
Welcome to Pine Point è un documentario interattivo prodotto nel 2010 dalla National Film Board of Canada.
Pine Point è una cittadina che non esiste più, letteralmente. Negli anni, una serie di motivi (che non spiego perchè vi invito a guardare il documentario) hanno portato alla cancellazione del nucleo abitativo, tanto che non ne è rimasta traccia nemmeno sulla mappa. È una storia i memoria, di amore e di conflitto. Di memoria perchè Pine Point esiste oggi solo grazie agli album fotografici, ai video e i ricordi delle persone che la abitavano. Di amore, perchè quelle persone realmente amavano la loro città. Di conflitto perché le stesse non hanno più un luogo da chiamare “casa”.
Quello che ci interessa qui è anche e soprattuto però il modo in cui questa storia è stata raccontata. Mischiando testi (Welcome to Pine Point è anche un libro nella forma tradizinale del volume cartaceo), imagini, audio, animazioni e ipertesto, il risultato è una delicata storia interattiva, ce possiamo scorrere e navigare, cliccarre, vedere e ascoltare andando a questo link. L’estetica è artigianale, volutamente sporca. Il sapore che lascia in bocca è quello di un vecchio album di foto, o ancora meglio di un iario su cui insieme alle parole sono stati incollati ritagli di vecchi giornali, il biglietto di un concerto, i sottobicchieri del bar.
Complimenti agli art director, Michael Simons e Paul Shoebridge.
Prima di leggere questo articolo prendetevi cinque minuti in piena tranquillità per vedere The Sandpit di Sam O’Hare (si apprezza al meglio a schermo intero e in modalità HD). Non vi sembra incredibile come sia riuscito a ricostruire in miniatura canali, strade, palazzi e movimenti degli uomini? Certo che vi sembra straordinario, perché in realtà O’Hare non ha ricostruito proprio niente, ma ha realizzato questo filmato mettendo insieme 35.000 scatti fotografici realizzati a New York, utilizzando la modalità del timelapse.
Folgorato dalla trilogia di Godfrey Reggio Koyaanisqatsi, Powaqqatsi e Naqoyqatsi (tre meravigliosi documentari tra antropologia e visionarietà artistica), Sam O’Hare ha pensato bene di riprendere l’idea e svilupparla secondo la propria prospettiva: un giorno nella vita della Grande Mela, in miniatura. Nato come progetto indipendente, girato in appena cinque giorni e montato dallo stesso autore con musiche di Human (humanworldwide.com), oggi The Sandpit ha vinto molti premi (tra cui il Prix Ars Electronica - Distinction Award 2010).
I nostri lettori più esperti si chiederanno come ha fatto. La risposta è tutta in un’intervista che l’artista ha rilasciato ad Aerofilm. Riassumendo, Sam ha utilizzato una Nikon D3 con due obbiettivi: un Tamron 17-50mm f / 2,8 e un Sigma 50-150mm f/2.8 a 4fps. Alcune scene sono state catturate con un frame rate più lento, ma il vero segreto che fa l’effetto miniatura è una lente da 24mm tilt-shift, che non è stata usata in fase di riprese, ma è stata ricreata in fase di post-produzione, per permettere maggiore mobilità proprio nelle shooting. D’altronde Sam non poteva portarsi dietro pesanti treppiedi, perché per catturare queste scene è stato sospeso sul bordo di tetti, ponti e davanzali di case di gentili persone che l’hanno ospitato.
Con Cave of Forgotten Dreams (La grotta dei sogni dimenticati), il regista bavarese Werner Herzog ci porta direttamente alle origini dell’arte. Lo fa con un documentario in 3D (che esce in contemporanea a quello di Wim Wenders su Pina Bausch) girato all’interno delle caverne di Chauvet, nella regione francese dell’Ardèche, scoperte solo nel 1994, che conservano pitture rupestri realizzate all’incirca 32 mila anni fa.
Il regista settantenne si è avvalso della preziosa consulenza dell’archeologo Wulf Hein per realizzare un vero e proprio film “underground”. Tutto inizia con la capacità, la (ri)scoperta delle possibilità di ascoltare il silenzio. Fu proprio quel silenzio, scandito dal battere delle gocce d’acqua, a determinare lo stato di coscienza dei nostri antenati, i primi a sviluppare un impulso artistico.
