Se ne è andato sabato sera all’età di 72 anni, Dennis Oppenheim, artista eclettico nato a Electric City, nello stato di Washington. Nonostante un brutto cancro al fegato, Oppenheim aveva continuato a tener duro e lavorare per tutto il 2010. Sue le Radiant Fountains, sculture di luce collocate pochi mesi fa all’entrata del Bush International Airport di Houston, in Texas o l’installazione Still Dancing, sintesi sognatrice di scultura, architettura e teatro.
La sua prima personale era stata a New York nel 1968. Tra public art e concettuale, Oppenheim era stato tra i primi ad utilizzare la performance e la videoarte come modalità di espressione artistica. La sua era una ricerca continua di nuovi mezzi e materiali, che l’ha portato dalla scultura, alla land art, alla fotografia.
Poco propenso a ripetersi, Oppenheim aveva la grande capacità di stupire senza invadere lo spazio pubblico. Non tutti i suoi lavori mi sono sempre piaciuti. Ad esempio non amai la sua installazione nel cortile di Palazzo Ducale a Genova. Mi ricorderò però sempre delle sue Pathways to Everywhere (Sentieri che conducono ovunque), una grande installazione sospesa nell’aria.
Il genio creativo di Gabriel Orozco, 49enne poliedrico artista messicano, è da ieri in mostra alla Tate Modern di Londra. L’allestimento, che prosegue fino al 25 aprile, è a cura di Jessica Morgan e cerca di tenere insieme due aspetti centrali della poetica dell’artista. Il gusto per l’ironia e per il gioco e la capacità di parlare della caducità della vita.
Oggetti trovati, alterati in modo sottile nella loro essenza, sculture di assemblaggio che rivelano nuovi modi di guardare a qualcosa che ci è familiare. Un teschio con un motivo geometrico, una Citroën DS, che l’artista ha fatto a fette, dividendola in tre parti e ha poi ricomposto senza la parte centrale.
Completano l’allestimento una serie di scatti pescati quasi casualmente in giro: l’acqua raccolta in un pallone bucato, scatolette di cibo per gatti disposte sulla cima di una fila di angurie in un supermercato. Attimi di vita e di arte che si mostra alla vita. Con curiosità, con gioco.

Nancy Rubins è un’artista nata a Naples e cresciuta a Tullahoma, in Tennessee. Negli ultimi cinque anni la sua ricerca si è concentrata sull’assemblaggio di apparecchi elettrici, parti di aerei, barche, kayak e canoe, che vanno a costituire enormi installazioni open-air.
Una pazza, direte voi, come molti artisti d’altronde. Ma sapendo che la Rubins vive e lavora a Topanga Canyon, in California, allora potrete capirci qualcosa di più, sul dove e sul perché recupera i materiali per le sue enormi sculture. Le varie parti sono tenute insieme da lunghi cavi d’acciaio.
I suoi ultimi lavori sono stati in mostra quest’estate alla Gagosian Gallery di Beverly Hills. Alla Rubins piace molto l’alluminio, “è un materiale molto energetico, viene direttamente dalla terra”, ma si adatta a recuperare quello che il fiume offre. A volte barche rotte e ammaccate dalle rocce, a volte canoe nuove di pacca.
Senza dubbio in giro si vedono tanti “accrocchi”, assemblaggi di ‘oggetti trovati’ senza senso né forma. Il lavoro di quest’artista però mi sembra interessante, segue un suo ritmo - quello del fiume, e affascinante.

Comincia una nuova settimana con i Giochi di Artsblog e sono sempre di più i lettori che partecipano. Oggi dovrete scoprire di chi è la paternità dell’oggetto che vedete qui accanto. Si tratta di una scultura di assemblaggio realizzata con materiali di recupero…altri indizi? Potrei dirvi che il suo autore è stato associato a quella corrente che va sotto il nome di espressionismo astratto…ed a questo punto dovreste già essere sulla buona strada. 2 punti in palio per chi mi sa dire nome autore e titolo opera.
Nel frattempo vi ricordo che rimane ancora da risolvere l’ultimo gioco de L’artista misterioso, le cui citazioni vi invito a scoprire. Forza con le risposte!

