Tetris esiste davvero: in Abercrombie Lane a Sydney, Australia, un’installazione-invasione di enormi blocchi luminosi avrà luogo fino al 31 gennaio 2008. Intitolata One More Go One More Go, l’opera fa parte di una più ampia mostra all’aperto organizzata dalla Gaffa Gallery di Sydney, Live Lanes – By George!.
Il team di progetto è composto da Kelly Robson, Ella Barclay, Hugh Rutherford, Adrianne Tasker, Ben Backhouse. Si celebra il videogioco più amato e giocato di tutti i tempi. Ma chi sta giocando a questo Tetris gigante? Cosa sta cercando di fare?
Ironicamente l’opera pone quesiti sull’esistenza e sul tempo che passiamo coinvolti in attività “immersive” come appunto i videogiochi, e più ampiamente spinge a una riflessione sull’interattività e la fruizione degli spazi pubblici.
Per i fortunati che stanno vivendo l’estate australiana una passeggiata è d’obbligo.
Realismo dalle tinte forti quello di Jeremy Geddes, artista con base in Australia, che ha come protagonisti killer e astronauti che galleggiano negli spazi urbani come se fossero stati esplusi da qualche navicella spaziale.
Geddes non e’ rappresentato da una galleria, ma ha da poco attivato la vendita dei suoi lavori direttamente sul sito. Inoltre ha un blog dove presenta i lavori a cui sta lavorando.
Via | Designboom
Le sue immagini magiche e fantasiose fanno pensare al mondo delle fiabe e trascinano in un’altra dimensione, al tempo dell’infanzia. Sembrano ancora piu’ incredibili se si pensa che questi scenari sono fatti con oggetti di uso comune come puntine, lana, zucchero, bottoni, coperte e spugnette.
Sono opera di Magdalena Bors, artista di origine belga trapiantata in Australia, che per le sue fotografie trova ispirazione nei dipinti dei grandi romantici tedeschi e nei lavori di Gregory Crewdson, Jeff Wall e Andreas Gursky.
La Bors impiega circa due giorni per fotografare, ma il grande lavoro viene svolto prima, durante l’elaborazione dell’idea e soprattutto il suo sviluppo. Un esempio e’ “Cavern”, che ha richiesto la raccolta di un numero incredibile di bottoni, alla fine solo in parte utilizzati. E cosi’ per “Castle on the Hill” realizzato con zucchero in polvere e a cubetti. Mentre i suoi lavori a maglia hanno prodotto “Woodland Scene”.
I castelli sono fotografati come se fossero un’opera in divenire, che magicamente si sviluppa dalle mani della donna che ci sta lavorando, come magica sembra essere la produzione fotografica della giovane Australia (vedi Alexia Sinclair e Simon Strong).
Continua a leggere: Zucchero, bottoni, puntine e lana. Le fantasie fotografiche di Magdalena Bors
Simili a sogni allucinatori, le fotografie di Simon Strong invitano l’osservatore a decifrare cio’ che e’ reale da cio’ che artificiale.
L’artista e’ affascinato dalla memoria e dal vissuto personale, attraverso il quale interpretiamo gli eventi. Ed e’ interessato alla convivenza tra gli oggetti creati dagli uomini e la natura. Per questo fotografa luoghi abbandonati, principalmente di notte, per vedere il processo di riappropriazione naturale di piante e animali, che insieme all’acqua popolano le sue immagini.
Recentemente si e’ trovato a realizzare questo tipo di immagini, attingendo alla propria storia, con effetti di attrazione e repulsione verso questi scenari. Strong, nato in Vietnam, vive in Australia praticamente da sempre. Come Magdalena Bors, Alexia Sinclair e altri fotografi di nuova generazione australiani e non, ha abbracciato la fotografia digitale, sperimentando con la fantasia.
Belle e brava, Alexia Sinclair fa parte di un gruppo di artisti che recentemente e’ stato selezionato per la collettiva “Phantasia” all’ACP di Sydney. Una mostra che ha avuto grande successo, programmata ora in altre citta’ del continente e fuori, incentrata sulla fantasia e creativita’ digitale espressa da giovani artisti australiani.
Sono dedicati quindi alla fotografia australiana i post di oggi, iniziando dalla Sinclair, autrice dallo stile barocco, sospesa tra tradizione e modernita’ digitale. E con quell’attenzione artistica all’elemento moda che mi piace e che le ha fatto vincere nel 2007 il premio “Haper’s Bazaar/Canon Fashion Photography”.
Alexia Sinclair ha presentato nell’occasione della mostra “The Regal Twelve”. Si tratta di una serie di 12 fotografie dedicate a 12 grandi regine della storia, ritratte secondo una simbologia immaginata dall’artista, che si documenta dettagliatamente sulla storia delle sue protagoniste. Dalla loro vita personale, all’educazione, ai loro gusti o attivita’ preferite. In questo modo le ritrae secondo una prospettiva insolita, come la Regina Cristina di Svezia, educata come un ragazzo, mentre pratica lo sport dell’arco, attivita’ appunto prettamente maschile.
Continua a leggere: Le grandi regine della storia fotografate da Alexia Sinclair
Batman legato ad una sedia e imbavagliato: un’immagine inconsueta, certo, quella che Anthony Lister ha scelto per l’opera Hero hostage qui riprodotta. Lister è un ventisettenne australiano, ora a New York, che realizza dipinti e installazioni che strizzano l’occhio al mondo del fumetto, alla pop e street art oltre che all’Espressionismo e alla corrente Lowbrow, sorta all’interno delle arti visive negli anni ‘70 come manifestazione, insieme alla musica punk, della cultura underground.
Lister ha esposto in diverse collettive e in due personali, a New York e Londra. In queste occasioni ha fatto conoscere il suo mondo, abitato dalle icone dell’universo mediatico (la tv e i suoi cattivi modelli al primo posto) in cui tendiamo a rifugiarci, un mondo fatto di immagini ispirate agli aspetti meno seducenti della società, ovvero quella mitologia urbana e politica, urlante e di facciata, in cui siamo immersi, che guida con i suoi codici il nostro vivere quotidiano. E a cui anche un Batman dei nostri tempi non può che soccombere.
Per conoscere Lister un po’ più da vicino vi rimando all’intervista, con tanto di video, comparsa su Fecal Face.