Cavalli, rinoceronti, leoni, forse un pinguino e impronte di mani di un individuo con un dito storto, la firma del ‘primo artista’. Le caverne di Chauvet sono oggi un ecosistema molto fragile e protetto, Herzog ci porta là dentro con la meraviglia di chi sa mantenere un segreto, ma allo stesso tempo muore dalla voglia di condividerlo.
Il film sarà presentato al Trento Film Festival dal 28 aprile all’8 maggio alla presenza del regista.
Wim Wenders si sta dedicando alla creazione di quello che forse sarà uno dei primi film d’autore in 3D, un documentario sulla coreografa Pina Bausch. Si tratta di un vero e proprio esperimento nel mondo dello spettacolo, un 3D fatto a misura per la danza.
Wenders conobbe la Bausch venti anni fa e l’idea di fare un film insieme era da sempre nell’aria. “Non ho mai saputo, con tutta la mia esperienza del mestiere del regista, come fare giustizia al suo lavoro… è stato solo quando il 3D è arrivato nel linguaggio del cinema, che sono potuto entrare nel linguaggio e nel regno della danza.” Ma due giorni prima delle riprese, Pina Bausch morì improvvisamente e il film doveva essere completamente ripensato.
Wenders ha dunque deciso di concentrarsi sul lavoro di coreografa della Bausch, concependo l’idea che la sua orchestra, i ballerini, potevano essere la sua voce. Il regista tedesco non ha rinunciato all’uso del 3D, per rendere con grazia e fedeltà il lavoro della Bausch.
“Pina”, che uscirà oltremanica il 22 aprile, alterna una struttura moderna e pittorica a filmati di repertorio, ripercorrendo 35 anni di carriera della Bausch. Ne emerge l’aura sacra dell’artista, il suo approccio da psicoterapeuta, la lezione della sintesi tra linguaggio e movimento.
Speriamo che il film trovi presto distribuzione anche in Italia.
“Molti spariscono, alcuni invece resistono. Come gli URL – Ultimi Rimasti Lebowski”. Ecco le parole con cui comincia il documentario We Love Lebowski, sull’omonima squadra di calcio di 3a Categoria a Firenze. Realizzato da Ciboideale (Gian Luca Rossetti e Andrea d’Amore), raconta la storia di una squadra speciale, nata dalla passione spontanea di un gruppo di ragazzi e di una curva altrettanto magica, la Curva Moana Pozzi.
Il video sarà presentato sabato 22 gennaio 2011 (h 21:30) all’Ex3, Centro per l’Arte Contemporanea di Firenze. Protagonisti, le voci, i cori, i colori degli URL - Ultimi Rimasti Lebowski, tifosi sui generiis, che, più che al risultato pensano all’impegno, nel gioco del calcio e nello stare insieme in curva.
Transfughi dalle curve, ormai poco accessibili, degli stadi di Serie A, questi ragazzi riscoprono i valori della convivialità, della passione disinteressata, al di fuori dei ritmi imposti dallo showbusiness e dalla macchina mediatica.
Fino al 30 gennaio a Firenze saranno loro i protagonisti.
JR - EXTRAIT "WOMEN ARE HEROES", Kibera, Kenya
Caricato da JR. - Animazioni e video artistici
Ve lo avevamo anticipato proprio poco tempo fa, il documentario che presenta il progetto Women are Heroes, dello street artist e fotografo francese JR. Il film verrà presentato ufficialmente il 15 settembre al festival Nuart a Stavanger, in Norvegia.
Women are Heroes (il titolo è ancora provvisorio), presente nella selezione ufficiale della 63ma edizione del Festival del Cinema di Cannes, è realizzato con musiche originali dei Massive Attack e Patrice Bart Williams, autore della colonna sonora di questo gustosissimo trailer.
La storia parte in un piccolo villaggio della Liberia, attraversa la Cambogia e arriva alla scena che vedete qui sopra, un treno che attraversa una baraccopoli in Kenya. Succede qualcosa di magico, un’operazione di arte pubblica ridà per un attimo la forza alle persone, alle donne, di parlare e di contare su di loro.
