Quella tra Banksy e King Robbo è una delle battaglie tra writer più famose, iniziata nel 2009 e terminata - forse - nel novembre scorso. Ma andiamo con ordine. Il murales incriminato è quello sulle sponde del Regent’s Canal, a Londra, creato nel 1985 da King Robbo, all’epoca re dell’hold school londinese; nel corso degli anni sopra al graffito sono apparse molte tag di altri street artist, fino a che Banksy non ha messo mano alla parete per trasformarla in modo radicale, sostenendo la tesi che non era a conoscenza della popolarità di Robbo. Che non l’ha presa molto bene, tanto da dare inizio ad una battaglia a suon di bombolette spray: appone nuovamente la sua firma, ma stavolta aggiungendo il “king”, mandando così un chiaro messaggio al writer che aveva osato deturpare la sua opera.
Per tutta risposta, Banksy, aggiunge un “fuc” davanti al “king”, tanto per chiarire le intenzioni; ritorna Robbo a cancellare il prefisso scomodo e a seguire uno sconosciuto a porre fine alla lotta, dipingendo la parete di nero. Ma non finisce qui. Robbo nel luglio 2010 torna sulla scena del crimine e riproduce Top Cat sopra una lapide in cui c’è il nome del suo avversario, la cui carriera - secondo Robbo - sarebbe morta e sepolta. La sfida all’ultimo graffito procede con un altro murales di Banksy nel gennaio 2011, ma Robbo dopo qualche mese va in coma a seguito di un incidente e non può replicare. Ecco allora che Banksy, nel novembre 2011, per omaggiare il suo rivale riproduce il murales originario in versione minimal. Con una candela che è però anche bombola infiammabile, segno (e speranza) che la battaglia è stata vinta da Robbo, ma la guerra è ancora aperta.

Vi avevamo parlato della messe di citazioni e riferimenti al mondo dell’arte contenuti nelle serie dei Simpson, in questo post. Ma anche delle collaborazioni vere e proprie, come quella con Banksy, che ha realizzato con gli autori del cartoon una sigla d’eccezione. Ebbene, a quanto pare Matt Groening e soci hanno una particolare predilezione per gli street artist: la puntata che andrà in onda negli Usa il prossimo 4 marzo, infatti, ne ospiterà in forma animata una vera e propria squadra, composta da personaggi come Shepard Fairey (in arte Obey), Ron English, Kenny Scharf e Robbie Conal.
L’episodio si intitola Exit Though the Kwik-E-Mart, ed è una sorta di omaggio-parodia al documentario dello stesso Banksy Exit Through the Gift Shop. Nella storia, il terribile Bart si improvvisa performer riempendo il quartiere di manifesti con il faccione di Homer, quando il team di street artist scopre il suo lavoro e gli comunica apprezzamento, proponendogli di organizzare una mostra.

Molti si saranno divertiti a riconoscere nelle puntate del più famoso cartoon americano una lunga serie di citazioni, omaggi e parodie a famose pellicole cinematografiche. In realtà, gli sceneggiatori dei Simpson (che è giunto alla sua 23esima edizione con oltre 400 episodi alle spalle) hanno una sterminata cultura visiva e la loro attenzione nei confronti del mondo dell’arte non è certo minore, anche se qui le citazioni sono a volte molto più abilmente nascoste. Senza considerare le collaborazioni vere e proprie, come quella con Bansky per una straordinaria sigla d’eccezione.
Sul sito di Complex, Megan Ann Wilson ha raccolto in una gallery un gran numero di fotogrammi, debitamente commentati, che testimoniano questi numerosi rimandi all’arte, dall’antico al contemporaneo. Dentro c’è un po’ di tutto: Monet, Escher, Dalì, Michelangelo, Picasso, Degas. Ma anche nomi meno prevedibili, come Rothko, Moore, Oldenburg, Ofili, Whistler. Potete scorrere la gallery a questo link e chissà, magari segnalare nei commenti quelle che le sono sfuggite e che avete scovato voi.

