Se le hanno chiamate Carrières de Lumières, le cave della luce, ci sarà pure un motivo valido, o forse più di uno visto che questi luoghi, scavati nella pietra della suggestiva Valle dell’Inferno, per estrarre la bauxite e il calcare utilizzati nella costruzione del vicino Château e della Cité des Baux des Provence sono stati destinati ad un uso ben più culturale. Scoperti come scenario cinematografico negli anni ‘60 dal genio visionario di Jean Cocteau, che meravigliato dalla bellezza dell’ambiente decise di ambientarvi il suo “Testamento d’Orfeo”, e poi reinterpretati, a partire dal decennio successivo, dal progetto dello scenografo Joseph Svoboda, sono ormai pronti a ritagliarsi un ruolo di tutto rilievo nella messa in scena di spettacoli “ad alto contenuto artistico”. Le muraglie rocciose di 14 metri di altezza, che li costituiscono, rappresentano altrettanti supporti naturali per mettere in valore la luce, inglobando totalmente il visitatore che viene così trascinato in una dimensione altra.
Un teatro ideale per la valorizzazione di spettacoli audio-visuali come “Gauguin, Van Gogh, les peintres de la couleur”, un turbinio cromatico di ben cinquecento capolavori, messo a punto da un’equipe nostrana formata da Gianfranco Iannuzzi, Renato Gatto e Massimiliano Siccardi e esplicitato nella più grande istallazione video fissa mai realizzata in Francia. Un impianto tecnico d’eccezione per un’applicazione specifica delle competenze, che ha portato alla nascita di un viaggio immaginario e magnetico nei rapporti tra i due artisti. Peregrinazione accompagnata dagli stralci di alcune corrispondenze, come quelle tra Vincent Van Gogh e il fratelo Théo, che aggiunge la sonorità della parola agli echi delle forme.
Via | gauguin-vangogh.com
Il Palazzo Ducale di Genova è il punto di partenza di una grande avventura nel tempo e nello spazio che si protrarrà fino al 15 aprile 2012. Non si tratta solo di una mostra incentrata sul viaggio, quello fisico di Gauguin verso la Polinesia descritta nelle sue tele più affascinanti, e quello dello stesso Van Gogh dall’Olanda natale a Parigi, fin nel Sud della Francia, bensì di un “traslato mistico” che unisce, attraverso la metafora dell’erranza, due grandi geni della pittura che si conobbero, influenzarono, amarono e detestarono allo stesso tempo.
Quaranta infatti le opere di Vincent, che costituiscono, insieme alla celebre tela di Gauguin “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” (che raggiunge l’Europa per la seconda volta, dopo la tappa parigina che risale ad una decina di anni fa, dal Museum of Fine Arts di Boston dove dimora abitualmente), il cuore della mostra, e si affiancano a una decina di lettere originali di Van Gogh che permettono di esplorare ulteriormente tutti gli aspetti di un tema dal triplice significato: esplorazione geografica, spostamento fisico e scoperta dell’inconscio.
E c’è di più, perché un intero percorso si dipana a partire dal nucleo già enunciato. Un susseguirsi di capolavori della pittura europea e americana degli ultimi due secoli, che passa per i “paesaggi umani” di Hopper, i contrasti cromatici di Rothko, e poi Turner, Morandi, Kandinsky, Monet in un lento sciogliersi di carnets de voyage che fanno sognare. Un’operazione originale il cui senso emerge e si riassume, secondo il curatore Marco Goldin, nell’autoritratto di Van Gogh, pittore-profeta della modernità:
In quegli occhi, in quello sguardo si sommano e arrivano a conclusione tutti i viaggi di questa mostra. E’ come se in quello sguardo e in quegli occhi tutte le strade del mondo si compissero in immagine.
Via | palazzoducale.genova.it

Sono stati, sono considerati ancora oggi, e lo saranno ancora per tantissimi anni, tra i più importanti artisti di sempre. Eppure ebbero vite difficili, a volte segnate dal successo, altre funestate dalla sciagura dell’incomprensione. Si confrontarono costantemente con le critiche dell’ambiente che li circondava, e che, in certi casi, si divertivano a shoccare, ma, in maniera ancora più devastante, furono spesso vittime della loro stessa mancanza di autostima. Modesti congeniti, megalomani malcelati, a volte entrambe le cose allo stesso tempo, in una specie di “originalissima schizofrenia” che tanto ha saputo creare in termini di capolavori. Eccone qualche esempio:
Vincent Van Gogh
Pablo Picasso
Continua a leggere: Gli strani rapporti con l'autostima dei geni dell'arte
Gli scambi culturali fra l’Europa e la Polinesia sono avvenuti decenni prima che Gauguin approdasse a Tahiti nel 1891, con tutti i suoi problemi finanziari. Eppure il lavoro dell’artista rimane emblematico dell’incontro del vecchio continente e le culture “altre”, che ha profondamente caratterizzato la storia post-coloniale.