L’artista canadese Luanne Martineau si è fatta conoscere per aver creato un’interessante tecnica di assemblaggio di sculture in feltro e lana. Esseri umanoidi, con tratti animali e vegetali presenti insieme, producono nell’osservatore un’esperienza che oscilla tra il fascino e la repulsione.
A livello tecnico si combinano le esperienze dell’artigianato e le eredità dell’arte degli anni 1960, che ripensa i materiali. Così a livello estetico la Martineau rende labili i confini tra lo stile e l’ideologia, tra la presupposta ‘altezza’ dell’arte contemporanea e la bassezza del corpo.
Ci sono riferimenti all’Espressionismo Astratto, al Postminimalismo, al femminismo e alla cultura popolare e fattori estetici, sociali e psicologici vengono trattati con un leggero tocco umoristico.

Il Link, lo spazio bolognese che tanto ha infiammato la vita culturale del capoluogo emiliano a partire dalla fine degli anni ‘90, chiuse i battenti della storica nel 2005 per trasferirsi in una zona più decentrata (via Fantoni, 21 – Bologna). In questo spazio naquero progetti davvero interessanti, come il Festival Netmage e il collettivo Xing.
Sabato 30 gennaio 2010 alle ore 21.30 in occasione di Arte Fiera Off Link Associated inaugura la programmazione 2010 con Illustre Scultura Polimaterica, un lavoro di Emilio Fantin, Luigi Negro, Giancarlo Norese e Cesare Pietroiusti (progetto Lu Cafausu), a cura di Rita Correddu e Alice Militello.
Si tratta di un’unica grande scultura composta da scarti di produzione raccolti presso gli studi di 30 artisti in giro per l’Italia, in un tour di 1500 km. “Lu Cafausu è territorio d’accumulazione di senso, di svolgimento di senso. Di mancanza di senso. È quello che siamo e non siamo simultaneamente, (scandalosamente) senza scandalo. È ciò che stiamo diventando e quello che siamo non stati. Al centro esatto di un lungo corridoio d’insalienze e fallimenti (una volta erano cipressi), passaggio per il limbo. È il nulla, segno oscuro, campo della disfatta.È un presagio inaccessibile, luogo alieno.
È il varco per l’ade”.

Qualche tempo fa il Guardian definì Subodh Gupta il Marcel Duchamp del subcontinente indiano. Per la sua prima personale in Inghilterra, che andrà in scena ad ottobre presso due gallerie private (Hauser & Wirth Piccadilly e Old Bond Street), l’artista sta preparando una rielaborazione tridimensionale in bronzo della Mona Lisa baffuta di Duchamp, LHOOQ (1919).
Le sue sculture incorporano oggetti di uso quotidiano assemblati con grande maestria. Oggetti omnipresenti in India e nel mondo, come i barattoli di latta, le pentole, i contenitori per il pranzo al sacco, le biciclette e i secchi per il latte, vengono decontestualizzati e ricombinati. Un esempio? Line of control (Linea di controllo, 2008) riproduce con pentole e padelle un grande fungo atomico scintillante.
A differenza di Duchamp il suo è più che altro un utilizzo del ready-made quale unità compositiva di nuove creazioni scultoree di assemblaggio. Il fascino dell’opera di questo artista nato nel 1964 a Khagaul, Bihar, risiede proprio nella sua capacità di manipolare e conferire nuovo senso ad oggetti appartenenti al design industriale, con un gusto tutto indiano, molto contemporaneo.

