
Artsblog prosegue il suo viaggio nella storia dell’arte, alla scoperta di ‘ricci’ e di ‘volpi’. I primi, secondo il filosofo Isaiah Berlin, sono i ‘monisti’, coloro che pongono a base della propria arte (o della propria concezione del mondo) un sistema coerente di valori, guidato da un principio ordinatore; le volpi, invece, sono ‘pluraliste’ e credono in tante cose diverse, non necessariamente accomunate e orientate da un principio unitario.
Dopo Michelangelo, è oggi il turno di un grande ‘riccio’ francese: Paul Cézanne. Chiuso e scontroso proprio come un riccio, il Maestro di Aix-en-Provence visse buona parte della sua esistenza in lotta con i contemporanei e restò a lungo incompreso (di un suo capolavoro, La casa dell’impiccato, in occasione della sua prima esposizione, il 15 aprile 1874, un noto critico ebbe a dire che sembrava un quadro dipinto da un pazzo in preda al delirium tremens). Anche la sua morte è emblematica: Cézanne si spense in solitudine, il 15 ottobre 1906, dopo essere stato colto da un malore mentre dipingeva all’aperto, in campagna.
Al di là del carattere difficile e delle vicende biografiche, Cézanne del riccio (nel senso berliniano) sembra avere tutti i caratteri: l’estrema dedizione all’arte e la convinta adesione ad un metodo rigoroso, in base al quale gli elementi della natura vengono scomposti e ricomposti attraverso un uso sapiente del colore. In una lettera a Émile Bernard nel 1904, scrisse:
Bisogna trattare la natura attraverso il cilindro, la sfera, il cono, il tutto messo in prospettiva, in modo che ogni parte di un oggetto, di un piano, sia diretta verso un punto centrale.

Il grande artista francese realizzò questo dipinto (attualmente al museo d’Orsay di Parigi) nel 1863, negli anni immediatamente precedenti alla stagione dell’Impressionismo. L’opera destò grande scandalo all’epoca più che per il soggetto rappresentato, per il contesto in cui la scena è inserita. Ai tempi di Manet, quadri di soggetto erotico se ne trovavano moltissimi, e talvolta anche più “piccanti” di questo, ma tutti avevano una patina di rispettabilità, ipocrita, dovuta al fatto che si trattava sempre di rappresentazioni di Venere, delle ninfe o altri personaggi dellla storia o del mito. O al limite immagini esotiche.
In pratica il nudo era consentito se inserito in contesti lontani nel tempo o nello spazio, o se riparato dietro la foglia di fico della mitologia. Con Olympia invece Manet ritrae una scena dei suoi tempi: una prostituta nella sua stanza da letto e questo fece scandalo, come due anni prima aveva fatto scandalo le Déjeuner sur l’erbe in cui due allegri compari fanno un picnic con una donna nuda (mentre rappresentare ninfe e satiri intenti ad amoreggiare era considerata una cosa normale).
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