boltanski attraversa per la prima volta l’oceano con uno spettacolo che coinvolge etica e poetica, esplorando i concetti di identità, memoria e perdita.
L’installazione di Boltanski, che sfrutta gli spazi verticali dell’Armeria di Park Avenue, è una contemplazione emotiva che fonde umanità, mortalità e individualità, scardinando i rapporti spaziali tra opera e visitatori. All’ingresso il pubblico si troverà di fronte ad un muro massiccio sessantasei metri di lunghezza costruito di scatole impilate di biscotti ossidati, attorno al quale si sviluppa un paesaggio di indumenti smessi. Attendiamo dunque il 14 maggio per saperne di più.
A volte è interessante buttare un occhio al di là dell’oceano, per capire quali sono i movimenti in corso e come si ’spinga’ certa arte contemporanea, piuttosto che altra. Si apre il 16 aprile al Minneapolis Institute of Arts (MIA), Until Now: Collecting the New (1960–2010), Fino ad oggi: Collezionando il Nuovo (1960-2010), un grande allestimento con opere di oltre 90 artisti che hanno saputo sfidare e modificare le dinamiche in corso all’interno delle arti visive negli ultimi cinquant’anni.
Elizabeth Armstrong, ha messo insieme un allestimento che attinge alla collezione del Museo, ma anche a diversi prestiti privati e che farà parte di alcune mostre itineranti e nuovi programmi pubblici di acquisizione. Una vasta panoramica sull’arte più attuale, tra maestri e nuovi talenti. Una speciale sezione, dal titolo Arte Remix, metterà opere d’arte contemporanea a fianco di capolavori storici. Ne nascerà un dialogo sul nostro passato più presente, tra nuove prospettive e vecchie impronte, soltanto apparentemente indelebili.
Ecco la lista degli artisti in mostra: Mequitta Ahuja, Doug Aitken, Siah Armajani, Rebecca Belmore, Ross Bleckner, Michaël Borremans, Nick Cave, John Chamberlain, Mona Hatoum, Zhang Huan, David Hockney, Alfred Jensen, Jasper Johns, Ilya Kabakov, Yayoi Kusama, Roy Lichtenstein, Takashi Murakami, Yoshitomo Nara, Claes Oldenburg, Roxy Paine, Gerhard Richter, Peter Saul, Carolee Schneemann, Bill Viola, e Andy Warhol.

Proseguirà fino al 30 agosto 2010, alla Neue Galerie di New York, la prima grande retrospettiva americana su Otto Dix (1891-1969). L’artista tedesco, fondatore della Neue Sachlichkeit (Nuova oggettività), fu attivo soprattutto durante la Repubblica di Weimar, influenzando la tradizine visiva del periodo con la sua visione cruda, senza sconti, della malvagità umana e delle contraddizioni che attraversano la società.
Organizzata da Olaf Peters, la mostra presenta più di 100 capolavori provenienti da Stati Uniti, Canada ed Europa. Quattro le aree tematiche: le esperienze traumatiche di Dix come soldato nella prima guerra mondiale; il ritratto, genere in cui l’artista eccelleva; la sessualità, tema fondante la sua poetica; la dimensione spirituale e allegorica della pittura.
La Neue Galerie di New York è un museo dedicato all’arte e al design tedesco e austriaco dei primi del Novecento. Il suo nome ha le sue radici storiche in diverse istituzioni europee, le associazioni di artisti e le gallerie commerciali, soprattutto la Neue Galerie di Vienna, fondata nel 1923 da Otto Kallir.