La Milton Keynes Gallery di Londra ospita una mostra curata da Lost & Found, un gruppo di giovani artisti, designer, scrittori e musicisti. Graham Hudson (nella foto qui sopra una sua opera) e The Centre of Attention sono stati invitati a rovesciare le classiche dinamiche artistiche e ad utilizzare la galleria come un sito di produzione oltre che di esposizione di oggetti. Attraverso la modalità dell’officina aperta i visitatori potranno entrare in contatto con le varie fasi creative nello sviluppo del progetto e assister nella realizzazione di una mostra dinamica, in continua evoluzione.
Nella Cube Gallery, The Centre of Attention (Pierre Coinde e Gary O’Dwyer) presenterà un’installazione dal titolo Gemeinschaft und Gesellschaft (Comunità e società), del 2007. L’installazione si compone di oggetti abitudinari, di uso quotidiano. I visitatori sono invitati ad esprimere il proprio giudizio a livello artistico o a fare una dichiarazione per apportare modifiche al lavoro (come l’aggiunta, lo spostamento, la modifica o la combinazione di elementi).
Nella Middle Gallery, The Centre of Attention metterà in mostra i curatori di Lost & Found all’interno dell’ambiente formale di un ufficio. Graham Hudson, artista famoso per le sue sculture e costruzioni di assemblaggio, sarà poi in residenza nella Long Gallery dal 23 novembre al 1 dicembre. Sarà all’opera nella costruzione di ‘A considerable extension in time and an insignificant extension in space‘ (’una notevole estensione nel tempo e un’estensione insignificante nello spazio’), realizzata attorno a un quadro multi-livello con pancali e ponteggi, con monitor TV, lettori di dischi, nastri di illuminazione e altri oggetti dal dietro le quinte della Galleria.
Arte relazionale, arte interattiva, residenze….questo succede a Londra alla Milton Keynes Gallery a partire dal 27 novembre e fino al 3 gennaio 2010.

Un bell’evento dedicato alla sperimentazione nel campo delle arti visive e della performance andrà in scena venerdì 13 Novembre alle 22 alla Florence Art Factory in Via Righi 30 all’Osmannoro (Sesto Fiorentino). Javier De Cea è un artista nato in Cile che lavora a Barcellona, il suo approccio è pluridisciplinare e conduce una ricerca al confine tra storia e sociologia, praticata raccogliendo materiale nelle strade e riproponendolo modificato attraverso adesivi, bombolette e pennarelli.
Il suo è un intervento chirurgico sul reticolo urbano, archeologico sulla memoria collettiva metropolitana. De Cea assembla stencil, sticker e opere di altri artisti nella maggior parte dei casi sconosciuti, attraverso un processo di alterazione e sovrapposizione pittorica. Ne risulta un’operazione estremamente creativa che modifica lo spazio tramite le sue composizioni.
Un processo di sintesi impazzita la sua, quasi un Almanacco della Strada che ne ripropone attraverso la pittura una visione parziale e personale, ma comunque fatta per rimanere. Una visione intima e solitaria, che ripropone voci, strati di memoria e di street art che lentamente la città seppellisce. Nello spazio della FAF Javier De Cea lavorerà come su una grande tela, intervenendo con rotoli e rotoli di nastro adesivo in una performance che prende il nome di Urban dance perché esplora attraverso le dinamiche del gesto nello spazio concetti come il tempo, la memoria e la velocità.
L’evento è prodotto dal progetto Maciste (che verrà presentato nella serata) e prosegue alle 23 con Love Him!, set del turntablist nostrano di base a Parigi Økapi.
Domenica 20 settembre alle ore 11.00 al Museo d’arte contemporanea di Lissone inaugura la seconda parte della grande mostra dedicata a Alberto Ghinzani. Un’importante selezione di disegni, bozzetti e sculture che documenta l’inarrestabile lavoro dell’artista con i materiali più differenti.
La prima parte della mostra è partità mercoledì alla Fondazione Stelline le opere più recenti e di grandi dimensioni. Entrambe le mostre saranno visitabili fino al primo novembre. Lissone, situata alle porte di Milano, è stata per un tempo sede dello studio dell’artista che ha voluto recentemente donare una grande scultura al comune.
A sottolineare la qualità della doppia proposta un catalogo edito da Skira, con testo critico di Francesco Poli da cui estrapoliamo un periodo. “La scultura di Ghinzani, che si oppone a ogni rischio di retorica monumentale, si sviluppa in stretta interrelazione con lo spazio ambientale attraverso una complessa logica di assemblaggio liberamente costruttivo di elementi che danno vita ad articolate forme plastiche la cui tensione estetica è determinata da aerei e instabili equilibri, da una raffinata enfatizzazione dell’espressività primaria dei materiali e da ben studiati interventi cromatici“.