“Una mostra evento per ripercorrere la carriera del più celebre street artist del mondo”. Nella frase di lancio, Mondo Bizzarro strafà e dimentica se non altro Banksy, ma la promozione, si sa, ha le sue esigenze. L’uomo presentato dalla galleria romana che frequenta i mondi underground e “alternative”, si chiama Shepard Fairey, ma è celebre in tutto il mondo con il nome Obey, diventato a suo modo una sorta di brand. Paradossi del moderno situazionismo, che ha generato strategie incrociate come il guerrilla marketing, almeno da quando il No Logo di Naomi Klein è diventato a sua volta slogan e marchio, nonché grido di ribellione.
Obey, infatti, è come Banksy un artista politico, un rivoltoso dell’immaginario, sebbene il suo lavoro sia molto più composito, e a suo modo glamour, rispetto all’opera ’sporca’, performativa, irriducibile di Banksy. Più decorativo, formale, e meno d’impatto. Ed anche più digeribile. Ad esempio, il Fantomas della street art difficilmente potrebbe fare da megafono visivo a un qualsiasi candidato alle presidenziali, nemmeno se fosse un nero progressista come Barack Obama. Ciò che è invece capitato - anche se un po’ suo malgrado - a Obey, autore dell’ormai celebre manifesto di Obama stilizzato in blu e rosso, con la scritta HOPE. Una vera e propria icona contemporanea, che contribuì non poco alla riuscita stessa della campagna presidenziale, entrando al contempo e con forza nell’immaginario comune.
Comunque la si pensi bisogna riconoscere una grande sapienza nell’arte serigrafica di Obey. Un’occasione per ammirarla da vicino è data proprio da questa mostra di Mondo Bizzarro che “dopo la personale tributata allo street artist americano nel 2011, replica proponendo una retrospettiva che, tra opere in tiratura limitata e pezzi unici, conterà oltre 120 pezzi firmati da Obey, coprendo un arco temporale compreso tra l’ormai lontano 1997 e i nostri giorni”.

Sarà un evento senza eguali, quello che andrà in scena alla 999CONTEMPORARY di Roma dal 28 gennaio al 23 febbraio. L’imperdibile mostra vedrà tra gli spazi della galleria romana artisti del calibro di Banksy, Shepard Fairey, Space Invader, Ben Eine, JR, Slinkachu, Mr Brainwash, per la prima volta riuniti in una collettiva in Italia. Mostri sacri italiani e internazionali della street art, insomma. L’esposizione comprende serigrafie, digigrafie, poster e fotografie; l’ingresso è gratuito ma ad accesso limitato, visti i ridottissimi spazi del 999CONTEMPORARY. Per chi non riuscisse a partecipare all’evento, sappia che è in programma “Vandalism Vol. 2″, con data da definirsi, nei medesimi spazi. Che nascono dal recente “Occupy Wall Street“, un movimento nato dalla strada, come la street art del resto. Ecco l’originale presentazione del progetto che si legge sul sito:
“Occupy, si. Occupare processo e sostanza. Per non confonderli di nuovo perché una volta confusi questi due momenti, acquista validità una nuova logica: quanto maggiore è l’applicazione, tanto migliori sono i risultati; in altre parole, l’escalation porta al successo. In questo modo si induce l’artista a confondere facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo. In questo progetto dimostreremo che l’istituzionalizzazione dei valori conduce inevitabilmente all’inquinamento fisico, alla polarizzazione sociale e all’impotenza psicologica: tre dimensioni di un processo di degradazione globale e di aggiornata miseria. Lo dimostreremo cercando nuova ricchezza da portare in galleria.”
Hanksy, i lavori di Banksy rivisitati con il volto di Tom Hanks e l’aggiunta di qualche frasina per rimanere nel contesto comunicativo. Mi perdoneranno coloro che sono capitati su queste pagine con l’idea magari di incontrare street art di qualità. No, qui non si tratta di un emulo di Banksy, ma di una parodia e essenzialmente un’operazione di ricerca di visibilità.
Vi chiederete perché ve ne parlo allora. Mi interessa scoprire che impatto ha la street art sulla società e sui linguaggi contemporanei. Il lavoro di Banksy, un mix di stencil art e comunicazione guerrilla, mastica e fagocita, ricombina. Se vogliamo quello che mette in scena l’artista di Bristol, quel meccanismo di disvelamento dell’opera che fa uso dell’ironia e del cinismo come principali chiavi di accesso, era anche una prerogativa di DadA ormai oltre un secolo fa.
Non so come funzionasse allora per gli emuli dei dadaisti. Ma oggi per la street art possiamo vederne davvero di ogni tipo. Artisti ‘contemporanei’ che utilizzano Banksy per ottenere celebrità ce ne è a bizzeffe. Ma almeno poteva far ridere la parodia in chiave pulp all’italiana, Lino Banksy. Adesso Hanksy, che forse farebbe meglio a dedicarsi agli eco-graffiti. Questo ricalcare Banksy lo trovo abbastanza fine a se stesso, poca ironia e poca attitudine ’street’. Ma a giudicare dalle ricerche su internet, sembra che piaccia molto agli americani, proprio per la sua ilare frivolezza.