Un film sulle donne dunque, girato laddove qualcosa accade. Un film che è un esperimento di arte partecipativa, che cerca di far scattare qualcosa nel meccanismo in cui abitualmente vediamo il mondo. Le donne, le ultime, si impongono allo sguardo con tutta la franchezza dei loro sentimenti. La pubblicità da questi luoghi è lontana.
Ve lo avevamo presentato proprio ieri de ora eccoci qui a vedere un estratto del documentario Roadsworth – Crossing the line, che rende testimonianza della sua intensa attività di stencil illegale sull’asfalto delle strade di Montreal. Il regista è Alan Kohl cofondatore di Loaded Pictures, un collettivo che harealizzato From Here to Maternity, un successo al Fringe Festival nel 2000.
La carreggiata è fino a prova contraria di tutti o è uno spazio su cui qualcuno può rivendicare dei diritti? Perseguitato spesso in Quebec e venerato all’estero Roadsworth aka Peter Gibson ha fatto il giro del mondo con i suoi interventi urbani che per tre anni hanno riscritto a livello simbolico e iconografico il manto stradale della sua città. Il suo lavoro pur integrandosi bene con gli elementi segnaletici, è stato più volte attaccato a livello istituzionale perché non sarebbe sicuro per gli automobilisti.
Interventi “semiotici”, sul senso e la forma dei segni, interventi ironici e grotteschi, che vedono la strada come un corpo, un oeganismo de interventi politici, perché la strada è il luogo per eccellenza delle macchine, dove ogni giorno si combatte una guerra che sa di petrolio.
Megunica, ovvero Messico – Guatemala – Nicaragua – Costarica - Argentina, il Sudamerica di Blu, artista che ad ogni nuovo lavoro mi lascia sempre a bocca aperta. Megunica è un documentario di Lorenzo Fonda del 2008 e verrà proiettato in occasione della rassegna Lo Schermo dell’Arte a Firenze il prossimo lunedì 23 novembre.
Megunica racconta del viaggio di Blu con alcuni amici, Silvia Siberini (Sibe), Ivan Merlo e il regista Lorenzo Fonda attraverso cinque paesi dell’America Latina. Ogni tappa un nuovo progetto creativo, blu al lavoro, le sue animazioni e il suo rapporto di scambio con i luoghi che lungo il cammino lo ospitano. Sul sito del documentario trovate tutte le foto dei pezzi di Blu, ma già nel trailer qua sopra se ne vedon delle belle.
Se siete a Firenze sul finire di novembre, vi consiglio vivamente di farci un salto. Il 23 novembre, giorno d’inaugurazione della rassegna curata da Silvia Lucchesi partirà con la presenza di Alfredo Jaar in sala ed il suo Le Ceneri di Pasolini alle 21. Alle 22 in prima assoluta italiana A conversation with Basquiat di Tamra Davis. Alle 22:30 in collaborazione con EX3 Centro per l’arte contemporanea Megunica di Lorenzo Fonda, che durerà circa un’ora.
Un documentario breve ma intenso ripercorre la vita di Vincent Van Gogh attraverso le immagini che l’hanno percorsa ed abitata. Per chi ha un minimo di dimestichezza con la vicenda biografica del pittore olandese sarà emozionante immergersi in questo viaggio per immagini e parole.
La voce narrante è inglese, ma sono i quadri e le animazioni più che altro a parlare. Per chi volesse approfondire la vita del pittore forse più geniale e prolifico della storia dell’arte, rimando alla ben fatta pagina di wikipedia.
Un interessantissimo documentario riflette sull’identità e il valore della street art. Arte o vandalismo? Chi dipinge perché c’ha “la fotta” (la passione) e chi perché cerca un palcoscenico dove i propri lavori siano più in vista. Blek le Rat (all’anagrafe Xavier Prou), pioniere della stencil art, parte proprio dall’origine della questione…
Parigi, Barcellona, Londra, decine di street artist si confessano di fronte alle telecamere. Chi lo fa a volto scoperto e chi dietro una maschera, per non farsi scoprire. Una pratica artistica al di fuori della legalità è divenuta rampa di lancio per artisti che muovono il mercato.
Purtroppo il video è disponibile per adesso soltanto nella versione originale inglese. Vi consiglio comunque di darci un’occhiata perché si vedono all’opera personaggi piuttosto interessanti.