
Inaugura il prossimo venerdì 19 marzo presso la Galleria Luigi Proietti di Roma una grande retrospettiva su Paola Epifani, in arte Rabarama, artista nata a Roma nel 1969. Un centinaio le opere in mostra, tra scultura e pittura, in un allestimento che tenta di avviare una riflessione sulla sua complessa e sfaccetata produzione.
Trasferitasi a Padova, Rabarama ha subito proiettato la propria ricerca su scala internazionale, dal Messico agli Stati Uniti, dalla Francia alla Cina. Pur avendo cominciato seguendo un impulso non figurativo, che l’ha avvicinata, in certi esiti, all’opera del grande Lorenzo Viani, Rabarama ha pian piano siluppato una propria poetica simbolico-realista.
Col passare del tempo, l’armonia plastica è divenuta centrale nelle sue composizioni scultoree, in cui prendono sostanza esseri di forma umanoide, creature nel bozzolo o semplicemente semi di uomini che saranno.

Il fotografo veneziano Renato D’Agostin ha recentemente passato molto tempo in una delle città più grandi del mondo, con l’idea di catturare il lato astratto del suo paesaggio urbano. Tokyo Untitled è iltitolo del volume di fotografie e della mostra che ne è scaturita. Dopo aver girato Parigi, Tokyo e Manhattan, giovedì 11 febbraio la mostra apre a Milano al Forma / Centro Internazionale di Fotografia, in piazza Tito Lucrezio Caro al numero 1.
Le immagini di D’Agostin derivano il loro fascino dagli ambienti notturni, dal mistero della penombra e dalla capacità del fotografo di dislocare gli elementi da fotografare all’interno di ambienti non scontati. Il processo di ‘messa in campo’ diviene così anche processo di scoperta e la complessità della cultura giapponese emerge lievemente, così ricca di contrasti tra passato e futuro, e eppure così armonica nel suo darsi a vedere.

L’affermazione il più grande fotografo del mondo: Robert Capa, si deve a Gerda Taro, compagna di professione e di breve vita (muore a 27 anni in Spagna) del celebre fotoreporter, a sua volta fotografa (che la morte precoce e l’appartenenza al genere femminile non ha certo aiutato, in una carriera che avrebbe potuto essere straordinaria). Si capiscono molte cose e se ne imparano delle altre nella mostra “Questa è la guerra! Robert Capa al lavoro” insieme alla retrospettiva su Gerda Taro al Forma di Milano, che pecca nel non concedere(ci) immagini per i post, ma organizza delle esibizioni davvero interessanti.
Nello spazio le prime sale sono dedicate a Gerda Taro e ai suoi scatti, rivolti tanto ai momenti d’azione quanto a quelli di vita quotidiana in tempi di guerra. Tutto il resto è occupato dalle fotografie di Capa (realizzate con Taro e anche con Chim) e dai reportage più famosi, da quello sulla guerra civile spagnola, alle immagini dello sbarco in Normandia, passando per la Cina.
Non poteva mancare la foto della morte del miliziano lealista, caduto nella battaglia a Cerra Murano il 5 settembre del 1936. Apparsa sulla rivista “Vu”, di cui sono riportate le pagine insieme ai provini a contatto, questa fotografia è stata oggetto di molte discussioni riguardo alla sua autenticità. Come ormai sostenuto da molti, e dopo lunghe indagini, si è giunti alla conclusione che l’immagine è vera e non costruita. Il miliziano è l’unico morto di quel giorno e come registrato negli archivi ufficiali il suo nome è Federico Borrell Garcia. Lo scatto in mostra, da quel che mi sembra aver capito è una stampa originale dell’epoca.
C’è il reportage in Cina, realizzato nel 1939, quando Capa era al seguito come secondo cameramen del regista Jaris Evans, occupato a realizzare il film “400 million”. Una grande occasione per il fotografo, sia per seguire le riprese sia per realizzare i propri scatti apparsi poi su Life. C’è il servizio sulla battaglia di Rio Segre, mai pubblicato per via della scomparsa dei negativi, ritrovati e inviati nel 2007 all’ICP di New York, dentro a tre scatole ed esposti fino al 21 giugno al Forma.
Tanti scatti, inclusi i momenti dello sbarco in Normandia, resi ancora più drammatici perché volontariamente sfocati da Capa, immagini che sono diventate tra i più grandi manifesti di pace di sempre.

Mi sarebbe piaciuto inserire molte più immagini nella galleria di questo post, come succede spesso, ma non è stato possibile, perché, secondo quanto mi ha scritto l’ufficio stampa, per espresso volere dell’artista, non è possibile pubblicare le sue immagini su internet.
Nonostante la presa di posizione poco web 2.0, visto che mi sembra una mostra interessante, la segnalerò comunque. Sto parlando di “Puoi trovare la felicità“, la mostra fotografica di Bettina Rheims, da oggi al Forma di Milano, dove rimarrà fino al 23 novembre.
Sono esposte oltre 90 immagini, divise in 8 sezioni legate tra loro (la pubblicità, la tavola, il cinema, il romanzo, l’erotismo, la chambre close, il sogno e made in Japan), che raccontano l’opera della Rheims dal 1991 al 2004. In prima mondiale, sarà visibile anche la serie Olga, composta di 9 fotografie di grande formato.
Un universo femminile fatto di bellezza, le cui protagoniste sono modelle, cantanti, attrici come Monica Bellucci e Sharon Stone, immerse in una quotidianità altamente erotica. E per via di questo contenuto, la mostra è vietata ai minori di 16 anni.
Si inaugura domani, presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia, la mostra “Richard Avedon. Fotografie 1946-2004“.
Una retrospettiva che percorre la carriera artistica di uno dei protagonisti della fotografia americana, capace di infrangere le barriere tra la cosiddetta fotografia impegnata e quella disimpegnata. A lui si deve il cambiamento avvenuto nella fotografia di moda, di rendere le modelle delle persone reali e non dei semplici manichini.
E non solo alla moda Avedon ha rivolto il suo sguardo. Anche a personaggi di stato, attori, artisti in generale che ha saputo ritrarre nell’intimo, fotografando qualcosa che spesso sfugge all’obbiettivo.
250 immagini in esclusiva per l’Italia presso lo spazio Forma, dove sono previsti anche incontri. Successivamente l’esposizione si sposta a Parigi presso il Museo Jeu de Paume, a Berlino al Martin-Gropius-Bau, ad Amsterdam al FOAM_Fotografiemuseum e al SFMOMA di San Francisco.
La mostra prosegue fino all’8 giugno.