Banksy ha commentato a modo suo lo scandalo degli abusi sessuali sui bambini commessi nella Chiesa cattolica. L’artista più sfuggente e misterioso del momento, ha realizzato un busto scolpito di un sacerdote, chiamato Cardinal Sin (’Cardinal Peccato’), oscurandone il volto. La scultura ricalca un busto in pietra del 18esimo secolo, al quale l’artista ha asportato il volto sostituendone i connotati con un mosaico di piastrelle da bagno, per riprodurre l’effetto pixelato usato in televisione per impedire l’identificazione delle vittime di crimini sessuali.
Annunciando il prestito a tempo indefinito del pezzo al Walker Art Gallery di Liverpool, Banksy suggerisce in modo implicito ma inequivocabile che il suo Cardinal Sin è un simbolo degli abusi sessuali sui bambini da parte dei sacerdoti cattolici. Descrivendo la statua come un regalo di Natale, l’artista ha dichiarato: “In questo periodo dell’anno è facile dimenticare il vero significato del cristianesimo - le menzogne, la corruzione, gli abusi”.
Il busto è stato esposto al pubblico per la prima volta giovedì nella galleria Walker 17th Century Old Masters, accanto alle opere di antichi maestri come Van Dyck e Poussin. Reyahn King, direttore delle gallerie d’arte al National Museums Liverpool, ha detto che il Walker è stato “entusiasta” di mostrare l’opera di un “grande artista contemporaneo”.
Via | The Guardian
In questo video vedrete il meglio della street art di Brooklyn. L’autore degli scatti è Jaime Rojo, fotografo, writer e ambientalista, che lavora tra Citta del Messico, Spagna e Stati Uniti. La selezione dei migliori lavori del 2011 arriva invece dal team Brooklyn Street Art. Gli artisti coinvolti in questo “The making of” sono circa un centinaio e tra i nomi figurano Banksy, INSA, Barry McGee, Blek le Rat, D*Face, ESPO, Invader, OsGemeos, JR, RETNA, ROA. Sul sito ufficiale potete trovare la lista completa. È un concentrato di pura energia, che gli autori spiegano così:
“È stato un anno eccellente per la street art. Abbiamo avuto il piacere di vedere in tutto il mondo un sacco di grandi e grandi lavori. Stimolanti, divertenti, ispirati, complicati, tutto insieme. Abbiamo camminato per le strade , incontrato gli artisti, siamo andati alle mostre, agli spettacoli, abbiamo parlato col pubblico, fatto domande. Con la diffusione del movimento Occupy Wall Street, c’è una nuova sensibilità e un maggior numero di persone che si approcciano alla street art con una rinnovata intensità.”

“Wall and Piece” è il primo lavoro di Banksy su carta. Edito da Feltrinelli, è già un libro cult, in cui l’artista racconta per la prima volta l’essenza del suo lavoro poliedrico. Di lui sappiamo solo che è nato a Bristol, che è un genio della guerrilla-fast-art, che è anche regista (immagino ricorderete la nomination all’Oscar per il suo film Exit Trough The Gift Shop) e che è lo street artist di cui probabilmente si sente più parlare. Sappiamo che a oggi i suoi lavori valgono fino a 1 milione di sterline (sarà forse per questo che la sua città natale che tanto l’ha contestato e bistrattato in passato ora cerca in ogni modo di tutelare i suoi stencil?) e che tra le sue opere più famose in molti ricorderanno quelle sul muro di separazione tra Palestina e Israele. A proposito, sono stati avvistati alcuni suoi nuovi lavori in giro per la Gran Bretagna. Dopo il salto tutte le immagini.
Dicevamo. È risaputo anche che Bansky predilige lo stencil, perché ha confessato in un’intervista rilasciata al Sun di essere troppo lento con i murales classici e molto meno bravo. Conosciamo la sua predisposizione alla contestazione, sappiamo che ama mettere in discussione tutto ciò che riguarda il capitalismo, le istituzioni e i luoghi comuni; che è un provocatore nato e che della guerrilla art è stato il pioniere. A questo punto serve davvero conoscere la sua vera identità? O basterebbe semplicemente leggere il suo libro, guardare il suo film e sperare di incappare in un suo lavoro girando per il Regno Unito?

Nominato come miglior documentario agli Oscar 2011 e in dvd da oggi per Feltrinelli Real Cinema e P.F.A. Films, il film di Banksy Exit Through the Gift Shop sarà mostrato in anteprima web stasera alle 21.30 su MYmovies LIVE!. Lo stesso Banksy ha definito il suo film un disaster-documentary sul mondo dell’arte. L’espressione è usata per indicare i reportage sui disastri naturali, ma Banksy la applica ironicamente a un disastro umano, alla storia di un fallimento: “un documentario su un uomo che voleva fare un documentario su di me”.
L’uomo è Thierry Guetta, gestore di un negozio di abbigliamento vintage con la passione per i video. Quando Thierry scopre che suo cugino è il famoso street artist Space Invader, decide di dedicarsi al mondo delle performance artistiche di strada con lo scopo di filmarne i protagonisti in azione. L’unico che non riesce a catturare è ovviamente il fantomatico Banksy, finché lui stesso non si decide a contattare Guetta. Da qui in poi la storia ha esiti imprevedibili. Dall’ironia con cui Banksy tratteggia la storia non si può dividere la sua visione politica sul mondo dell’arte contemporanea e la critica verso i sistemi del successo e del profitto che esso genera. Alla ricerca, come recita il titolo, di un’ideale via d’uscita dagli shop dei musei in cui si vendono i gadget d’artista.