È questo il tema che attraversa la mostra “Gauguin & Polynesia - An elusive paradise” (Gauguin e la Polinesia - Un paradiso esclusivo), attualmente esposta presso il Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen. Gauguin si riferiva a se stesso usando il termine “Oviri” (letteralmente “l’uomo selvaggio”), e nella sua pratica artistica ha effettivamente inventato ridefinito la sua propria forma di arte primitiva, divisa fra astrazione e osservazione del mondo naturale. La mostra raccoglie circa 50 opere originali con motivi tahitiani prodotte da Gauguin, insieme a oltre 60 artifatti della cultura polnesiana a cui si è ispirato: statue di culto, armi, gioielli (alcuni dei quali realizzati con ossa e capelli umani), ma anche tatoos che documentano in modo preciso l’influenza di questa cultura sulla produzione dell’artista. Il periodo polinesiano è senz’altro quello che gli ha dato la fama e quelle immagini sarebbero diventate icone in grado di ispirare personalità come Picasso e Matisse - nonostante il primi lavori esposti qualche anno dopo il suo rientro a Parigi furono venduti per pochi spiccioli.
La mostra rimarrà aperta fino al 31 dicembre prossimo, per poi volare verso Siattle. Inoltre attenzione: se siete a Cophenagen, l’accesso al museo la domenica è gratuita.

Uno dei capolavori tardivi di Paul Gauguin verrà messo in vendita al Tefaf di Maastricht dal mercante d’arte Dickinson ad un prezzo per un prezzo di partenza di 18 di euro. Il proprietario ha deciso di razionalizzare la sua collezione e il quadro non è in sintonia con la raccolta.
Il Tefaf è una delle più influenti fiere del mondo d’arte e d’antiquariato e si svolgerà presso il MECC (Maastricht Exhibition and Congress Centre) nel sud dei Paesi Bassi dal 12 al 21 marzo 2010.
Deux femmes fu dipinto nel 1902, un anno prima della morte di Gauguin, mentre viveva a Hiva Oa, nelle lontane Marquesas Islands, 740 miglia lontane da Tahiti. Il pittore era giunto ad Atuona, la capitale di Hiva Oa, nel settembre del 1901, alla ricerca di un angolo ancora non contaminato dal colonialismo francese.
Sono sempre stato affascinato dalla breve parabola di vita dei Nabis e dalla dimensione magico-rituale e partecipativa dell’esperienza artistica che praticavano. Tutto cominciò con un piccolo dipinto che Paul Sérusier realizzò nell’estate del 1888 a Pont-Aven, in Bretagna, ispirato e guidato da Paul Gauguin. Sérusier era giunto in città attratto dal nugolo di artisti che gravitava attorno a Emile Bernard e Gauguin.
Mentre si trovava in un giardino all’aperto Sérusier cominciò a dipingere ad olio su una piccola scatola di sigari fatta di legno dalle dimensioni di 22×27 cm. Gauguin, che gli si trovava accanto, cercò di convincerlo a svincolarsi dai limiti imposti dalla rappresentazione della realtà, per avvicinarsi ad un metodo compositivo più onirico e legato all’interiorità. Sérusier, che già si era avventurato nello studio del colore puro e della stilizzazione simbolista delle forme, si lasciò guidare dal maestro e dipinse Bois d’Amour di Pont-Aven (Bosco d’amore a Pont-Aven).
“Come vedete questi alberi? Sono gialli. Ebbene, metteteci del giallo; quest’ombra, decisamente blu, coloratela con una tonalità blu oltremare puro; queste foglie rosse? Dipingetele di vermiglio”, diceva Gauguin a Sérusier. Ne venne fuori un quadro che si posiziona sul confine tra astratto e figurativo, che forse non si pone neanche il problema di stabilire una distinzione, una demarcazione. Quando Sérusier fece ritorno a Parigi con il piccolo dipinto era al culmine dell’entusiasmo e lo mostrò ai suoi compagni di studio, Pierre Bonnard, Maurice Denis, Henri Ibels e Paul Ranson.
La Venere di Botticelli o le Bagnanti di Renoir? Le fanciulle tahitiane di Gauguin o i nudi di Modigliani? Quali sono le donne più belle immortalate nelle grandi opere dell’arte occidentale?
Non mi riferisco alle modelle originali (che potevano somigliare più o meno alle immagini rappresentate e delle quali spesso si sa poco o nulla), ma proprio alle figure femminili che tutti possiamo ancora ammirare nelle opere dei grandi maestri del passato, più o meno remoto.
Qualcuno dirà che si tratta di un sondaggio maschilista. Ragion per cui, non è escluso che tra un po’ ne proponga un altro sugli uomini più belli dell’arte. Per il momento, lettori (ma anche lettrici), abbiate la bontà di esprimere la vostra opinione. La selezione degli autori è, come sempre, del tutto discrezionale (se ritenete, aggiungetene altri nei commenti).
Le donne più belle e sensuali della storia dell’arte
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