Ron Mueck, nato in Australia, figlio di artigiani di giocattoli, per la bellezza di quindici anni ha condotto programmi televisivi per bambini.
Nonostante ciò, Ron non è oggi un Muciaccia marsupiale. Ve ne sarete resi conto almeno dall’opera riportata sotto il titolo del post, pienamente sull’asse di un golia-caravaggismo tutto post-post-moderno.
Nel frattempo, sempre in tv, scenografava e scenografava. Oppure realizzava burattini più verosimili di Pinocchi. Meglio ancora: fanta-cyborg a grandezza naturale, come se ne potessero avere una. Con un’acutezza, con dei dettagli che, in fondo, sapeva già sprecati per dei fondali, per qualcosa che si sarebbe dovuto apprezzare solo in un momento, da un’angolazione, con una solo illuminazione. Insomma aveva la vocazione dell’artista e, in particolare, dello scultore.
Oggi è apprezzatissimo, soprattutto da quando le sue opere sono commissionate da Charles Saatchi, ed espone alla Biennale di Venezia.
Uno sguardo alla piccola selezione di opere che proponiamo dopo il continua, per credere (non male neanche questo video che lo ritrae all’opera - in inglese, ben pronunciato).
via | animationNation

Chi fra di voi digerisca Maurizio Cattelan (non intendo pure le interviste che gli fa Christian “con l’acca” Rocca su Max, intendo le opere), sarà lieto di sapere che il fidanzato di Victoria Cabello, in questo momento, è esposto in ben quattro-cinque mostre intorno al mondo.
In particolare, oggi, segnalo la faccenda di Melbourne.
La mostra si intitola “The Guggenheim Collection: from 1940s to Now” e si sta svolgendo a Melbourne, presso la National Gallery of Victoria (la ex-regina, non la vee-jay).
Dopo gli irresistibili fanciulli impiccati di piazza XXIV Maggio a Milano, Cattelan è esposto, impiccato egli stesso (sottoforma di autoritratto, per questa volta), in una sua opera acquisita dalla fondazione Guggenheim, e per questo affiancata a Andy Warhol, Lucio Fontana, Mark Rothko.
L’artista irriverente e scapigliato penderebbe dall’appendino di design (by Marcel Breuer), come rigidamente costretto dal rigore delle sue linee a non muoversi più tanto. Se solo fosse vero.
Ma per fortuna che Maurizio ci spiega, nel 2000 inoltrato, che la rivoluzione può avvenire ancora oggi, a bordo di quello stesso design se, appesi come siamo, poi riusciamo a venderci agli americani di origine svizzera e far sorridere le australiane.
immagine | Maurizio Cattelan, We are the revolution, Collezione Guggenheim
Camouflage Penis è un’opera in pelliccia ecologica dell’artista australiana Kathy Temin, che ricopre dello stesso materiale anche finti alberi, animali, oggetti. La pelliccia dona un senso di morbidezza e finta apparenza dolce, smentita spesso dalla realtà.
Interessata alla cultura popolare e alla musica, l’artista studia la loro influenza sul processo creativo e sulle speranze che oggi molti ripongono nel diventare celebri. A questo aspetto ha dedicato la serie My Kylie.
Sto notando negli ultimi anni l’uso di materiale mimetico per ricoprire sculture. Forse una conseguenza delle guerre intorno a noi. O forse no.

I libri d’artista mi hanno sempre affascinato. Attraverso l’interessantissimo blog bibliodyssey, mi sono imbattuto in una pagina dedicata dalla biblioteca del Queensland a questa particolare arte. On line ci sono foto e dettagliate descrizioni di alcune opere dalle collezioni della biblioteca australiana.
Per il post scelgo, tra i tanti, i due lavori più bizzarri. Il libro-palla da tennis di Linda Newbown, ricavato da una pallina tagliata in due, al cui interno sono state inserite alcune pagine con frasi di magrittiana memoria, e il “libro più antico del mondo” di Kaye Stanton, le cui pagine sono in realtà strati di un blocchetto di scisto, una roccia metamorfica di qualche centinaia di milioni di anni. Altro che incunaboli!