
Alla domanda su quale siano i simboli più potenti ed immediati per rappresentare il concetto di pace, una buona parte degli interrogati risponderebbe senza esitazioni: la colomba! Ed è proprio grazie a questa “comunità di sentire” che l’opera inserita nella campagna Unhate di Benetton (la stessa che ha fatto scandalo presentando i baci tra le più grandi personalità politiche e religiose del mondo, come le coppie papa-imam, presidente francese-cancelliera tedesca etc…) aderisce così profondamente allo spirito che anima una buona parte della popolazione abitante i territori libiani martoriati dalla guerra civile.
Il tutto parte da un dono realizzato da Fabrica per volere della fondazione Unhate, e destinato alla città di Tripoli in occasione del 24 dicembre, in occasione della Festa Dell’Indipendenza, una ricorrenza emblematica non celebrata negli ultimi quarantadue anni per espresso divieto del regime di Gheddafi. La strenna è proprio una colomba, la Unhate Dove, una statua interamente rivestita con i 15.000 bossoli raccolti nei punti critici di tutto il pianeta dagli stessi autoctoni, grazie all’invito della rivista Colors. Un ossimoro potente che mette a confronto una forma di pace, con il ferro della guerra che opera continuamente per distruggerla.
Via | creativity-online.com
Negli ultimi mesi Saif Gheddafi, uno dei tre figli del rais, si era fatto promotore insieme al padre dei feroce assassinio della popolazione inerme, associata ai ribelli e tacciata come branco di “marmocchi e di drogati”. Tra i fratelli Saif era stato quello più incline a manifestare una certa predisposizione all’arte. Partecipando alle aste di Sotheby’s e Christie’s aveva accumulato un piccolo patrimonio di oggetti d’arte islamica (progettato da Studio Italia Costruzioni), destinati ad essere collocati in un museo di prossima apertura nell’area sud di Bengasi.
Ma adesso la situazione è drasticamente cambiata: le forze ribelli sono sulle tracce di Saif e per lui l’unica speranza è essere consegnato alla Corte Penale Internazionale dell’Aia. Girano voci (non ancora confermate) che il museo in procinto di aprire sia stato saccheggiato. Proprio per fermare gli ’sciacalli’, il Direttore Generale dell’Unesco Irina Bokova ha lanciato un appello internazionale per proteggere il patrimonio culturale della Libia. “Il patrimonio di una nazione è essenziale per la capacità dei suoi cittadini di preservare la propria identità ed autostima, di trarre profitto dalla loro diversità e dalla loro storia per costruirsi un futuro migliore”, ha dichiarato la Bokova.
L’attenzione ora si sposta sulla lotta contro il traffico illecito e l’esportazione illegale di beni culturali, per evitare che si ripeta quanto già accaduto in Iraq. Tra i siti libici ricordiamo quello di Leptis Magna - considerata una delle più belle città dell’impero romano - e la città vecchia di Ghadames, la “perla del deserto”.

Vi ricordate di Kais al-Hilali, lo street artist libico ucciso dai sostenitori del regime? La presa di Tripoli da parte dei ribelli alleati per la liberazione della Libia, ha avuto un ruolo importante dal punto di vista simbolico. Dopo quarantuno anni di regime oppressivo, che ha censurato la creatività considerandola inutile, anche gli artisti stanno cominciando a rialzare la testa. Ne è testimonianza una mostra in corso dal 18 luglio scorso a Bengasi, una collettiva dal titolo i Crimini di Kadafi.
Ad accogliere i visitatori all’ingresso una statua alta oltre tre metri dal titolo Pattumiera della Storia. Circondato da topi e spazzatura, il leader libico è rinchiuso in una gabbia.
Manco a farlo apposta, la mostra si svolge sul lungomare di Bengasi, in una villa in stile italiano dove il defunto re Idris di Libia ha annunciato l’indipendenza nel 1951. L’edificio è stato dipinto di rosso ed è diventato la la nuova sede permanente del Museo dei Crimini di Gheddafi. Perché nessuno dimentichi la ferocia e la barbarie di un tiranno azzoppato, ma ancora in piedi.
Photo via Los Angeles Time.