Apprendiamo soltanto oggi della scomparsa a 83 anni di Nancy Spero, artista e femminista americana che aveva fatto della lotta contro la violenza politica una cifra espressiva della sua arte. Se ne è andata domenica nella sua casa di Manhattan.
Si è espressa con la pittura, il collage e la grafica e il suoi lavoro si è fatto conoscere a partire da “The War Series” (1966-70), una riflessione cruda sulla Guerra in Vietnam. Ha lavorato molto anche in Europa dove ha realizzato “Codex Artaud”, un progetto che, coinvolgendo i testi delpoeta francese, rifletteva sulla dominanza a livello discorsivo degli uomini nell’arte.
Fece parte del gruppo Women Artists in Revolution (WAR), che protestava contro le politiche sessiste e razziste dei musei di New York e fondò l’ A.I.R. Gallery, tuna cooperative di donne nata a SoHo. Dalla seconda metà degli anni ‘70 la sua cifra stilistica si era concentrata sulla rappresentazione della figura femminile e del suo spirito nella storia.
Arrivato qualche giorno fa in Toscana, il celebre attore teatrale e cinematografico di origine gallese si presenta nell’insolita veste dell’artista. In provincia di Arezzo, a Cortona, si sta svolgendo il Tuscan Sun Festival e Hopkins, compositore musicale e pittore è l’ospite di questa edizione dopo la partecipazione di Robert Redford dell’altr’anno.
“Sono Hannibal e faccio quello che voglio” dice l’attore, dichiarando: ”avrei voluto diventare musicista, fare l’attore è stato un ripiego”. Così ecco che ieri sera è andato in scena in anteprima mondiale il suo Winter’s Waltz al Teatro Signorelli con la partecipazione del direttore d’orchestra francese Stéphane Denève. Il concerto verrà ripetuto venerdì 7 agosto alle ore 21 con la partecipazione di Carlo Montanaro e sarà intermezzato da una conversazione fra Hopkins e Matthew Gurewitsch.
Sul versante della pittura invece è visitabile la mostra Masques che nella sede di Palazzo Casali sta già spopolando tra i turisti stranieri accorsi a Cortona per il festival e gli abiabitanti. Le tele più piccole vengono valutate dai 6.000 euro in su, mentre per quelle grandi i collezionisti arrivano a pagarne 50.000.
La California, si sa, è da sempre uno stato all’avanguardia per ciò che concerne la difesa dei diritti dell’individuo, delle minoranze, il benessere sociale e culturale. Ecco perché ci piace farvi conoscere Beautiful City.ca, una interessante campagna in difesa dell’arte e della cultura. L’obiettivo è rendere migliore, più democratico e diversificato l’accesso allo spazio pubblico.
Tutto ciò si compone di un sito internet, una serie di bellissime videoanimazioni (di cui potete vedere un assaggio qua sopra) e una petizione da firmare. In buona sostanza la Beautifulcity.ca Alliance è una rete di 48 organizzazioni di cui fanno parte gallerie, centri di formazione e ricerca oltre che progetti artistici veri e propri. I risultati che ha ottenuto questa piccola lobby è un aumento annuale del 53% dei fondi municipali disponibili per gli artisti i festival e le istituzioni, reperiti anche attraverso campagne di advertising urbano condotte dagli artisti e finanziate dai privati.

Una mostra inaugurata questo mercoledì a New York ripercorre il percorso artistico di Emory Douglas e il suo rapporto con i movimenti di emancipazione afroamericana. Curata da Sam Durant per il New Museum resterà visitabile fino al 18 ottobre 2009. Emory Douglas è stato un artista rivoluzionario al servizio del Black Panther Party, movimento di liberazione degli afroamericani nato nel 1966 a seguito delle battaglie di Malcolm X e Martin Luther King. In questi anni Douglas produsse molti lavori, quadri, illustrazioni, cartoni i cui soggetti sono divenuti famosi attraverso stampe, poster, cartoline e sculture.
Col tempo Douglas è stato capace di creare un’iconografia sempre più distinguibile ed un ‘vocabolario’ di immagini in diretta relazione con i programmi e le attività delle Pantere Nere. Uno stile unico e inconfondibile il suo, ricco di richiami alla pop art, al collage, ma capace di spingere l’energia dell’arte fino all’estremo, per poter farle veicolare messaggi politici. La lotta contro il razzismo e la violenza, l’apartheid, il diritto alla casa e allo studio sono conquiste che ancora bruciano nei neri d’America.
La mostra raccoglie 165 tra poster, giornali e stampe dal 1967 al 1976. Contemporaneamente il New Museum, lo Studio Museum in Harlem e Groundswell, un’organizzazione comunitaria, coprodurranno un grande murale che verrà installato tra la 122nd Street e la Third Avenue in Harlem. Un progetto di arte pubblica dal titolo What We Want, What We Believe, che vede la partecipazione di 15 giovani e che sarà anche il primo lavoro a New York di Douglas. Un laboratorio aperto che durerà due mesi, in cui Douglas potra insegnare le tecniche, il punto di vista e soprattutto la storia del movimento delle Black Panthers.