Si apre il 10 giugno alla Galleria degli Uffizi di Firenze la mostra “L’eredità di Giotto. L’arte a Firenze, 1340-1375“.
Come sottolinea il titolo, l’esposizione vuole documentare un periodo meno noto e a lungo considerato dalla critica come decadente, dominato dall’ arte ‘glaciale’ e accademica dei fratelli Orcagna. Nel passato erano stati pochi i motivi d’interesse per gli storici verso l’arte della seconda metà del Trecento, come invece si erano avuti nell’epoca precedente e come verranno recuperati in quella successiva.
L’epoca precedente era stata dominata dalla visione rivoluzionaria di Giotto, riconosciuta e accolta da tutta la scena artistica fiorentina della fine del Duecento e dell’inzio dell’epoca successiva. Una figura così importante da segnare il periodo artistico in modo profondo, definito da Roberto Longhi come il più gran secolo dell’ arte italiana.
L’eredità di Giotto. L’arte a Firenze 1340/1375 - Galleria degli Uffizi - Firenze




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Questo dipinto fa parte del ciclo di affreschi che Giotto realizzò alla cappella degli Scrovegni a Padova fra il 1303 e il 1305. Si può tranquillamente affermare che tali opere furono il punto più alto toccato dall’artista toscano nel corso della sua lunga carriera. Il soggetto iconografico del ciclo è ispirato ai vangeli, sia canonici che apocrifi, e narra le vicende delle vita di Maria e Gesù.
La scena in questione, l’incontro di Anna e Gioacchino presso la porta aurea, è ripresa dagli apocrifi e richiede una breve spiegazione. I protagonisti sono i santi Anna e Gioacchino, i genitori della Madonna; nei testi si legge che per lungo tempo non ebbero figli a causa della sterilità di lui.
L’uomo, umiliato da questa situazione, per la vergogna lasciò Gerusalemme e si ritirò nel deserto con i pastori e vi restò fin quando un angelo gli apparve e gli comunicò che avrebbe avuto una figlia (la Madonna appunto). Lo stesso accadde anche alla moglie. Gioacchino allora tornò a Gerusalemme e si incontrò con Anna presso la porta Aurea.
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