
Ecco un Depardon inatteso, così diverso dal testimone delle corrispondenze newyorkesi e, forse, ancora più palpitante, l’uomo nascosto dietro l’obiettivo svela una delle sue direttrici. Si tratta dell’erranza, un concetto estremamente difficile da definire. L’errare stesso è un atto che richiede una particolare predisposizione di spirito, una volontà di abbandono che spesso necessita di una lunga maturazione e che invece, in altri casi, nasce spontaneamente, in seguito a eventi traumatici o profonde prese di coscienza o addirittura segna chi la possiede, come una condizione congenita. Nel caso di Raymond Depardon, fotoreporter, regista, scrittore e soprattutto fotografo, francese, il significato della parola prende corpo in una pubblicazione, “Errance”, derivata da un lungo processo di acquisizione e di riflessione.
Un percorso che può essere considerato fotografico, solo nella misura in cui rileva dell’approfondimento di alcuni nuclei particolarmente cari all’artista. Lungi dal rappresentare semplicemente un lavoro, il reportage nel quale prende forma l’erranza di Depardon, è un complesso apprendistato di tempi e di modi. Un’opera costituita di scatti verticali, difficili già nella loro genesi, che affermano l’incorruttibile desiderio di perdita e si rifugiano nello scarto, nell’alienazione ricercata e corteggiata e nello smarrimento fortemente voluto. Un prodotto che integra perfettamente immagini e parole e traccia una specie di lunga lettera, testimonianza della lunga conquista del presente e missiva difficile, che Depardon invia a sé stesso, ma che si adatta ugualmente a tutti gli spiriti erranti.
L’erranza tuttavia non è legata al sentimento d’essere, di restare in qualche luogo, ma al contrario risiede nella ricerca di qualcosa. Questa erranza è l’avanzamento, ma avanzando si genera inevitabilmente un passato. Ho sempre un po’ di rammarico, mi stupisco a volte, di non essere mai soddisfatto.
Via | photogenique.fr

Steve McCurry in mostra a Roma, c’è pure un sito dedicato alla grande retrospettiva negli spazi de La Pelanda, al Macro dal 3 dicembre 2011 al 29 aprile 2012 (attenzione però perchè è chiusa il 31 dicembre 2011 e il 1°gennaio 2012); nato a Philadelphia nel 1950, McCurry è uno dei più grandi fotografi viventi contemporanei, è la quintessenza del viaggiatore curioso e onnivoro, guardare le sue foto è come fare un workshop intensivo in antropologia.
McCurry mi fa tanto venire in mente Tiziano Terzani, sarà che sto leggendo un suo libro, ma le atmosfere d’Oriente, le esperienze nelle zone di guerra e l’acuto occhio indagatore che scava nella natura umana e nelle sue suggestioni religiose sono un fil rouge potente. Pensate che in un’intervista al Guardian ammette con candore di non avere orecchio per le lingue straniere e uno dei suoi segreti è investire molto tempo ed energia nelle relazioni con la gente dei luoghi che visita.
In mostra al Macro ci sono 200 foto selezionate tra i lavori realizzati nell’arco di trent’anni, allestite dal designer Fabio Novembre come in un villaggio nomade; se non riuscite ad andarci, guardate almeno questo video in cui lo stesso McCurry racconta di come sceglie i soggetti e quali sono i temi che lo catturano di più. Al di là delle parole però, spiega tutto benissimo l’intensità che sprigiona quest’uomo; negli occhi ha un raggio X che attraversa gli oggetti e le persone per decodificarne l’anima. Un consiglio per conoscerlo meglio? Digitate il suo nome e poi “self portrait” su google e guardate che meraviglia sono i suoi autoritratti.
Foto | Steve McCurry Roma
Dal 26 marzo al 6 settempre al Guggenheim di New York si potrà vedere un’interessante mostra fotografica e video: “Haunted: Contemporary Photography/Video/Performance”. L’intento è quello di riflettere sull’ossessione delle immagini, sul processo che, partito dagli anni ‘60 con Warhol, ha riportato la fotografia alcentro della composizione artistica.
Ma l’ossessione è anche (e soprattutto) quella verso il passato: attraverso una sessantina di opere di artisti affermati o nuovi nomi. E la fotografia si sposa, a partire dagli anni ‘70, con la performance: ne crea un repertorio visivo che coglie l’istante che, per la performance più di qualsiasi altra arte, è fuggente.
E così ritroviamo le immagini di performance di Marina Abramovic, Ana Mendieta e Gina Pane; ma anche gli scatti di Spencer Finch, Ori Gersht, Roni Horn, Luisa Lambri. Una mostra che riflette sull’immagine fotografica - la forma d’arte che è più vicina alla sensibilità di oggi - partendo dalla radice, dalle origine, mostrandoci che molto spesso, dietro all’opera d’arte, ci sono delle vere e proprie ossessioni.