
Alla Fondazione Mazzotta di Milano c’è una nuova mostra antologica su Gianluigi Brancaccio curata da Luciano Caramel. Nato nel 1936, Brancaccio frequenta la Scuola di Belle Arti e l’ambiente dei pittori comaschi. Mi ha incuriosito il fatto che gran parte della sua formazione è dovuta ai soggiorni capresi in cui ebbe modo da giovane di frequentare maestri come Carrà, Prampolini, Saetti e altri importanti pittori del Novecento.
Per questa mostra sono state selezionate 60 opere realizzate dagli anni ‘50 a oggi, tra le più significative per comprendere la complessità del lavoro di Brancaccio ispirato a Delaunay e Cézanne, ricco di allusioni, connotato da profonde ricerche volumetriche, da forti colori e marcate linee nere. Una sezione è riservata agli esordi e diverse sono le opere risalenti al fecondo e fortunato decennio degli anni ‘60.
Ma anche nei quadri più recenti, dal 1999 al 2006, protagonista è il corpo femminile, interpretato secondo paradigmi quali sensualità, mitologia, immaginario onirico. Il suo è uno stile intenso e meditativo incentrato sul classico tema del rapporto tra Eros e Thanatos. Mi colpisce in particolare il tono di rosso che spesso domina le immagini, simbolo archetipo della passione inquieta e totalizzante.